Intervista ad Ariel Giarretto

Incontrare Ariel la scorsa primavera è stata un’ occasione imperdibile per confrontarci con chi come lei ha attraversato in modo dinamico e partecipe i più importanti cambiamenti della società americana degli ultimi anni. Oggi attiva nella comunità sex-positive della Bay Area in California, Ariel è passata dalle esperienze vissute all’Esalen Institute negli anni Novanta, all’incontro con Peter Levine, che l’ha portata ad insegnare Somatic Experiencing in tutto il mondo, all’ ideazione del metodo Full Embodiment, riuscendo sempre a trasmettere la bellezza di incontrare l’essere umano nella sua unicità e nelle sue infinite differenze.

In una serata dal cielo sorprendentemente terso, le rivolgiamo alcune domande seduti di fronte a un tavolino bianco nel giardino dell’Hotel che la ospita.

Abbiamo letto con interesse le tue affermazioni sul fatto che la maggior parte delle difficoltà che viviamo nella sessualità possono essere generate da varie forme di disconnessione dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni e dai nostri desideri; tutti soffriamo in vari gradi per esserci disconnessi dalla sessualità, dai nostri corpi, dalle relazioni con gli altri e con la Terra. Saremmo curiosi però di sapere anche perché, come hai scritto nel tuo sito, consideri che questo processo di disconnessione è una condizione inevitabile del vivere nella cultura occidentale?

Principalmente per via delle mie esperienze personali e per il modo in cui sono entrata realmente a contatto col mio corpo per poter essere più interamente qui, più presente e connessa al pianeta. Ciò arriva anche dall’aver realizzato come realmente poche persone sono presenti, consapevoli del loro corpo. Se non sono in me non posso essere connessa con te o con gli altri.

E’ qualcosa a cui non siamo stati incoraggiati da bambini, siamo stati educati a pensare ma non a percepire il nostro corpo, questa è come una parte mancante per molti di noi.

Comprendere questo in un certo senso ha ispirato in me come una missione personale: poter aiutare le persone a incontrare la loro verità, qualcosa che risuona in un sì, non sentito in modo superficiale, un sì ad un livello veramente interiore , ancora più profondo degli eventuali traumi che abbiamo vissuto, nella parte più pura del nostro essere. Credo che se siamo più connessi con il nostro corpo possiamo essere più in equilibrio con la Terra, evitare di far del male a gli altri e arrivare a contattare qualcosa che va oltre l’intuito, qualcosa che ha a che fare di più con le decisioni dell’anima. Tutto sarebbe molto differente, con i nostri bambini, con gli animali e tutto il resto. Più mi connetto a me, molto più gioisco della vita.

Amore, sesso, creatività ed energia possono essere vissute come un’unità della coscienza, ma se come nella società moderna, questi aspetti di un’unica interezza sono vissuti in modo frammentato e privo di consapevolezza, il rischio è quello di perdere il gusto stesso della vita. Come possiamo integrare queste immense forze vitali attraverso il nostro corpo?

Innanzitutto dobbiamo tirar via la paura, con il metodo Somatic Experiencing lavoriamo nel costruire un contenimento attraverso il corpo. Maggiore è il contenimento minore è la paura di questa energia vitale che incontriamo. In molti casi una delle origini del problema è il fatto che i nostri genitori avevano paura di questa energia, per cui abbiamo dovuto imparare a mantenerla bassa, a scinderla dalla nostra esperienza, per cui quando oggi vi abbiamo accesso essa può anche intimorirci molto. Possiamo aiutare la persona a percepire piccole intensità di questa energia vitale, accedervi e sentire se ci può stare, se può rimanerci in contatto, a quel punto potrebbe diventare curiosa e volerne percepire un po’ di più.

Ho imparato realmente da SE quanto sia essenziale il lavoro graduale, titolato a piccole gocce: quando iniziamo a togliere la paura da qualsiasi ambito dell’esperienza umana, affiora un naturale sì.

Sappiamo quanto sia importante per i bambini non incontrare vergogna, rifiuto o condanna da parte dei genitori nei confronti dei loro primi approcci al corpo e alla sessualità, hai suggerimenti su come prenderci cura di questi momenti così fondamentali per il futuro della persona?

