Basi psicobiologiche per l’umana convivenza

La biologia per fortuna non è il nostro ultimo destino.

Se non capisci la natura della paura, non troverai mai il coraggio” Chogyam Trungpa, Shambala

 

Così come un pittore, per realizzare un quadro e ispirare incanto e meraviglia, ha necessità di avere sulla sua tavolozza infinite tonalità di colori, altrettanto noi, come esseri umani, per accedere all’interezza della nostra esperienza sulla Terra, abbiamo bisogno di provare, nella nostra vita, la folgorante potenza di ognuno degli infiniti stati dell’essere a nostra disposizione. E la paura, indubbiamente, è uno di questi.

Origini

Tutti gli animali superiori manifestano reazioni di paura. Riconoscendo la natura biologica di quest’emozione, possiamo afferrarne la vera radice.

In molti primati liberi nel loro habitat, gli attacchi dei predatori e quelli tra membri dello stesso gruppo sono imprevedibili, frequenti e possono caratterizzare l’intera esistenza dell’animale. Allo stato selvatico però, l’attivazione del sistema nervoso generata da tale frequente stato di allerta, viene coerentemente scaricata a livello fisiologico. Per la sopravvivenza infatti è necessario che reazioni emotive  così forti siano essenzialmente transitorie ed il loro organismo è perfettamente sviluppato a questo fine.1

Noi umani, dal punto di vista del funzionamento del sistema nervoso, siamo estremamente affini agli altri mammiferi, in special modo ai primati. Questa consapevolezza getta luce sulla nostra capacità innata di ritornare ad uno stato di calma e apertura alla vita anche dopo aver vissuto episodi di paura o vere e proprie esperienze di terrore.

Le popolazioni preistoriche devono aver trascorso lunghe ore al giorno al riparo in buie e fredde grotte con la possibilità di poter essere strappate al loro rifugio e sbranate.

Nonostante la maggior parte di noi non dimori più nelle caverne però, continuiamo spesso ad avere un’intensa sensazione di pericolo incombente che ci aspettiamo provenga da altri appartenenti alla nostra specie o che proiettiamo all’esterno o all’interno, inconsapevoli, su qualsiasi rappresentazione della nostra mente.

 

La paura impedisce di aprirci a ciò che realmente la vita ha da offrire.

La paura…

E’ un’emozione2, una forza primordiale, un’energia atavica a “memoria dell’estinzione” che noi umani manifestiamo in base al livello di complessità raggiunto dalla neurofisiologia e dalla cultura della nostra specie e che, come tale, può essere presa in considerazione sotto vari punti di vista.

Ma qual è il suo significato principale? Quali sono i messaggi di sopravvivenza trasmessi da questa potenza selvaggia che si sveglia in noi?

Principalmente essa ci stimola a fare attenzione ed eventualmente, ad agire.

Questo è estremamente utile ed efficace quando sentiamo timore in presenza di un pericolo o di una minaccia reale.

Ma cosa avviene quando iniziamo a percepire paura in modo incoerente con ciò che ci circonda o ancora peggio, ci sentiamo completamente bloccati in uno stato di inquietudine continua e la nostra mente tende a orientarsi solo su problematiche e complessità invece di fluire sull’intera gamma di possibilità oggetto della nostra attenzione?

 

 

Radici fisiologiche

Lo stato di eccitazione tipico della paura provocata da una minaccia ambientale porta all’attivazione di una serie di risposte autonome e cambiamenti endocrini progettati per favorire l’autoconservazione: il rilascio di glucocorticoidi dalla corteccia surrenale e di catecolamine dal midollo surrenale e dai nervi simpatici. Questi ormoni a loro volta, forniscono feedback al cervello e influenzano strutture neurali che controllano lo stato emozionale e la cognizione.3

Sebbene tali risposte migliorino la possibilità di sopravvivenza a breve termine, l’eccitazione generata dalla paura è anche una delle vie preferenziali per l’attivazione della risposta allo stress 4 e quando questa diviene cronica può alterare completamente il processo dei sistemi emotivi e cognitivi di elaborazione dell’informazione e dell’ambiente.

Può inoltre contribuire allo sviluppo di stati patologici come ansia, fobie, attacchi di panico, depressione e i disturbi da stress post-traumatico (PTSD), così come una serie di problemi sintomatici come la compromissione del sistema immunitario, l’ipertensione e la resistenza all’insulina , per citare solo alcuni dei più noti divulgati da anni nelle pubblicazioni scientifiche internazionali.

 

Nel corpo

Per capire in modo più semplice cosa succede al nostro corpo nella realtà, vediamo ora insieme come i processi fisiologici ad ora descritti si manifestano in presenza di una minaccia.

