Anima, mente ed ego sono mere parole. Non ci sono vere entità di questo genere. La Coscienza è la sola verità. La dimenticanza della vostra reale natura è la vera morte. Il ricordo di ciò è la vera nascita…

                                                                                                                                           Ramana Maharshi

Dalla pira

Ai resti, un omero ancora, tra le ceneri nella grata della cremazione notturna e di nuovo, brilla la luce all’alba, sulla superficie delle acque appena accarezzate dal vento.  Dalle braci si alza un vortice di cenere, sui capelli, sulla pelle, negli occhi, fin dentro ai polmoni attraverso le narici. Il Sole rosso dal Gange al cielo, a diradare le nebbie del mattino a Varanasi.

Su una lettiga di bamboo, in processione, sorretto sulle spalle da un gruppo di uomini che gridano all’unisono, un altro corpo, ormai freddo, ricoperto di vesti e cosparso di polvere di sandalo viene trasportato a piedi nudi dai vicoli in pietra dell’antica Kashi1  fino al Manikarnika Ghat2.

Carne umana non ancora decomposta, conosce, la fiamma. Qui, ormai da millenni, o forse ancor prima del Tempo.

La prima scintilla nasce da una fascina di paglia posta per un attimo sul fuoco centrale del crematorio, tenuto vivo da generazioni e per questo considerato eterno. Deposta sulla legna di mango sapientemente accatastata, accerchiata da quelli che sono stati i familiari e gli amici, la salma che ha già esalato da ore il suo ultimo respiro, il petto e il viso rivolti al cielo, incontra i primi lapilli che arrivano dal basso, in direzione della schiena, dei glutei.

Un piccolo branco di cani si avvicina, ululando. A vortici, i primi fumi si alzano, una mucca si dimena irrequieta nei pressi della grata che accoglie il cadavere, tutti, abbiamo sentito qualcosa…

Chi sono io?

Uno di Famiglia… Il Vuoto.

Altro spazio tempo.

Quiete, là dove il pensiero sorge…

 

Nuda.

Unica illusione, la separazione.

 

Alle radici dell’albero della conoscenza3: impulsi di sopravvivenza e manifestazioni neocorticali

Noi umani, rispetto ad altri mammiferi o ad altri animali presenti oggi sulla Terra, ci differenziamo anatomicamente e fisiologicamente sotto numerosi aspetti. Tra questi, quello che rende realmente speciale l’avvento dell’homo sapiens tra gli esseri viventi del pianeta, e’ lo sviluppo caratteristico delle dimensioni e delle funzioni di una parte del sistema nervoso emersa nella porzione piu’ superficiale del cervello: la neocorteccia.

La spinta evolutiva che dota tra l’altro di branchie e di pinne natatorie i pesci per popolare le acque, di ali gli uccelli per volare nella vastità dei cieli e di particolari dinamiche nello sviluppo dei cuccioli, attraverso l’attaccamento materno e l’allattamento, i mammiferi per seguire lo sviluppo della prole, manifesta nell’organismo umano un sistema complesso di trasmissione dell’informazione… Una miriade di cellule interconnesse nell’area sommitale del cranio  attraverso i millenni si perfeziona fino a lasciar emergere facolta’ quali il pensiero, l’astrazione, l’uso sempre più affinato di simboli, codici e liguaggi che iniziano a dare forma nel singolo individuo ad una rappresentazione cognitiva concettuale della realta’, a mediare e contenere la potenza dell’immersione totale nel flusso della vita.

Le idee di una separazione nell’interezza, di bene e male, di sonno e veglia, di vita e morte, rappresentano formidabili strumenti individuali e collettivi volti alla sopravvivenza del singolo e delle comunita’, ma allo stesso tempo, iniziano ad allontanare la nostra specie dal continuum neutro ed equanime con cui l’energia incessantemente muta la sua forma nell’universo.

 

Dalla fusione all’Io: intersoggettivita’ ed individuazione

Dall’unione sensuale dei corpi, il ritmo, il sangue che pulsa, la potenza e la delicatezza… Fino alla possibile esplosione orgasmica e la danza della procreazione.