Oggi sappiamo quanto i primi imprinting possano essere veramente precoci, anche molto prima dei quattro anni. Considero sia realmente importante lavorare con le coppie prima che queste abbiano bambini, aiutarli a percepire il loro corpo e diventare consapevoli della propria autoregolazione. Mi appassiona lavorare con le donne prima che entrino in gravidanza, in modo che sentano e incorporino il benvenuto al bambino in un corpo in cui non ci sia già un senso di vergogna. E’ importante che sia le madri che i loro partners onorino e celebrino i loro corpi quando i bambini iniziano a toccarsi ed esplorarsi, perché per questi non si tratta di un approccio sessuale ma è come se dicessero “Oh che bella sensazione che sento qui e anche qui…” in modo da iniziare a stare bene nel proprio corpo senza provare vergogna.

Inizia tutto dai genitori, dal loro modo di essere naturali e non provare vergogna quando i bimbi chiedono: “Cos’è quello?” – guardando i seni o gli organi genitali. E dal modo in cui rispondiamo a quella curiosità naturale, nasce l’imprinting che influenzerà il modo in cui i nostri bimbi si sentiranno a loro agio nel corpo. Molto dipende proprio dalle prime esperienze avute, dalla vergogna che può essere stata incontrata da bimbi e che può rimanere in noi per via del messaggio ricevuto a quell’età. Se guardiamo il bambino a quell’età, l’unica parola che possiamo usare per descrivere il suo stato è… Magnifico! A quell’età il nostro corpo è davvero magnifico.

E’ fondamentale sentire come vorremmo essere introdotti alla percezione del nostro corpo, come vorremmo essere supportati nella sua esplorazione. Nella mia esperienza questo permette già una rielaborazione profonda e una dissipazione della vergogna. Il meglio sarebbe se ogni genitore facesse questo per il proprio corpo prima di mettere al mondo bimbi. Incontro moltissime donne che inconsciamente tengono chiuse le loro zone pelviche, per questo poi hanno grandi difficoltà nel concepire, nel permettere ai loro bimbi di arrivare alla vita uscendo da quella parte del loro corpo; credo che questo avvenga da molte generazioni, dalle loro madri, dalle loro nonne e dalle loro bisnonne… E’ una conseguenza del modo di vivere del passato.

Collegandoci a questa origine nel passato dei nostri vissuti e al fatto che poco fa hai usato la parola anima, saremmo curiosi di sapere come percepisci la nostra esistenza, il “full embodiement” in quella che Dominique Degranges chiama una danza tra spirito e materia.

Questa è una grande domanda. Potremmo stare qui per ore a discuterne…

Credo che sia una combinazione: la genetica crea un imprinting, abbiamo una memoria cellulare ma abbiamo anche la coscienza che è in noi e che nella materia inizia ad adattarsi agli imprinting delle generazioni precedenti. E’ qualcosa che potrebbe essere definito duale, ma questa parola è un po’ troppo violenta per rendere bene il senso. Potrebbe essere una specie di meraviglia, nell’essere qui. La coscienza di chi sono è più reale del come devo adattarmi al corpo in cui giungo.

Sai, anch’io ho studiato con Ray Castellino, mentre Dominique faceva l’assistente alla formazione, poi quando Dominique iniziò a frequentare il training di Somatic Experiencing io ero tra gli assistenti di Peter Levine, per cui abbiamo una bella relazione.

C’è veramente una comprensione chiara di come arriviamo, di questa incredibile sensazione.

E’ un’intenzione che ci guida, abbiamo comunque il nostro modo di essere e possiamo vivere a pieno il nostro potenziale anche adattandoci al corpo, al pianeta, alla nostra storia, a quella dei nostri genitori e ai traumi. Ma il lavoro con Somatic Experiencing, con Prenatal & Birth Therapy e con Full Embodiment  va più indietro, prima degli imprinting, fino all’essenza.

Là è dove la saggezza e la forza della vita sono più estreme.

Questa è una mia visione e il senso del mio lavoro, andare oltre al trauma nel corpo per giungere alla forza vitale, quella che Ray Castellino chiama salute inerente al sistema e Peter Levine definisce resilienza.

La nostra rivista è molto seguita in Italia da terapisti e professionisti della relazione d’aiuto che si occupano spesso anche di persone che hanno vissuto abusi sessuali. Puoi spiegarci quali sono i principi di base che usi nel lavoro con questa tipologia di trauma.