Il nostro organismo a contatto con la paura elabora spontaneamente degli impulsi di lotta, fuga o immobilità. Se proviamo a schematizzare le reazioni istintuali stimolate dalla percezione di un pericolo reale o immaginario potremmo in sintesi elaborare questa sequenza:

Arresto (aumento della vigilanza, allerta)

Irrigidimento e orientamento (attenzione e preparazione)

Fuga (Iniziale tentativo di fuga)

Attacco (se alla persona è impedita la fuga o se questa ha uno schema di reazione orientato alla dominanza)

Congelamento (se la minaccia è sopraffacente o se la persona ha uno schema di reazione orientato alla dissociazione può naturalmente rimanere paralizzata dalla paura)

Ripiegamento (chiusura e stato d’impotenza)

 

La prima linea difensiva attuata nei confronti di un predatore, di un aggressore o di un pericolo di altra origine generalmente è una difesa attiva. Ci abbassiamo, ci scostiamo e ci ritraiamo; ci attorcigliamo e solleviamo le braccia per proteggerci da un colpo mortale. Fuggiamo da potenziali predatori oppure li attacchiamo quando ci sentiamo più forti di loro o ci hanno presi in trappola. Poi oltre alle ben note reazioni di attacco o fuga, esiste una terza meno conosciuta: l’immobilizzazione. Gli etologi dall’osservazione del comportamento degli animali chiamano questo stato di paralisi immobilità tonica.6

In base alla resilienza del singolo individuo, all’intensità delle esperienze di pericolo vissute e alla modalità in cui esse si sono sviluppate ed eventualmente concluse, l’organismo può trattenere memorie degli eventi sopraffacenti o, in alcuni casi, ledere lo sviluppo stesso del sistema irrigidendosi in circuiti fortemente attivati e risposte disadattative di sopravvivenza. Generalmente in tali casi si può parlare di stress post traumatico che può manifestarsi a livello sintomatico, comportamentale o  generare addirittura distorsioni dell’identità.

 

Immobilità tonica e paura

Essere ‘paralizzati dal terrore’ o ‘congelati per la paura’, oppure in alternativa avere un collasso e intorpidirsi, sono espressioni che descrivono con precisione l’esperienza fisica, viscerale, corporea della paura intensa.7

La funzione biologica primaria dell’immobilità, è quella di innescare uno stato altamente alterato di intorpidimento, in cui il dolore estremo e il terrore vengono attutiti. Questo effetto analgesico è veicolato dal rilascio di endorfine, il complesso sistema di cui è dotato il corpo per alleviare il dolore mediante la morfina.8

L’affluire nel torrente circolatorio di tali ormoni può permettere alla vittima  di assistere all’evento come se si trovasse al di fuori del proprio corpo, e la violenza venisse subita da qualcun altro. Un simile distanziamento, chiamato dissociazione, contribuisce a rendere tollerabile l’intollerabile.

Purtroppo però per numerosi individui protagonisti di esperienze traumatiche  simili reazioni dissociative o ‘ricordi corporei’ non sono di entità trascurabile ne transitori, anzi sfociano in un’ampia varietà di sintomi cronici cosiddetti psicosomatici, nell’incapacità di concentrarsi, orientarsi e vivere pienamente nel presente.

Una paura così difficile da gestire impedisce a chi ne è vittima di tornare all’equilibrio e alla vita normale. Ci si riferisce in genere alla capacità di passare da un intenso stato emotivo all’altro in modo fluido, rimanendo testimoni vitali della propria esperienza emotiva, consci e radicati nel momento presente, modalità di resilienza che si contrappongono invece alla condizione in cui si resta bloccati nella propria storia passata.

 

Percezione integrata dello stato reale di sicurezza

Il dialogo interdisciplinare in corso dagli ultimi decenni tra i numerosi ambiti delle scienze ha permesso di arrivare ai nostri giorni con varie evidenze emergenti nel campo della terapia e della sociologia umana.

Possiamo tentare di comprendere a livello cognitivo le cause dell’ansia e delle paure che ci tormentano, possiamo provare a darci delle spiegazioni razionali, trovare comprensione e sollievo, ma le radici istintuali che generano lo stato continuo d’allerta, la rigidità, la contrazione nei nostri muscoli e l’incapacità di orientare liberamente la nostra attenzione focalizzata risiedono altrove.

L’attivazione continua del sistema nervoso autonomo non può essere gestita solo da un approccio cognitivo, abbiamo infatti bisogno di accedere alla percezione di assenza di pericolo in modo più profondo e avvertito con chiarezza fino al livello cellulare. Non possiamo sentirci al sicuro in un ambiente fino a che non ci sentiamo abbastanza al sicuro in noi stessi…

 

Memoria e funzione delle emozioni

Le emozioni forniscono dati rilevanti, ai fini della sopravvivenza quanto delle interazioni sociali, per suggerire la risposta adeguata in ogni tipo di situazione, specialmente laddove cercare di calcolarla mentalmente sarebbe di gran lunga troppo lento e probabilmente inadeguato.