Nella fusione dell’ovulo e dello spermatozoo l’eco della dualita’ corporea si espande, si organizza e se ha spazio, puo’ ritornare ad essere interezza nella forma che si manifesta ai nostri sensi.

L’embrione nel grembo della madre, pur iniziando a svilupparsi e differenziare i tessuti, e’ completamente in osmosi con l’ambiente, assorbito nel tutto veicolatogli dall’organismo che lo nutre ed ospita.

L’atto della nascita pur determinando numerosi cambiamenti nella neurofisiologia del neonato sembrerebbe non apportare sensibili variazioni nello sviluppo della neocorteccia che da qui in avanti, in base alla qualita’ degli stimoli ricevuti dal piccolo, iniziera’ a prendere forma e strutturarsi. Nei primi mesi di vita la diade formata da mamma e figlioletto e’ in raporto di totale risonanza somato emozionale. Il neonato non ha ancora lo sviluppo dei circuiti neurali cognitivi che permettono la formulazione dell’idea di un “Io” separato, vive quella particolare dimensione di fusione chiamata oggi in ambito scientifico intersoggettivita’.

In seguito, se le cure parentali saranno opportune, iniziera’ a sviluppare le strutture neurocognitive che gli consentiranno quel processo di elaborazione della realta’ legato al sentirsi in un corpo diverso dal resto dell’ambiente, avere dei confini, dei bisogni e degli impulsi di sopravvivenza che assumeranno presto o tardi la forma pensiero “Io”.

 

Essere e relazione, attaccamento e non attaccamento

I successivi stadi dello sviluppo dell’individuo (parola quest’ultima che richiama ancora una volta il senso di non diviso, inseparabile), sono attribuibili alla presenza al suo fianco di figure parentali competenti. Adulti che siano in grado di sintonizzarsi con i moti emozionali del neonato e con i suoi bisogni, nei modi e nei tempi giusti. La capacita’ dei familiari o delle figure parentali di riferimento, di rimanere presenti alle emozioni dei bimbi senza dissociare o attivarsi reagendo impulsivamente ad esse, permette a questi di modellare la propria fisiologia fino a stabilizzarne le naturali capacita’ di coregolazione ed autoregolazione degli affetti.

In questo senso un attaccamento adattativo nell’eta’ dello sviluppo puo’ contribuire a lenire la fatica e la confusione generata dall’identificarci con la miriade di proiezioni psicologiche, frammentazioni e distorsioni di personalita’ che rimbalzano nella frenesia delle relazioni sociali delle societa’ tecnologiche contemporanee.

Un attaccamento sano, inteso come relazione umana capace di trasmettere un senso di fiducia sentito somaticamente e vissuto in modo coerente all’ambiente, puo’ permettere il dispiegarsi di un ego funzionale ad esaudire i bisogni reali della persona in armonia con le risorse dell’ambiente. Per poi permettere al bruco, inconsapevole, di seguire la  natura e tornare a librarsi leggero nell’aria assumendo forma di farfalla.

Disidentificarci dagli attaccamenti ed aprirci a quello spazio del non sapere che allude all’essere.

A quella naturale presenza che ha caratterizzato i nostri primi giorni sulla Terra…

 

Trasmissione transgenerazionale

Quando guardo qualcuno non lo vedo solo, nella forma e nell’eta’ in cui appare in quel momento… 

Vedo il viso della bambina che è stata, sotto alle rughe scolpite in faccia di un’anziana che passeggia lenta sull’argine del fiume. La gioia e il dolore dagli amori, dai parti e dalle morti che verranno, nei lineamenti delicati della giovane vestita d’arancio che mi siede accanto. Il bimbo che gioca con l’aquilone facendolo volare altissimo invece sa’ gia’ di sudore, muscoli gonfi e potenti, fatica, sguardi furiosi e penetranti.

Un flusso, una corrente continua ed ininterrotta che cambia solo forma.

