Che cos’è essere coscienza?

Personalmente non è una domanda a cui so dare una risposta, soprattutto a parole, eppure credo si possa ricollegare a ciò che chiamiamo cambiamento.

Anche in questo caso però, sorge un altro quesito: che cos’è, dunque, il cambiamento?

La scienza lo definisce una costante, cioè qualcosa che resta sempre uguale, ironia della sorte.

Noi invece lo possiamo osservare ovunque, nelle nuvole, nei fiumi che plasmano il paesaggio, nelle stagioni; perfino la vita biologica di un essere umano ha delle stagioni, e tutto si trasforma pur rimanendo, alla base, sempre uguale, immutabile.

In fisica ad esempio, vi è un orientamento introdotto da David Bohm negli anni ‘80, il cui punto iniziale è <<la nozione di “totalità ininterrotta”>>[1] e si pone l’obiettivo di <<esplorare l’ordine più profondo, “non-manifesto”>>[2] del cosmo; una meta che sembra riecheggiare le parole dei mistici.

Bohm ribattezza quest’ordine “implicato” e per descriverlo usa come analogia l’ologramma, questo perché ciascuna sua parte contiene in un certo qual modo tutto: <<se si illumina una qualche parte di un ologramma, si ricostruirà l’intera immagine, anche se essa presenterà meno particolari dell’immagine ottenuta dall’ologramma completo>>[3]. Il fisico tuttavia comprende che l’idea di ologramma è implicitamente troppo statica per rappresentare la perpetua danza dell’universo e per esprimerne al meglio questa natura conia il termine “olomovimento”, <<fenomeno dinamico da cui derivano tutte le forme dell’universo materiale>>[4], che risulta essere anche l’elemento di indagine principale di tutta la sua ricerca, infatti, Bohm non si prefigge di studiare la struttura degli oggetti ma proprio quella del movimento stesso.

Ora, non scenderò nei dettagli perché non sono un fisico e non ho le competenze per farlo, ma questa idea di movimento mi riporta intuitivamente all’immagine di un fiore. Quando è giunto il momento di appassire non si aggrappa a nulla, sfiorisce per rinascere a nuova vita.

Per gli esseri umani non è mai facile interiorizzare certe cose ed è proprio per questo motivo che esistono pratiche il cui scopo è di far comprendere in maniera intuitiva questo profondo insegnamento.

L’ uomo è solo confusamente consapevole, quand’anche lo è, di una luce in cui riporre il nostro essere interiore, immortale, ma come possiamo “tornare” a questa luce?

E’ anche grazie a questo interrogativo che nasce “l’oggetto” del rituale di cui parlerò: il Maṇḍala (मण्डल ) letteralmente “cerchio”, la rappresentazione simbolica del processo di “disintegrazione” e “reintegrazione”.

Il maṇḍala viene utilizzato per delimitare un’area preservandola dalle forze disgregatrici del cosmo spesso rappresentate come demoni, ma non è solo questo, esso è innanzitutto un cosmogramma, <<l’universo intero nel suo schema essenziale>>[5], la raffigurazione del suo <<processo di emanazione e assorbimento>>[6], del suo aspetto temporale e non solo della sua ipotetica estensione spaziale inerte; l’una e l’altra cosa al fine di sottolineare il suo aspetto vitale che ruota attorno ad un punto centrale, l’axis mundi su cui l’intero cielo appoggia e che sprofonda le sue radici nel mondo ctonio.

Possiamo quindi dire che è da queste premesse che nasce il maṇḍala, proiezione geometrica dell’universo che tuttavia non rimane solo una semplice espressione simbolica dei moti di evoluzione ed involuzione di quest’ultimo, ma si evolve assumendo anche la funzione di “guida” che trasporta la coscienza dal livello di esperienza psichica frammentaria di ogni giorno <<alla concentrazione per ritrovare l’unità della coscienza>>[7].

Tradizionalmente lo schema viene disegnato per terra su una superficie precedentemente purificata e consacrata, per tracciarne le linee e disegnarne le figure si adoperano solitamente polveri di diverso colore e la cui scelta è legata di volta in volta alla porzione  su cui le figure saranno tracciate; in tempi posteriori è possibile ritrovare maṇḍala dipinti direttamente su tela.

La sua creazione, per nulla semplice, è un rito che mira alla palingenesi dell’individuo e a cui l’iniziato deve partecipare in piena consapevolezza senza la quale si rischia di minare il risultato finale; un errore, una svista o una dimenticanza rendono l’opera inefficace. Ciò non solo perché come in ogni atto magico e rituale, la perfezione è garanzia del successo, ma anche perché <<ogni manchevolezza è il segno della disattenzione del sacrificante>>[8] e sta ad indicare che egli non vi prende parte con tutta la presenza dovuta.

Un altro elemento, se non forse il primo, che spicca osservando un maṇḍala è naturalmente la simmetria, trasfigurata in “un’ottava” più elevata è la concezione buddhista del fatto che nell’essere umano esistono sia luce che tenebra e con la vita, egli accetta il suo destino di lotta, come Arjuna fa nella Bhagavad Gita, uno dei poemi più sacri dell’induismo.

Il suo compito allora, quello di equilibrare i due mondi.

Uno dei momenti più significativi, in ogni caso, avviene al termine della lunga realizzazione dello schema e cioè, come riporta Barbara Matilsky nel suo “Buddhist Art and Ritual from Nepal and Tibet”: <<After the completion of rituals, the monks dismantle the mandala and deposit the particles in a body of water. This process symbolizes the transience of life and the ideal of nonattachment to the material world>>[9].

Tempo addietro ho cercato un mio modo di interpretare questo insegnamento riflettendo sulla transitorietà delle cose; l’occasione me l’ha data un esame ai tempi dell’accademia di belle arti.

Per questo motivo ho deciso di realizzare una scultura di ghiaccio, che poggiando su di un piedistallo costruito appositamente, vi si scioglieva scivolandovi all’interno; in questo modo, quella che prima era una semplice struttura di supporto di diventava parte della realizzazione dell’opera, nel caso specifico diveniva una sorta di scrigno a testimoniare ciò che era e, contemporaneamente, il cambiamento che aveva subito.

L’acqua rimaneva raccolta all’interno del piedistallo perché mi interessava rimarcare oltre al concetto di impermanenza anche il fatto che in natura la fisica insegna, in un modo che ricorda molto le parole dei mistici, che nulla si crea e nulla si distrugge, c’è solo il mutamento.

Probabilmente è questa per me la coscienza, qualcosa che c’è nonostante tutto, qualcosa che viene prima di ogni cosa e che resta, come il telo bianco del cinema che anche quando il film è terminato continua ad esserci.

Federico Catagnoli

Immagine di copertina F.Catagnoli, “Lacrimosa”, legno e ghiaccio 2018

 

[1]  F. Capra “Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente” trad. ita. a cura di L. Sosio, Feltrinelli Editore, Milano, 1984, cit., pg. 82.

[2] ibidem.

[3] ibidem.

[4] ibidem.

[5] G. Tucci “Teoria e pratica del Mandala” (1948), Astrolabio Ubaldini editore, Roma, 1978, pg.30.

[6] ibidem.

[7] ivi, cit., pg. 31.

[8] ivi, cit., pg. 45.

[9] B. Matlinsky, “Buddhist Art and Ritual from Nepal and Tibet”, Ackland Art Museum, North Carolina, 2001, pg. 35.