Dopo un incidente stradale in cui a venti anni si sia stati investiti da un auto di colore blu e non si sia riusciti a fare un passo in dietro prima di essere urtati dalla macchina, ogni volta che attraversiamo la carreggiata potremmo soprassalire all’arrivo di un mezzo di colore blu e le nostre gambe potrebbero contrarsi fortemente.9

I dati sensoriali, emotivi e le rappresentazioni mentali percepiti nel momento dell’incidente potrebbero essere associati nella memoria ad una forte sensazione di pericolo. In tal caso si potrebbe stabilire un collegamento appreso che provocherebbe l’attivazione dell’amigdala, del tronco encefalico e che potrebbe generare riflessi incondizionati di risposta arrivando perfino ad alterare i meccanismi dell’espressione genica.10

La funzione della memoria emotiva è di contrassegnare e codificare le esperienze importanti per un efficace e immediato riferimento futuro: come segnalibri, le emozioni sono segnali attivi che selezionano un particolare ricordo procedurale dal catalogo dei possibili ricordi motori d’azione.

I ricordi emotivi infatti sono attivati da aspetti del presente simili a quelli di situazioni del passato percepite in modo molto intenso dall’organismo. Essi evocano sensazioni fisiche e memorie procedurali, impulsi, movimenti, schemi d’azione spesso finalizzati all’autoconservazione.

I sottosistemi della memoria che presiedono alle reazioni istintive di sopravvivenza sono i più profondi e imperiosi. Ricordi procedurali ed emotivi persistenti e disadattativi 11 costituiscono il meccanismo centrale alla base di tutti i traumi, così come di molti problemi sociali e relazionali.12

 

Ruolo dell’amigdala

Quest’area cerebrale a forma di mandorla che fa parte delle regioni limbiche situate nella parte centrale dell’encefalo, può attivarsi in modo immediato in risposta a segnali di pericolo dell’ambiente o a stimoli inconsci.

Una volta attivata l’amigdala ha diverse vie per allertare l’insieme dell’organismo: una diretta alla cosiddetta sostanza grigia centrale, che produce la reazione che i neurobiologi chiamano freezing, il congelamento, una verso l’ipotalamo laterale che attiva il simpatico causando un rialzo della pressione arteriosa e infine quella che stimola l’ipotalamo paraventricolare che attiva l’asse surrenalinico e altri assi neuroendocrini con produzione abbondante di ormoni13 per preparare il sistema all’azione.

L’elaborazione delle informazioni che arrivano dal contesto attraverso i sensi permette al sistema nervoso di valutare costantemente i rischi. Il termine neurocezione descrive in che modo i circuiti neurali sono in grado di distinguere situazioni o persone sicure, da quelle pericolose o minacciose per la vita.14

Ma è importante capire che nel corso di esperienze traumatiche o di forte stress che abbiamo vissuto, ad esempio una rapina subita in strada, le informazioni sensoriali o alcuni dettagli rispetto all’ambiente in cui eravamo quando questa è avvenuta potrebbero essere stati codificati e regolati senza consapevolezza conscia (attenzione non focalizzata), attivando circuiti neurali che immagazzinano l’esperienza nella memoria implicita.

Questi dati sensibili potrebbero rimanere estremamente vivi in noi  divenendo dei veri e propri trigger che in alcuni casi potrebbero scatenare una risposta autonomica dell’amigdala non coerente con la neurocezione dell’ambiente: udire i passi di una persona alle nostre spalle mentre camminiamo tranquillamente in spiaggia, potrebbe attivare  associazioni neurali estranee alla situazione reale che stiamo vivendo, coinvolgere vecchie memorie implicite legate a reazioni emotive di sopravvivenza come la paura o la rabbia, le quali essendo legate a livello evolutivo  all’autoconservazione hanno forti probabilità (priming) di essere riattivate sul momento senza che si sia consapevoli delle loro antiche origini traumatiche.

I ricordi impliciti non possono essere rievocati intenzionalmente. Sono piuttosto un collage di sensazioni, emozioni e comportamenti, che compare e scompare surrettiziamente, di solito ben al di là della consapevolezza conscia. Sono memorie imperniate principalmente su emozioni o attitudini, cioè “procedure”, le cose che il nostro organismo fa in maniera automatica, dette anche “schemi di azione”.15

Terapia

Nella seconda metà del ‘900 la feconda collaborazione interdisciplinare tra lo psicologo Carl Rogers ed il filosofo Eugene Gendlin donano alla cultura occidentale lo sviluppo di un approccio integrato al prezioso ambito delle memorie implicite e dei riflessi autonomi ad esse connessi.

Le loro ricerche, allora pionieristiche, dimostravano come l’abilità delle persone nel realizzare cambiamenti persistenti nell’ambito di percorsi psicoterapici era fortemente collegata alla loro abilità di accedere alle sensazioni corporee e ai piani non verbali dell’esperienza che portavano in terapia. Geldlin diede a questa modalità intuitiva di percezione corporea il nome di “felt sense”.

