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Quando guardiamo una persona, vediamo solo il suo corpo, eppure sappiamo che, in quello stesso momento, quella persona sta facendo esperienza di un mondo di cose che, per noi, non sono visibili. Per esempio, quella persona sta guardando insieme a voi un tramonto e, magari, sta ricordando momenti e situazioni passate. Il suo mondo esperienziale, quello che quella persona vede e sente, non è direttamente accessibile ad altri. Per sapere che cosa vede e pensa e prova, dovete chiedere. Questa inaccessibilità ha fatto sì che si sviluppassero idee come l’anima o, in tempi più recenti, come la mente cognitiva o la coscienza fenomenica. Questo è un errore che ha condizionato la nostra tradizione culturale e che, oggi, continua ad affliggere le neuroscienze e le scienze cognitive.

Poiché non vediamo altro che il corpo pensiamo che la persona sia nascosta o invisibile. In passato l’idea più diffusa era quella dell’anima, una sostanza invisibile con proprietà speciali, che, in qualche modo, fosse in relazione con il corpo. Alle soglie del pensiero scientifico, nel 1600, quest’idea fu alla base del criticatissimo dualismo cartesiano. Di fronte ai problemi del dualismo – nessuno è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di una mente immateriale – le discipline che hanno affrontato il problema della mente hanno fatto una operazione curiosa: se da un lato dichiarano di rifiutare il dualismo, dall’altro lo riproducono sotto mentite spoglie. Sia le neuroscienze sia le scienze cognitive, oggi, basano i loro studi sulla mente su un punto di vista criptodualista, cioè di fatto sono dualisti ma lo negano.

Quando un neuroscienziato celebre come Christof Koch o un filoso famoso come David Chalmers dichiarano che il nostro cervello crea un mondo virtuale che noi scambiamo per la realtà, non stanno forse sostenendo che esistono due dimensioni diverse, il mondo reale e la sua rappresentazione mentale? Quando il neuroscienziato americano David Eagleman spiega che il mondo che vediamo è una allucinazione prodotta dal nostro cervello non sta contrapponendo un mondo di immagini mentali immateriali a un mondo fisico tangibile e concreto? Anche un neuroscienziato come Giulio Tononi propone una spiegazione di tipo dualista, infatti suggerisce l’esistenza di una speciale sostanza che il cervello crea grazie al tipo di connessioni. Ovviamente non si usano termini come “sostanza” che potrebbero immediatamente richiamare il dualismo cartesiano, ma la logica della spiegazione è la stessa e il fatto di parlare di informazione integrata, rappresentazioni neurali, neuroni specchio e altri termini presi dal gergo delle neuroscienze è solo una forma di distrazione.

“Noi siamo mondo”, Irene Tamagnone

Per esempio, prendiamo in considerazione gli attributi classici dell’anima o della mente immateriale come era concepita nel Seicento: è una sostanza invisibile, immateriale, si può trasferire da un corpo all’altro, non ha peso, forma o altri attributi fisici. Adesso consideriamo l’informazione che i neuroscienziati dicono essere dentro il cervello. E’ invisibile. Avete mai visto la foto di un bit? Non credo. E’ immateriale perché è una struttura astratta. Infatti, l’ informazione non è misurata come si misurano massa, peso, elettricità e altre caratteristiche   fisiche, ma è calcolata, cioè supposta non osservata. Non esiste uno strumento che misura l’informazione contenuta in un sistema fisico. E, come l’informazione in un computer, in linea di massima è trasferibile da un corpo all’altro. In sintesi, l’informazione è un concetto moderno che riproduce, in forma matematica, molte delle proprietà della mente immateriale del Seicento. Ma questo non significa che esista. Come la sostanza pensante di Cartesio, così l’informazione integrata di Tononi e degli altri neuroscienziati è una entità inventata per spiegare qualcosa di incomprensibile: come mai non vediamo l’esperienza della persona che ci sta vicino? Come mai gli altri sembrano vivere in un mondo che non possiamo vedere?