Una delle basi è quella di ristabilire la percezione del corpo come luogo sicuro. Riportare alla stabilità delle sensazioni nei piedi, alla percezione delle gambe, alla consapevolezza della forza delle braccia che ci possono difendere, alla creazione di un senso di contenimento e protezione nel corpo. Via via che la persona entra in contatto con questo senso di protezione in se stessa e nel ricordo dell’infanzia, il suo sistema inizia a stabilizzarsi.

Altro aspetto è quello di onorare e identificare le strategie di sopravvivenza che la persona ha usato nel passato. La dissociazione, la costrizione o il senso di scomparire vanno riconosciute, la persona può diventare consapevole di queste modalità e verificare se le utilizza ancora nel presente senza accedere all’intera gamma delle sue potenzialità. E’ la percezione somatica del corpo a fare la differenza, l’abilità di sentire di poterci difendere e proteggere, di affermare: “Questo è il mio spazio”. C’è così tanta guarigione che avviene quando la persona percepisce che ora, può proteggere il suo spazio.

Di sovente purtroppo la violazione dei confini avviene in tenera età, quando i bambini non hanno ancora modo di difendersi, per cui vanno ripristinate le connessioni alle difese attive nel presente, poiché oltre agli effetti generati dal trauma, la cosa che spesso è più terrorizzante è che questo possa ripetersi.

Non si tratta tanto di dire: “Sì ora sono sicura (o sicuro) di me” – quanto di percepire la possibilità di poter fare il possibile per proteggerci.

Un’altra cosa che dobbiamo insegnare ai nostri clienti è diventare capaci a orientarsi e identificare le persone realmente pericolose, discernendole da quelle inoffensive. Soprattutto quando gli abusi sono avvenuti in famiglia da persone che avrebbero dovuto proteggerci, tutti i nostri riferimenti principali possono essere diventati confusi e l’orientamento va ristabilito in maniera chiara.

Si tratta di ritornare al presente, percepire la sicurezza nel qui e ora in tutta me stessa. Spesso è necessario tempo per arrivare a questa sensazione, così dobbiamo permetterci di darci tempo, tutto il tempo necessario.

Non ultima, altra componente fondamentale nel lavoro è la capacità di ricostruire il senso di fiducia, potersi fidare delle persone. Quelle giuste.

Uno dei temi principali nell’esistenza umana è quello di poter vivere una relazione sana con i nostri simili. Spesso dei modi inadeguati a livello verbale o comportamentale possono essere meno evidenti rispetto ad atteggiamenti fisicamente invasivi . Che differenze ci possono essere tra un abuso fisico e uno di tipo psicologico?

E’ più difficile difendersi dagli abusi psicologici, sono più insidiosi. Grazie a metodi come SE o Full Embodiment possiamo aiutare la persona a sentire quando c’è una invasione sul piano fisico, così da poter individuare il “predatore” e reagire o rispondere in modo opportuno in base alla situazione; mentre l’abuso psicologico può farci diventare pazzi perché è più complesso da identificare, si può manifestare in vari modi e la persona potrebbe non comprenderlo con chiarezza ma percepire che c’è qualcosa che non va.

Potrei sentir dire una cosa ma percepire tutt’altro. Un esempio potrebbero essere le situazioni in cui bambini crescono in ambienti in cui c’è dipendenza da alcool e droghe, essi potrebbero aver difficoltà a capire cosa sta succedendo intorno a loro. In questi casi magari nessuno esprime chiaramente il problema ai bambini a livello verbale, anzi qualcuno potrebbe rassicurarli che va tutto bene anche se intorno a loro accadono situazioni drammatiche o sconcertanti. In questo caso il bambino sente qualcosa ma la sua esperienza viene invalidata, iniziando da ciò a creare confusione non permettendogli di fidarsi della propria percezione della realtà.

Quando sentiamo di volere realmente una cosa e qualcuno ci dice: “No tu non vuoi quella cosa” – quando la tua esperienza o la tua intuizione è sottovalutata, quando sei messa in dubbio al punto di farti pensare di essere pazza, quello per me è un abuso psicologico, quando inizio a pensare di essere pazza invece di sentire che la situazione è pazzesca…

Che relazione potrebbe esserci tra dipendenze e stati emotivi difficili da gestire?