Le sensazioni interne, che includono stati e movimenti del corpo, come stati di attivazione, temperatura e tensione muscolare, vengono trasmesso in senso ascendente attraverso il midollo spinale e il nervo vago, con un flusso di energia che si propaga al tronco cerebrale,all’ipotalamo e poi al cingolato anteriore e all’insula.16

Oggi sappiamo che nei pazienti con disturbi post traumatici cronici le aree cerebrali che presiedono alla consapevolezza del sé (corteccia prefrontale mediale) e alla coscienza corporea (insula) se osservate con le moderne tecniche a scansione cerebrale risultano spesso ridotte. Purtroppo il prezzo di questa modificazione è enorme perché le aree che veicolano dolore e disagio sono le stesse che trasmettono sentimenti di gioia, piacere, impegno e legame relazionale.17

 

La vita come flusso: neuroplasticità

Se episodi di natura traumatica possono alterare fortemente l’anatomia e le funzioni che influenzano il nostro sentire e la qualità della nostra vita, altrettanto vero è che questo avviene anche per quanto riguarda vissuti piacevoli nei quali i nostri bisogni sono incontrati e contattiamo il piacere di vivere.

La neuroplasticità è quel fenomeno che fa riferimento al potenziale del sistema nervoso umano di plasmare la sua struttura e la sua funzionalità in modo più o meno duraturo attraverso l’esperienza18.

Modificando l’attività e la struttura delle connessioni sinaptiche che collegano le cellule nervose, le esperienze plasmano infatti i circuiti neurali responsabili di processi come memoria, emozioni ed autoconsapevolezza.19

Ecco perché nel trattamento di stati cronici di ipervigilanza legati alla paura e di sintomi da stress post traumatico, scienziati e terapeuti internazionali hanno focalizzato la loro attenzione non solo sui pensieri del paziente, ma sulla consapevolezza corporea ad essi collegata.

Gli approcci terapeutici che non tengono conto del corpo, in quanto si concentrano principalmente sui pensieri (elaborazione dall’alto verso il basso), saranno limitati. Peter Levine, biofisico e psicologo americano propone invece da decenni di introdurre, nelle fasi iniziali del trattamento terapeutico, l’elaborazione dal basso verso l’alto, – “In altre parole affrontare prima il linguaggio del corpo e poi, gradualmente, chiamare in causa emozioni, percezioni e cognizioni” –

In questo senso il  felt sense  delle sensazioni interne al corpo permette di accedere fisiologicamente ai ricordi procedurali, cioè proprio a quei ricordi impliciti che le terapie cognitive non chiamano affatto in causa, e che invece i metodi catartici spesso si limitano a stimolare senza modularne l’intensità emotiva generando talvolta dissociazione o addirittura ritraumatizzazione.

Da un punto di vista neurale il circuito formato da talamo, insula, giro cingolato anteriore e corteccia prefrontale mediale riceve l’informazione enterocettiva alla quale abbiamo accesso attraverso il felt sense20, l’impulso primario dai recettori sensoriali interni al corpo arriva alla corteccia cerebrale nell’insula e nel giro cingolato e quest’ultima area è l’unica effettivamente in grado di inibire la risposta di paura dell’amigdala.21

 

La paura non va alimentata o evitata, va attraversata.

Qualsiasi emozione, essendo energia in movimento, ha natura ondulatoria. E l’onda per sua natura ha un inizio ed una fine. Se noi siamo il mare, anche nella tempesta, in profondità c’è calma…

 Il trauma non risiede nell’evento esterno che induce dolore fisico o emotivo, e neppure nel dolore stesso. Il trauma si genera quando non siamo in grado di liberare le energie bloccate e di attraversare, una dopo l’altra, tutte le reazioni fisico emotive relative all’esperienza che ci ha ferito. Il trauma non è quello che ci accade, ma quello che tratteniamo dentro in assenza di un testimone empatico”. Gabor Maté sintetizza così, in maniera magnifica, i fondamenti biologici sottostanti alla liberazione e trasformazione degli stati di alta attivazione legati alla paura.

Per iniziare a disaccoppiare stimoli ambientali e comportamenti difensivi disadattativi innescati da memorie implicite del passato è necessario ricostituire in ambiente protetto una percezione di sicurezza di base ancorata alle sensazioni del corpo.

L’uso della consapevolezza e dell’attenzione focalizzata coinvolge l’area limbica dell’ippocampo  permettendo di realizzare l’integrazione delle informazioni a livello esplicito nel presente. Permette di ricordare brevi parti delle esperienze passate in cui siamo stati in difficoltà, ma non di riviverle come in regressione.

Prima di poter provare senza pericolo le sensazioni associate al terrore e all’annientamento, bisogna aver preso contatto con le riserve interiori di forza e sana aggressività ed aver imparato a conoscerle in compagnia di una persona preparata professionalmente e  possibilmente molto esperta.

Per facilitare i processi dal basso verso l’alto in cui  sensazioni interne al corpo passeranno dalla fissità dell’attivazione cronica al flusso della vita , il terapeuta deve avere una percezione precisa dell’imperativo istintuale che è stato inibito allorché la paura ha travolto la persona assistita.