Le neuroscienze hanno fatto – e fanno – un errore metodologico molto grave e cioè hanno supposto di sapere qualcosa che, di fatto, non sanno, ovvero la localizzazione della mente. Per una serie di motivi di carattere storico e culturale, la neurofisiologia ottocentesca ha supposto che la mente debba essere prodotta dal sistema nervoso. Di fronte a oltre 150 anni di ricerche all’interno del sistema nervoso e di fronte al ripetuto e totale fallimento di trovare alcunché di simile con la nostra esperienza di tutti i giorni, che cosa hanno fatto le neuroscienze? Hanno ammesso il fallimento? Assolutamente no. Hanno adottato una strategia curiosa, a metà tra i vestiti nuovi dell’imperatore e i venditori di titoli insolventi. Da un lato, come nella favola di Anderson, anche se non hanno trovato nulla nel cervello, hanno continuato a insistere che la coscienza è lì, anche se, come i vestiti dell’imperatore, non si può vedere. Dall’altro lato, promettono che un giorno spiegheranno tutto, a patto che si continuino a finanziare le loro costosissime ricerche; qualcosa di simile, per usare una brillante metafora suggerita dal filosofo Daniel Dennett, a emettere cambiali epistemiche: degli “spiegherò”.

Altre discipline, come le scienze cognitive o la psicologia, sono ancora più in difficoltà e hanno cercato di risolvere il problema facendo come consigliava Robert Musil nel L’uomo senza qualità: ignorandolo. Di fronte alla coscienza, molti studiosi hanno rinunciato a trovare una spiegazione della nostra esperienza sostenendo che esistono altri problemi più importanti, come capire perché tradiamo il nostro partner o perché scegliamo una marca di detersivo invece di un’altra. Sia le scienze cognitive che la psicologia hanno avuto una svolta, rispettivamente pragmatica e clinica, per evitare di doversi confrontare con il mistero che è alla loro radice: la natura della persona che agisce. Nel tentativo di diventare una scienza, questi approcci hanno tagliato i rapporti con la domanda fondamentale cui volevano e dovevano rispondere. Che cosa è la mente? Che cosa è l’esperienza?

E quindi? dobbiamo dichiarare l’impossibilità di comprendere la natura ultima di noi stessi, come ha spesso fatto il filosofo Colin McGinn, oppure, più ottimisticamente, e seguendo il suggerimento di Sherlock Holmes, dobbiamo scartare tutte le ipotesi che non funzionano finché quello che resterà, per quanto inaspettato, non potrà che essere la soluzione cercata?

In realtà la soluzione esiste e potrebbe essere molto più semplice di tante cervellotiche soluzioni proposte in questi anni da neuroscienziati, cognitivisti, esperti di meccanica quantistica; questa soluzione richiede soltanto di abbandonare il vecchio pregiudizio della localizzazione della mente dentro il cervello.

L’ipotesi è che fare esperienza di un oggetto, per esempio, di una mela, non sia altro che essere identici alla mela. Percipere est esse invece del motto idealista dell’Esse est percipi. D’altronde, per le neuroscienze, vedere una mela vuol dire essere identici ai processi neurali che avvengono nel mio cervello quando guardo la mela, ma questi processi neurali però sono completamente diversi dalla mia esperienza. La mela che io vedo è rossa, rotonda, lucida. I miei processi neurali sono tutto fuorché rossi, rotondi e lucidi. Esiste qualcosa di fisico con queste caratteristiche? Sì, è la mela stessa. Solo che si trova fuori del mio corpo. Esiste qualche motivo per escludere che la cosa che io sono, quando il mio corpo guarda una mela, sia la mela stessa? Assolutamente no. La mela è fisica, è fisicamente in prossimità al mio corpo e ha, guarda caso, proprio tutte le caratteristiche che io trovo nella mia esperienza della mela.

Ci sono due problemi che devono essere risolti: la variabilità dell’esperienza soggettiva e i casi di percezione non standard, come quando sogno o ho una allucinazione. E’ possibile?