Parte del incorporazione per me è sentire l’intero spettro dell’esperienza, se sento ansia posso stare con questa senza fare qualcosa tipo prendere del caffè, mangiare cioccolata o fumare una sigaretta? In SE parliamo di disaccoppiamenti, probabilmente c’è un vuoto o qualcosa che vuole essere sentito e come faccio a sostenere la persona nel percepire ciò che realmente vuole? Se l’ansia è percepita con una sensazione di vuoto potrei proporre di entrare a contatto con una mano con quella parte del corpo, questo potrebbe ad esempio cambiare qualcosa nelle sensazioni e generare maggiore senso di protezione. A quel punto dissolta in parte la sensazione d’ansia la persona potrebbe sentire di non desiderare più il cioccolato, potrebbe comprendere che in realtà ha bisogno di altro, magari di un abbraccio. Quindi identificare il trigger, lo stimolo che ci mette in difficoltà, poi notare il desiderio immediato e andare realmente in profondità di questo scoprendo qual è il reale bisogno che c’è dietro.

Gli attuali metodi permettono di contattare le emozioni nel sistema corpomente in modo consapevole e contenitivo, quali sono le principali differenze rispetto alle modalità catartiche molto in uso nel passato?

Credo che la catarsi abbia rappresentato un passaggio molto importante per una popolazione che aveva vissuto così tanta chiusura, credo che al termine della seconda guerra mondiale tutti fossero in shock, molti fossero bloccati sessualmente e depressi per cui ci fu il bisogno di qualcosa di forte per uscire da quegli stati, ma credo che ora la situazione sia differente. Sono passate più di due generazioni da quando è iniziato l’uso della catarsi negli anni ’60, molte di quelle persone ormai sono diventate nonni. Forse siamo passati da quella eccessiva chiusura del passato a qualcosa di troppo vasto e aperto, potremmo fare qualche passo indietro e scoprire i dettagli , le sfumature in un approccio più al sottile nelle nuove esperienze. Inoltre quello che ho imparato da Peter Levine è il senso di onorare i miei limiti personali, non vogliamo spingere o saltarvi oltre, non voglio troncarli o sbloccarli, voglio sentirli e rispettarli. C’è una buona ragione per questo. Peter dice che quando senti una resistenza puoi ringraziarla e accoglierla, poiché c’è una buona ragione se si presenta.

Poi ci sono tante altre situazioni in cui la catarsi può essere necessaria, come quando siamo fortemente congelati allora magari puoi urlare o colpire usando la tua forza ma anche in quel caso non è necessario ripetere quell’esperienza ancora cento volte. Una volta che l’hai fatto e inizi a sentire il contenimento che ti dà il corpo non è necessario che il tutto sia così enorme. Sai molta gente vuole avere la grande esperienza… Bene se vuoi avere un’esperienza forte, fai l’esperienza forte. Ma non è detto che questo ti faccia cambiare, potrebbe anche essere una meravigliosa esperienza, potresti mangiare tantissimo cibo, tutto quello che vuoi ma non è detto che questo soddisfi l’origine della tua fame.

La scienza oggi conferma che i cambiamenti avvengono attraverso modalità lente, volontarie e giornaliere, come potrebbe essere imparare a suonare uno strumento, provi e riprovi nel tempo fino a che non hai più bisogno di pensare a come fare, a un certo punto vai, improvvisi. E così è la vita, con i nuovi comportamenti, i nuovi sistemi di credenze, le nuove esperienze in cui esplori più e più volte nuove modalità fino a che non divengono parte di te. Questo a mio avviso può avere una durata maggiore ed essere più soddisfacente, ma può essere più difficile da fare perché molta gente è pigra e vuole la grande esperienza!

Passeremmo a parlare un po’ di un argomento emergente in molte culture contemporanee, il gender… Cosa intendi quando ti definisci di genere liquido?

Cerco di supportare me stessa e gli altri nel non avere fretta nel avere una forte identificazione di genere. E’ molto tempo che sono in giro… Sai quando ero adolescente o avevo venti, trent’anni era così, avere un’identità era importante e ci si chiedeva: “Chi sono io? Chi sei tu? Mi piaci tu? Mi piacciono gli uomini? Le donne?” – A volte si impiega molti anni per diventare flessibili come sono oggi, ho vissuto numerose esperienze sessuali in tutti questi anni ed e stato bellissimo; al momento però sento di star tornando a una quieta monogamia. Non voglio in ogni caso identificare le mie preferenze sessuali o il mio genere, ma sento che oggi stare stabilmente con un uomo è esattamente quello di cui ho bisogno. Il mio essere fluida non cambia ma ora per me va bene questo, qualcosa di più semplice forse!