In questo senso l’utilizzo del metodo Somatic Experiencing permette di accedere in modo consapevole a piccole porzioni dei ricordi impliciti e procedurali disturbanti legati alle esperienze traumatiche passate, percepire l’intensità dell’attivazione residua ad esse legata e modularla mediante titolazione ed orientamento a esperienze enterocettive di sostegno nel presente. La persona è accompagnata dal facilitatore a percepire nell’ambiente protetto in cui si effettua la sessione, gli schemi d’azione, gli impulsi corporei stimolati dai vecchi ricordi, così da completare in modo consapevole le risposte difensive innate ad essi connesse.

Per far fronte ai sintomi disadattativi generati da gravi avversità si devono attivare sia il sistema motivazionale sia quello d’azione, governati a livello endocrino da dopamina e anfetamina.22 E’ necessario mobilitare entrambi nel processo terapeutico e procedere in modo estremamente graduale in modo da radicare a livello integrato un nuovo senso di forza che alimenti il potere personale dell’utente.

Qui sta la maestria del facilitatore. La persona deve avere tutto il tempo di integrare i vari passaggi a livello organico in modo da permettere una riorganizzazione della propria esperienza che, secondo il modello di trasmissione sistemica dell’informazione dal basso verso l’alto denominato bottom up, permetta anche a livello cognitivo di lasciar emergere nuove comprensioni.

 

 

Uscire dal congelamento

Così come un albero in presenza di freddo e ghiaccio lascia essiccare i rami distali proteggendo il fusto e le radici per continuare a vivere, altrettanto fa l’organismo umano che  gestisce le difficoltà separando le parti attraverso forme di dissociazione di diversa intensità. Abbiamo già parlato dell’esistenza tra i riflessi autonomi di difesa generati dallo stato di paura, della cosidetta immobilità tonica.

E’ solo l’immobilità congiunta inestricabilmente e simultaneamente con un’intensa paura a dar luogo all’incancrenirsi di quel circuito di feedback traumatico bloccato che prende la forma di persistente disturbo post traumatico da stress. E la chiave di volta per la risoluzione del trauma e dei suoi principali sintomi residui è riuscire a disgiungere e separare la paura dall’immobilità.23

 

La persona può avere grande difficoltà in questo se non accompagnata da un professionista esperto dei processi organici di resilienza che sia in grado di leggere il linguaggio del corpo e comprenderne i significati.

Uscendo dallo stato di congelamento-dissociazione fissato dalle memorie corporee e riconnettendosi alle sensazioni del corpo nel presente si entra in contatto con la propria alta attivazione soggiacente. Si potrebbe percepire il freddo di alcune aree del corpo che poi muta in genere sotto forma di fastidio, brividi, formicolii, dolori pungenti, tremori interni e movimenti autonomi della muscolatura.

L’esperienza di venir fuori da questo stato è costantemente descritta come il sentire il corpo in modo più acuto, vedere letteralmente in modo più chiaro le cose, come per esempio colori più brillanti, maggiore acutezza visiva e una maggiore presenza e consapevolezza dell’ambiente circostante.24

 

 

Nascita

Se durante la gravidanza nostra madre o entrambi i genitori hanno avuto esperienze di forte paura, questa potrebbe essere registrata a livello profondo dal sistema del nascituro. Tale imprinting potrebbe portare delle modificazioni nello sviluppo dei circuiti neurali e delle risposte autonomiche inconsce, dando forma, in alcuni casi, a quello che viene chiamato sistema nervoso con attivazioni ad alta intensità globale.

L’organismo, nel tentativo di gestire l’intensa attivazione globale generata dal trauma precoce, rinuncia alla sua unità pur di salvare se stesso.

Sin dal concepimento, la scissione fisiologica è uno dei meccanismi protettivi primari usati per gestire il carico sopraffacente di minacce intrauterine invasive quali procedure chirurgiche, tossicità chimica o traumi sperimentati dalla madre nel periodo della gravidanza.

Così quando il trauma è precoce o grave, alcuni individui si sconnettono completamente intorpidendo tutte le sensazioni e le emozioni. La sconnessione dal sé corporeo, dalle emozioni e dalle altre persone viene tradizionalmente chiamata dissociazione. Da anni ormai costituisce un cambiamento paradigmatico pensare alla dissociazione anche come un processo corporeo, integrando così fisiologia e psicologia.

Evitare il corpo è un processo difensivo che non può essere sostenuto a lungo, in quanto la sua disregolazione finisce per condurre a sintomi che non possono essere ignorati.

Le persone con traumi precoci non risolti si sconnettono dal proprio corpo, dalle proprie emozioni e dalla propria sana aggressività, precludendosi la vivacità e la vitalità in un continuum del processo dissociativo che va dall’intorpidimento, alla scissione, alla frammentazione.

 

Piedi, occhi e mimica facciale

Spesso questi individui non hanno grounding, si sconnettono energeticamente dal contatto col suolo. La loro energia e la loro autoconsapevolezza vengono estirpate dalla terra, dal corpo e concentrate nella testa. Quando a queste persone si chiede cosa sentano, vi diranno ciò che pensano.