Partiamo dal primo problema. La variabilità soggettiva. Se prima tengo una mano dentro dell’acqua calda, la sento fresca. Ma se prima tengo la mano dentro una bacinella fredda, la mela adesso mi sembra calda. Come mai se la mela è sempre la stessa? Per risolvere questo problema, in passato e anche oggi, si ricorre all’idea di una apparenza soggettiva. La mela ha sempre la stessa temperatura, ma la nostra sensazione è diversa. Eppure, si può proporre una diversa soluzione.

Prendete il caso della velocità. Se io prendo la mela e vi chiedo se è ferma o si muove voi mi direte che è ferma. Ma se noi fossimo su questo treno, la vedremmo muovere e, per la fisica, la mela ha una velocità relativa rispetto al treno. Infatti, per la fisica, la mela non ha una velocità assoluta, ma ha tante velocità relative quanti oggetti intorno ad essa. La velocità, quindi, è una proprietà fisica relativa: non dipende solo da un oggetto (la mela) ma da almeno due oggetti (la mela e il treno).

Facciamo un altro caso. Prendiamo un bel quadrato bianco. Guardiamolo attentamente. Ci appare sicuramente bianco. Ma se avessimo una supervista o se andassimo molto vicini allo schermo vedremmo la griglia rosse-verde-giallo grazie alla quale gli schermi LCD producono tutti i colori. Questo quadrato, quindi, è bianco o è una griglia di punti colorati? E la risposta è ancora la stessa. Il quadrato è bianco relativamente a un sistema visivo tricromatico umano ad almeno mezzo metro di distanza (il mio) ed è una griglia di punti colorati relativamente a un sistema visivo umano molto vicino o dotato di supervista (per esempio dotato di una lente).

In tutti questi casi, l’errore è pensare che un oggetto sia quello che sia in modo autonomo, indipendente da altri oggetti. Al contrario, ogni proprietà esiste relativamente ad altri oggetti (colore, forma, peso, velocità, calore). Poi, è chiaro, esisteranno proprietà assolute, ma queste non sono quelle che fanno parte del nostro mondo. Nel mondo in cui noi viviamo, camminiamo e vediamo, le proprietà fisiche che lo compongono sono solo quelle che esistono, come la velocità, relativamente a quell’oggetto, per noi fondamentale, che è il nostro corpo. Ed è per questo che a noi pare che ci sia solo un mondo. Perché per noi non può che esistere solo il mondo che esiste relativamente al nostro corpo. Ma ne esistono tanti quanti altri sistemi fisici.

Così come noi possiamo vedere solo una velocità alla volta di questa mela, ma sappiamo ne ha tante, così possiamo fare esperienza solo di un mondo alla volta, ma sappiamo (ora lo sappiamo) che ne esistono tantissimi.

L’oggetto relativo risolve il problema da cui eravamo partiti. Il mondo non è diviso fra proprietà oggettive e proprietà soggettive. Il mondo non appare diverso a persone diverse perché ognuno ha una sua versione mentale privata, ma perché ognuno ha un corpo diverso e quindi ognuno interagisce con un mondo diverso. Esistono tanti mondi relativi e questi mondi non sono dentro la mente di ciascuno di noi, ma sono là fuori.

Risolto il problema della soggettività, come spiegare il fatto che a volte, non solo le cose ci appaiono diverse, ma addirittura noi vediamo cose che sembrano non esistere? Come quando sogniamo o abbiamo una allucinazione? Chiudo gli occhi e sogno o vedo la mela che però non c’è più.

Come spiegare questo fatto? Di solito le neuroscienze, i filosofi e gli psicologi ricorrono a una mela mentale proiettata su uno schermo neurale, per così dire. Ottima idea. Peccato che nessuno abbia mai trovato questo schermo mentale su cui la realtà percepita, sognata, immaginata, sarebbe continuamente proiettata. E allora?

Allora basta considerare un fatto molto semplice. Tutto, nel mondo naturale, richiede tempo. Anche nella percezione quotidiana la mela che vediamo è prima di quando la corrispondente attività neurale ha luogo. Quanto prima? Tra 15 e 150 millisecondi. Il nostro presente è sempre prima del momento in cui produce effetti nel nostro corpo. E ce ne accorgiamo se cerchiamo di afferrare una zanzara o se giochiamo a ping-pong. Il nostro corpo è sempre leggermente in ritardo.