Come è possibile avvicinarsi a percepire noi stessi in questa modalità fluida rispetto al genere?

Possiamo rimane aperti a questo ed essere curiosi. Non penso che essere fluidi o liquidi sia adatto a tutti, non ho alcun tipo di aspettativa rispetto al fatto che questo diventi qualcosa di comune a tutti o che si dovrebbe vivere in questo modo, ma sento profondamente che sarebbe opportuno andare oltre i condizionamenti in cui siamo stati tenuti… Invece che maschio, femmina, gay, lesbica o altro… E’ veramente importante sentire come possiamo aprire il nostro cuore in modo diverso agli altri.

Ho imparato a conoscere e accettare me stessa sperimentando oltre i generi imposti, scoprendo il maschile ed il femminile in me. Credo possa essere utile per uomini rigidamente eterosessuali esplorare i loro rapporti con altri uomini, non intendo necessariamente avere una relazione, ma semplicemente imparare a giocare con altri uomini. Del resto anche per una donna può essere importante relazionarsi con varie qualità nelle persone, poter sentire anche la loro forza e la loro potenza in una relazione, non necessariamente a livello sessuale… Per me è stato importante scoprire la mia parte femminile per cui penso possa esserlo anche per gli altri, senza però che si sentano mai spinti in questo. Supporto anche una forma di a-sessualità, se ci sono persone che non sentono di voler vivere la sessualità va bene così. Non c’è nessun tipo di percorso da seguire, ognuno è libero di scoprire la sua verità, quello che incontra nella sua esistenza, quello che lo fa sentire più a contatto con la sua vitalità.

Per finire vorremmo chiederti cosa ne pensi dei cerchi di donne e dei cerchi di uomini. Cosa accade in quello spazio sacro che si crea quando si incontrano persone di fisiologia ed anatomia corporea simile?

E’ una domanda che implica una visione aperta su molti livelli di consapevolezza. Le donne da molti anni fanno cerchi, si incontrano e scambiano saperi ed esperienze sulla sessualità, l’autonomia e il processo di liberazione che le vede protagoniste. Negli Stati Uniti c’è un forte movimento di donne, non so bene com’è in Europa, ma talvolta in queste situazioni si ha l’esclusione degli uomini e questo non mi piace del tutto. Credo che ognuno possa sperimentare l’ampliamento del proprio potenziale senza necessariamente percepire l’altro come nemico.

Altrimenti può diventare come un’oscillazione: dall’oppressione all’aggressione, un po’ come una catarsi, ma spero che poi questa forza, una volta sbloccata, si assesti. In realtà possiamo iniziare anche a vedere le similarità, le nostre vulnerabilità e la possibilità per gli uomini di fare la loro parte in questo. In gran parte del mondo gli uomini non parlano della loro sessualità, non si confrontano sui messaggi che ricevono dai propri corpi, per cui può essere molto liberatorio quando questo accade, la vergogna e l’isolamento possono dissiparsi nel confronto reciproco delle esperienze di ognuno. Questo però non deve creare separazioni di genere poiché in qualche modo tutti siamo stati feriti, in modi differenti. Non c’è alcun dubbio che le donne abbiano sofferto di abusi per intere generazioni e per questo è importante come possiamo oggi iniziare a cambiare le esperienze degli uomini in modo da fermare questi abusi.

A volte nei seminari che tengo negli Stati Uniti i cerchi son composti in modo che gli uomini parlino delle proprie esperienze di fronte alle donne, talvolta ci sono delle femministe che non sono d’accordo, ma questo incontro fa sì che possano emergere temi legati alla vergogna che abbiamo vissuto e che gli uomini prendano consapevolezza del loro agire. Se potessi avere altri quarant’anni di vita mi occuperei senz’altro della liberazione e della sensibilità maschile, due aspetti che vanno insieme, eviterei conflittualità o separatismi. Uomini che riconoscano la propria responsabilità e prendano consapevolezza, possono essere più a disposizione dei loro figli e questo è veramente importante.

 

Maggiori info su Ariel Giarretto : arielgiarretto.com

Intervista a cura di Jerry Diamanti e Nadeshwari Joythimayananda

Ringraziamo l’Associazione Somamente ed Elisabetta Ugolotti per la collaborazione.

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