Le gambe in questi casi potrebbero essere lasse e poco presenti o molto più spesso estremamente rigide e contratte generando in queste persone problemi articolari apparentemente inspiegabili senza comprenderne l’origine autonomica.

Il trauma e in particolare il trauma precoce, influenzano profondamente anche gli occhi. Le ricerche di Hans Selye hanno confermato ciò che Wilhelm Reich aveva intuito cinquant’anni prima, ossia che sotto stress si verificano un restringimento del campo visivo e altre alterazioni della vista.

Con quella che viene definita visione a tunnel è come se la persona fosse bloccata dalla paura verso un ristretto campo di attenzione nel quale si aspetta di incontrare la minaccia che ha interiorizzato a livello inconscio. Si può avere in questi casi forte contrazione del segmento oculare che fa parte di una più ampia dinamica di tensione e immobilizzazione della faccia, del collo e delle spalle, elementi tutti di una risposta di orientamento difensivo incompleta.

Espressioni facciali denotanti spavento, atteggiamenti ipervigilanti, gestualità e postura fortemente contratta comunicano al nostro cervello in modo diretto, stimolando le regioni encefaliche che elaborano le emozioni e quelle che principalmente ci preparano all’azione.25 Per questo le persone con elevati livelli di paura non elaborata possono incontrare difficoltà relazionale e attrarre a se persone speciali ma non sempre adatte alla loro complessità.

 

Sviluppo neuroaffettivo e traumi evolutivi

Genitori cresciuti in periodi di guerra ed educati con metodi coercitivi punitivi potrebbero aver ereditato alti stati di dissociazione o incapacità di autoregolare le proprie emozioni.

Quando i bambini non ricevono l’attenzione, il contatto fisico, il nutrimento e l’amore di cui hanno bisogno, possono crescere continuando a cercarli e al tempo stesso temendoli. Se i loro bisogni non vengono soddisfatti, i bambini non imparano a riconoscerli, non li sanno esprimere e spesso sentono di non meritare che questi vengano soddisfatti.

Nei mammiferi l’attaccamento rappresenta la spinta naturale che porta i cuccioli ad avvicinarsi agli adulti e gli adulti a prendersi cura di questi. Nella nostra specie la relazione bambino – caregivers è oggi considerata una delle dinamiche più importanti, su cui si fondano le basi dell’intera esistenza umana, modulando lo sviluppo dei primi circuiti neurali su cui si struttureranno l’organismo e la personalità dell’individuo.

Ma un bambino non ha scelta, senza la relazione di cura che gli può arrivare dagli adulti non riuscirebbe da solo a rimanere in vita; in questo stadio iniziale del nostro viaggio sulla Terra siamo completamente dipendenti ed impotenti.

L’altro bisogno essenziale dell’essere umano è l’autenticità, essere noi stessi, sapere chi siamo e cosa sentiamo. E questo è un altro bisogno essenziale per la nostra sopravvivenza poiché nei lunghi millenni di evoluzione della nostra specie, vivendo nella natura a contatto con ogni genere di pericolo, sentire il corpo e percepire l’ambiente con chiarezza era un’imperativo di sopravvivenza.

Per questo l’autenticità è altrettanto importante quanto l’attaccamento.26  Ma cosa succede nei primi anni di vita quando l’autenticità minaccia l’attaccamento? Il bimbo reprime le proprie emozioni per paura di perdere la relazione con gli adulti. Un puro adattamento che interiorizzato e vissuto inconsciamente per anni porta a perdere la capacità di essere in connessione con noi stessi e con gli altri. Poter rimanere a contatto profondo con le nostre emozioni è la condizione imprescindibile per  un’esistenza sana e vitale.27

 

Individuo e società

Quale impatto possono aver avuto sull’individuo e quindi sul benessere della comunità , una famiglia ed una scuola in cui siamo stati educati nella vecchia modalità coercitiva punitiva e in cui di sovente non siamo stati sostenuti nello scoprire la nostra creatività e i nostri reali talenti ma ci hanno imposto traguardi e obiettivi prefissati e sottoposto al loro giudizio?

Molti di noi, forse la maggior parte, sono stati allevati in un’atmosfera di pressione, tensione e confronto, dove sono stati giudicati e valutati in base al rendimento e all’apparenza piuttosto che all’essere. Questo tipo di condizionamento è profondamente radicato nelle società nelle quali cresciamo e viene trasmesso inconsapevolmente ed automaticamente da una generazione all’altra. Quando veniamo allevati in un contesto di questo tipo, finiamo col portarci appresso, nella testa e nel corpo, un pesante carico di paura e vergogna. Il senso del Sé viene danneggiato e perdiamo il nostro innato senso di fiducia e apertura mentale.28

Quando la paura è negata e non riconosciuta, viene cacciata nei recessi  della coscienza, da dove esercita un’influenza potente e spesso invalidante sulle nostre vite. Nonostante i tentativi di nasconderla con ogni tipo di compensazione e assuefazione, finché rimane una forza nascosta essa può causare ansia cronica, sabotare la nostra creatività e renderci rigidi, sospettosi e ossessionati dalle sicurezze oppure portarci a disposizioni di sottomissione alternata a dominanza.