Costellata di avvenimenti e vicende imprevedibili, l’esistenza umana scorre per molti  come un fiume impetuoso tra due rive primordiali e selvagge,  il piacere ed il dolore.

Correlate ad opportuni neurotrasmettitori secreti nella circolazione sanguigna dalle ghiandole endocrine dell’organismo, queste forze primitive gestiscono e regolano gli impulsi di avvicinamento e allontanamento, orientano istintivamente le nostre ricerche finalizzate alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. 

Cio’ che appare chiaro oggi e’ che numerosi impulsi involontari, comportamenti, credenze e norme sociali derivano dal modo in cui siamo stati concepiti ed accolti. Idee come quella di essere sempre i migliori, di voler essere in ogni caso al centro dell’attenzione oppure di non meritarci la gioia, di non avere il diritto al piacere, di non potere essere realmente noi stesse o noi stessi, sono spesso causate da esperienze disadattative occorse durante l’infanzia.

Sappiamo bene ormai, quanto le esperienze del passato possano condizionare il nostro presente. E sappiamo bene, anche, quanto le esperienze nel presente possano modellare in modo completamente nuovo il nostro organismo, fin nel profondo delle nostre cellule.

La trascrizione del genoma si modifica in base all’ambiente e alle esperienze che viviamo, gli stessi circuiti neurali si modellano in base all’intensita’ e al tempo in cui ripetiamo un’azione o siamo immersi in una relazione. Se questo e’ vero rispetto alla trasmissibilita’ transgenerazionale dei sintomi, delle compensazioni e degli schemi di reazione generati dai traumi, e’ altrettanto vero che rapporti umani basati sul non giudizio, l’ascolto empatico, il rispetto dei confini somatosensoriali, la compassione e il supporto alla consapevolezza del potere personale del soggeto promuovono cambiamenti nella resilienza della comunita’ in senso prosociale. L’integrazione, intesa qui  come aumento delle connessioni neurali tra le varie aree del cervello degli individui, si manifestera’ contemporaneamente e in modo organico nell’intensificarsi delle relazioni di solidarieta’ e mutuo appoggio.

 

Amore            

Puoi ricordare ora quando nella tua vita hai sentito amore incondizionato?

Quando sei stata vista e accolta per quello che sei veramente?

Quei momenti, possono divenire la fonte di una consapevolezza naturale e profondamente umana.

Quando avviene di toccare questi spazi di apertura e profonda commozione rientriamo in contatto con le radici della nostra specie.

L’amore e’ la qualita’ che nutre e permette lo sviluppo evolutivo del neonato e del bambino. E’ il fiore che sboccia nelle relazioni umane da adulti quando non si chiede agli altri di essere null’altro che quello che sono.

Ogni volta che qualcuno ci ha ascoltato o abbracciato in modo adatto e sentito durante una delle tempeste emozionali insorte nella nostra vita, ha partecipato ad un cambiamento in noi e in tutte le persone che incontreremo nella nostra esistenza.

 

L’etimologia, il mito e la realta’

In ambito accademico l’origine della parola italiana amore viene fatta risalire all’India di piu’ di 3000 anni orsono, al sanscrito kama considerato nell’accezione di desiderio, piacere.

Nei Veda la divinita’ Kama impersonificava il desiderio cosmico, l’impulso creativo ed era considerato figlio del Chaos primigenio.

Nei secoli successivi questo archetipo fu incarnato nella mitologia hindu da un giovane di bell’aspetto circondato da ninfe che, armato di arco, scoccava frecce di fiori che dispensavano amore. La leggenda narra che una delle sue frecce, rivolta a Shiva nel tentativo di accendere in questi la fiamma della passione per Parvati, abbia distolto l’Adiyogi dalla profonda meditazione in cui era assorto in cima alle vette dell’Himalaya.