Ma questo ritardo può essere, anche nella percezione quotidiana, molto molto più grande. Quando guardiamo la luna è circa un secondo e mezzo. Quando guardiamo il sole è otto minuti. Quando guardiamo il cielo stellato può essere di centinaia di anni. Eppure, in tutti questi casi, la mela, la mosca, la luna, il sole e le stelle sono dentro il nostro presente. Non attraversiamo nessuna soglia in questi casi. Quindi il nostro presente non è un punto sulla linea del tempo. Il nostro presente è esteso a comprendere tutto ciò che, in questo momento, esiste relativamente al nostro corpo. Ed ecco che possiamo comprendere che cosa è il sogno o la allucinazione: sono casi in cui oggetti che hanno interagito in passato con il nostro corpo producono ancora effetti e quindi esistono relativamente al nostro corpo. In altre parole, anche il presente è relativo al nostro corpo e non assoluto. In fondo, in questo secondo punto, basta applicare la nozione di relatività al tempo e non solo alle proprietà fisiche.

Se chiudo gli occhi, tutta la mia vita produce effetti e la particolare combinazione di oggetti relativi è, in ogni momento, il contenuto del mio sogno. Che cosa è un sogno? Un sogno è un oggetto fisico fatto di tante proprietà fisiche distribuite nel mio passato che ancora producono effetti nel mio corpo. È un oggetto relativo, ma fisico. È un oggetto inusuale ma sempre fisico come dimostrato dal fatto che nei nostri sogni non compaiono mai colori, suoni, o altre proprietà che non abbiamo incontrato nella nostra vita reale. Il sogno e le allucinazioni, quindi, sono una forma di percezione del passato secondo combinazioni inusuali ma possibili. Il sogno non crea, il sogno è una chimera. Il sogno è come il caleidoscopio: non crea, ma riorganizza la realtà nello spazio e nel tempo.

E quindi? Quindi non c’è uno spazio interiore. Esiste solo il mondo. Se guardiamo dentro di noi, usciamo fuori. Non c’è una mente interna al soggetto. Non c’è un mondo privato e interiore. Non esiste una freccia che punti dentro. Esiste solo il mondo. Tutto è visibile e tutto è in evidente. E noi siamo questo mondo che esiste relativamente al nostro corpo.

Neuroscienze e scienze cognitive sono state vittime della loro presunzione di sapere dove si dovrebbe trovare la coscienza e, pur di rimanere attaccati a questo, hanno commesso un grave errore che ha condizionato tutta la loro ricerca. Al contrario, dobbiamo mettere in discussione i pregiudizi che ci hanno impedito di trovare la nostra esperienza nel mondo. Il passo fondamentale è capire che ogni cosa, nel mondo fisico, esiste relativamente a qualcos’altro. Niente esiste in modo assoluto. Per anni abbiamo pensato che il mondo fosse uno e che il fatto che si presentasse in tanti modi diversi richiedesse la molteplicità delle nostre menti. In realtà, il mondo è tanti e questi tanti, che saremmo noi, sono fuori del nostro corpo.

Siccome ogni corpo fa esistere un diverso mondo relativo, le scienze tradizionali hanno continuato a pensare che questi mondi relativi fossero dentro di noi, in un’immaginaria e invisibile dimensione interiore che abbiamo chiamato mente o anima o coscienza. Ma non c’è nessun mondo invisibile. Tutto è fuori del nostro corpo e tutto esiste in tante versioni, ognuna relativa a un corpo diverso e per questo diversa. Noi siamo il mondo relativo che esiste grazie al nostro corpo, ma non dentro di esso. Noi siamo mela, arcobaleno, nuvola, danza, stella, montagna, tramonto, musica … siamo mondo. Questa è, in sintesi, l’ipotesi che io chiamo identità tra mente e oggetto o, se volete, the Spread Mind.

Riccardo Manzotti

www.consciousness.it

 

Copertina opera di Irene Tamagnone, “Lo sguardo dentro esce fuori. Se guardiamo dentro di noi, in realtà, usciamo fuori e troviamo ancora una volta il mondo.”