In questo modo però, l’uomo può arrivare a divenire la minaccia principale per se stesso e per i suoi simili.

 

Solo un grande business?

In questo senso nei secoli possiamo facilmente osservare l’ampliarsi della spirale di violenza e impotenza generata dall’uso della paura per educare e governare i popoli.

Lo sviluppo delle odierne ossessioni securitarie nasce indubbiamente  dalla consapevolezza dell’effetto della paura sugli individui.

Questi se sottoposti ad un continuo bombardamento mediatico relativo ad eventi di cronaca nera, guerre e calamità naturali, perderanno rapidamente fiducia in se stessi e  nella vita, delegando il loro potere personale in favore di una protezione da parte di strutture e organizzazioni considerate competenti.

A quanto pare però oggi nonostante la presenza di nuove leggi spesso addirittura lesive della privacy e inclini a limitare la libertà personale, i vasti e onerosi apparati statali e privati di sicurezza rappresentati dai corpi di polizia, le innumerevoli strutture carcerarie o ancora le varie misure detentive e domiciliari in atto nei vari paesi, l’installazione di infinite telecamere per monitorare ogni dove, l’ansia compulsiva di vedere ovunque pericolo e filmare ogni cosa con i nuovi modelli di smartphone, la presenza dei militari sparsi nei luoghi strategici in molte città, non bastano a lenire questo bisogno di protezione divenuto così profondo.

La paura del giudizio o della pena sembra non riuscire assolutamente a lenire gli impulsi di predazione e sopravvivenza nella nostra specie.

 

Teoria polivagale, coinvolgimento sociale ed interrelazione

Poiché le moltitudini, in ogni caso, sono costituite da individui, torniamo a vedere insieme come funziona uno dei meccanismi naturali sviluppato in noi da millenni per gestire la paura.

Dagli anni ’90, gli studi del neuroscienziato Stephen Porges, approfondendo le funzioni del nervo vago nell’ambito delle risposte autonomiche agli stimoli ambientali e relazionali,  hanno fatto luce sulle relazioni che intercorrono tra fisiologia e comportamento.

In presenza di una minaccia reale o percepita dal nostro organismo, il sistema nervoso elabora rapidamente le informazioni disponibili per disporsi ad una reazione di autoconservazione.

In sintesi le vie principali di risposta ad uno stimolo potrebbero essere:

Blocco e chiusura                                 Nervo Vago Dorsale

Lotta o fuga                                           Sistema Simpatico

Coinvolgimento sociale                       Nervo Vago Ventrale

In una situazione equilibrata organismi resilienti potrebbero oscillare fluidamente tra queste tre tipologie di risposta fisiologica in reazione all’intensità degli stimoli. Ma in società incapaci di elaborare i traumi transgenerazionali del passato e basate sull’uso della paura per educare e regolare le dinamiche interpersonali, alcuni di questi circuiti neurofisiologici potrebbero essere maggiormente attivati, generando nella collettività comportamenti fortemente disadattativi.

E’ la capacità di leggere le emozioni, la postura, i movimenti e la mente degli altri che ci permette di non congelarci o di non attaccare in risposta all’avvicinarsi di un altro essere umano. E’ l’attività del vago ventrale, le cui innervazioni si diramano fino all’altezza della nostra pancia, che ci permettono di sentire, visceralmente, la vicinanza empatica dei nostri simili e non vivere in uno stato di costante paura.

Lo sviluppo negli umani di questa branca del sistema nervoso coordinata e integrata al resto dell’organismo in millenni di evoluzione, è un salto quantico a livello filogenetico che potrebbe portare naturalmente la nostra specie a comportamenti empatici di solidarietà e realizzazione della meravigliosa interrelazione insita nell’esistente.

 

La fiducia: porta aperta alla meraviglia del cuore

Per esperire una percezione reale di sicurezza, possiamo incontrare insieme la paura. Gli occhi, il sorriso, gli abbracci e il tono della voce di chi è al nostro fianco stimolano l’organismo a lasciare andare gradualmente gli schemi di difesa, le tensioni muscolari, le corazze protettive di cui ci siamo dotati inconsapevolmente.

La fiducia che sboccia, divampa e matura nelle relazioni interpersonali, porta ad accettare la nostra vulnerabilità, a lenire il giudizio nei confronti della diversità ed approdare alla naturale meraviglia del cuore…

 

Jerry Diamanti

leviedolci@gmail.com

www.equilibrinaturali.net

 

1 Levine P., Somatic Experiencing. Esperienze somatiche nella risoluzione del trauma, Astrolabio, 2014

2 La parola emozione ha origine dal latino emovèreex movere, l’etimo suggerisce un’impulso, un moto che ci attraversa, transita da noi verso l’esterno.