Shiva infuriato per questo dissennato gesto avrebbe bruciato Kama riducendolo in cenere. Da li’ il giovane arcere sarebbe diventato Ananga, il senza corpo, ancora piu’ densamente onnipresente sulla Terra in quanto non piu’ soggetto ai limiti della forma manifesta.

 

Oltre la morte

Meno radicata in senso filologico e mitologico, ma non meno suggestiva potrebbe anche essere l’origine della parola amore dal latino a / mors… Senza morte.

Se comprendiamo come ogni atto d’amore autentico possa partecipare alla trasformazione della neurofisiolagia dell’essere umano ed essere incarnato e trasmesso per generazioni attraverso sguardi, gesti, sorrisi… Allora l’amore non e’ confinabile al tempo limitato tra la nascita e la morte individuale, va al di la’ di ognuno di noi e della nostra stessa esistenza fisica.

Quando un essere umano che ha attinto alla saggezza della natura muore, “non è più, allo stesso modo in cui un fiume non è più quando sfocia nel mare; il nome, la forma, non sono più, ma l’acqua rimane e diviene una sola con l’oceano”.

 

Odore acre nell’aria. La carne si scioglie rapidamente mentre il legno di mango arde i resti del corpo senza vita ormai da ore. Le ossa si fanno incandescenti e poi di colpo si sbriciolano. Tra le ultime si sfanno quelle del bacino, il cranio e talvolta le spalle.

La pira al termine della cremazione viene spenta con una secchiata d’acqua del Gange. Un’ultima lingua di fumo denso si alza dallo smashan del Manikarnika Ghat.

 

Jerry Diamanti

leviedolci@gmail.com

www.equilibrinaturali.net

 

 

Il testo è stato ispirato e scritto durante un viaggio in India tra i mesi di Gennaio e Febbraio 2020.

La citazione iniziale di Ramana Maharshi è tratta dal libro “Volo nell’infinito, l’ultimo insegnamento” di Sushila Blackman, Ed. Il Punto d’Incontro 1997. 108 storie che raccontano il modo in cui hanno affrontato la morte antichi e moderni maestri tibetani, indù, buddisti e zen.

Kashi, è il nome che veniva dato nei Rgveda, uno dei numerosi testi vedici risalente a più di 3500 anni fa, all’area abitata sulle rive del Gange dove oggi sorge l’odierna Varanasi, . Essa veniva chiamata Kāśī (Kashi) dalla radice verbale sanscrita kaś- che significa “risplendere”, per tale motivo era anche conosciuta come la “Città della luce”. I testi indù fanno riferimento a Varanasi utilizzando numerosi epiteti, come Avimukta (“mai abbandonata” da Shiva), Ānandavana (“la foresta della beatitudine”), e Mahasmashana (“il grande luogo delle cremazioni”).

2 Manikarnika Ghat, è l’area sulla riva occidentale del Gange a Varanasi dove da secoli sono cremati i corpi di milioni di indù. Caratterizzata dalla presenza di diverse strutture in metallo fissate sul terreno e atte a contenere i cadaveri portati qui da familiari e conoscenti che giungono da tutta l’India. Per le millenarie tradizioni locali l’antica Kashi è l’unico posto sulla Terra in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al saṃsāra, l’eterno ciclo di morte e rinascita. Per questo rispetto ad altre aree del pianeta in cui la morte è culturalmente rimossa o vissuta solo come momento luttuoso di tristezza e disperazione, qui l’essere umano fa di essa un’esperienza diversa…

3 L’albero della conoscenza del bene e del male in ebraico: עץ הדעת טוב ורע‎,  ha-daʿat tov va-raʿ, o semplicemente l’albero della conoscenza, nelle tradizioni di discendenza biblica è l’albero dell’Eden, menzionato nella Genesi insieme all’albero della vita, da cui sarebbe originato il peccato originale a seguito dell’infrazione del divieto, posto da Dio, ad Adamo ed Eva di mangiarne i frutti.

La citazione del terz’ultimo paragrafo è tratta dal libro “I am that” Chetana Ed. 1973, trascrizioni dai satsang di Sri Nisargadatta Maharaj