3 S.M. Rodrigues, J.E. LeDoux, R.M. Sapolsky, The influence of stress hormones on fear circuitry, Neuroscience 2009. 32:289–313

4 LaBar KS, LeDoux JE. Coping with danger: the neural basis of defensive behaviors and fearful feelings. In Handbook of Physiology, Section 7: The Endocrine System, Vol. IV: Coping with the Environment: Neural and Endocrine Mechanisms, ed. BS McEwen, pp. 139–54. New York: Oxford Univ. Press. 2001.

5 McEwen BS. 2003. Mood disorders and allostatic load. Biol. Psychiatry 54:200–7. Sapolsky RM, Romero LM, Munck AU. How do glucocorticoids influence stress responses? Integrating permissive, suppressive, stimulatory, and preparative actions. Endocr. Rev. 21:55–89, 2000

Moskowitz, A.K., Sacerd stiff: Catatonia as an evolutionary – based fear response, Psychological Review 111, 2004.  Zohler, L.A., Translational challenge with tonic immobility”, Clinical Psychology: Science and Practice, 15, 2008

 Levine P., Somatic Experiencing. Esperienze somatiche nella risoluzione del trauma, Astrolabio, 2014

8  Van der Kolk B., Greenberg,M.,Boyd,H. Krystal,J., Inescapable shock, neurotransmitters and addiction to trauma, Biological Psychiatry, (1985)

9 In base all’assioma di Hebb, neuroni che sono eccitati contemporaneamente tenderanno ad essere attivati insieme anche in seguito. (Hebb D.O., L’organizzazione del comportamento: una teoria neuropsicologica, F.Angeli, 1975). Questa evidenza supportata dalle attuali ricerche era stata già intuita nel 1888 da Freud che aveva postulato una “legge dell’associazione” che proponeva lo stesso fenomeno. (Freud S., Progetto di una psicologia, Opere vol.2, Boringhieri, 1967)

10 Carlson N.R., Physiology of behavior (9a ed), Pearson Education, 2007; van IJzendoorn, Caspers, Bakermans-Kranenburg et al., “Methylation matters: Interaction between methylation density and serotonin transporter genotype predicts unresolved loss or trauma”, Biological Psychiatry, 68,5 pp 405-407, 2010

11 Diamond DM, Campbell AM, Park CR, Halonen J, Zoladz PR. 2007. The temporal dynamics model of emozional memory processing: a synthesis on the neurobiological basis of stress-induced amnesia, flashbulb and traumatic memories, and the Yerkes-Dodson law. Neural Plast. 2007:1–33, Art. 60803

12 Levine P., Trauma e memoria. Una guida pratica per capire ed elaborare i ricordi traumatici. Astrolabio, 2018

13 Bottaccioli F., Psiconeuroendocrinoimmunologia. I fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo. Le basi razionali della medicina integrata. Red!, 2005

14  Porges S.W., La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Fioriti Ed., 2014

15 Levine P., Trauma e memoria. Una guida pratica per capire ed elaborare i ricordi traumatici. Astrolabio, 2018

16 Siegel D.J., La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, II ed., Ed. Cortina, 2017

17 Van der Kolk B., in prefazione di Levine P., Trauma e memoria. Una guida pratica per capire ed elaborare i ricordi traumatici. Astrolabio, 2018

18 Choudhury S., Slaby J., Critical neuroscience: A handbook of the social and cultural context. Wiley-Blackwell, 2012

19 Siegel D.J., La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, II ed., Cortina Ed. 2017

20 Levine P., Trauma e memoria. Una guida pratica per capire ed elaborare i ricordi traumatici. Astrolabio, 2018

21 Sortres-Bayon F., Bush D.E.  e Le Doux J.E., “Emotional preservation: un update on prefrontal-amigdala interactions in fear extintion”, Learning and Memory, 11, n.5

22 Van der KolK B., in prefazione di Trauma e memoria. Una guida pratica per capire ed elaborare i ricordi traumatici. Astrolabio, 2018

23 Heller L., La Pierre A., Guarire i traumi dell’età evolutiva. L’influenza del trauma precoce sull’autoregolazione, l’immagine del sé e la capacità di relazione. 2018

24 ibid.

25 De Gelder B., Emotions and the body, Oup USA 2016

26 Maté G., When The Body Says No: Mind/Body Unity and the Stress- Disease Connection, Original Video Published on scienceandnonduality Youtube Channel, The need for authenticity,  https://www.youtube.com/watch?v=pUGGNPAK6uw

27 Heller L., La Pierre A., Guarire i traumi dell’età evolutiva. L’influenza del trauma precoce sull’autoregolazione, l’immagine di sé e la capacità di relazione, Astrolabio, 2018.

28 Krishnananda, Amana, A tu per tu con la paura. Vincere le proprie paure per imparare ad amare, Feltrinelli, 2009