Il recente disastro a Genova mi ha lasciata molto triste e arrabbiata.  Come molti di noi ho letto tutto quello che ho trovato sui fatti avvenuti, e ho visto più volte i video del crollo, le interviste, le riflessioni.

Ho letto cose che condivido, e altre che non condivido, come capita ad ognuno di noi. Ora, dopo alcuni giorni, voglio scrivere alcune riflessioni personali. Ritengo che chi è responsabile, a qualunque livello, di questa tragedia, è importante che si faccia carico delle sue responsabilità. O che venga obbligato a farsene carico.

Tuttavia mi sembra anche importante ampliare il campo di riflessione al contesto nel quale è inserito quanto è accaduto.

Mi riferisco alla visione del mondo e della realtà che abbiamo, che informa l’etica, la politica, le relazioni, l’economia, la medicina, la scienza. Insomma tutto il mondo in cui viviamo. Questo perché il crollo del ponte Morandi non è un fenomeno isolato, scollegato dalla filosofia con la quale viviamo.

Qual’è  la filosofia che ha generato questo disastro?

Può sembrare strano usare questa parola, filosofia. Utilizzo questo termine in modo molto concreto. Sono le aspettative, le credenze, i modi di pensare inconsci assorbiti con l’uso, ma attraverso i quali facciamo le nostre scelte, tutto ciò che modella i nostri comportamenti.

E’ la filosofia della nostra società. Quella filosofia che crea differenze sociali, che distrugge l’ambiente, che fa scegliere di dislocare le industrie nei paesi dove non ci sono regole a tutela dei lavoratori, che discrimina le donne o gli uomini, i bianchi, i neri, gli omosessuali o gli eterosessuali, i Rumeni, gli Americani, chi ha i capelli rossi o biondi, chi non fa i vaccini oppure chi fa i vaccini, quelli di sinistra, quelli di destra, il marito, la moglie, il collega, la capoufficio.

Ma anche la filosofia che applichiamo a noi stessi, attraverso la quale riteniamo di avere parti sporche, malate, o da cambiare perché sbagliate.

Quindi, qual’è la filosofia che ha portato a questo disastro? Credo che si tratti di un errore di percezione. E’ l’errore percettivo che fa sì che vediamo, ci percepiamo, e ci consideriamo separati da tutto ciò che è intorno a noi.
Io sono diversa da te.

Ponte Morandi prima del crollo, foto L. Licalzi

Un Errore Percettivo

Ancora più profondamente: Io non sono Te. Io non sono il mondo, Io non sono il mio collega, Io non sono la persona con me sull’autobus. Io non sono chi va in auto sul ponte di Genova e può morirci.

Perché si tratta di un errore percettivo?

E’ chiaro, evidente che c’è un confine reale che delimita il mio corpo: la mia pelle è il mio confine. Questo è valido anche per i miei pensieri? Forse, ma molte tradizioni, e anche varie esperienze personali mi fanno dubitare di questa affermazione.

E’ vero che  abbiamo un’identità che è unica, differente da quella di qualsiasi altro. Eppure questo non è tutto. Anzi questo è proprio il problema. Perchè la dominanza dell’identità in noi è così forte che ci fa perdere di vista che abbiamo un’identità ma non siamo quell’identità.

Intendo dire che chi siamo è più ampio della nostra identità.

La vita è relazione

Riprenderò tra breve questa linea di pensiero, perchè prima c’è un altro punto da considerare relativamente al quale l’assunzione che siamo entità separate da ciò che ci circonda è evidentemente falsa. Questo livello è molto importante perchè riguarda la nostra sopravvivenza sia individuale che come specie.

In quanto esseri viventi gli esseri umani non possono vivere se non in relazione. In relazione con gli altri e in relazione con il tutto: l’aria, il cibo, l’acqua, gli alberi, gli animali, gli altri esseri umani, con sè stessi. Non possiamo sopravvivere senza aria, senza acqua, senza cibo, senza relazioni. Non saremmo sopravvissuti se alla nascita non avessimo avuto una madre che ci amava.

Quali sono le conseguenze del nostro errore percettivo e della  prospettiva filosofica che ne deriva?

Le conseguenze sono significative. Sono che non considero della stessa importanza ciò che accade a me da ciò che accade o può accadere al mio vicino, ad un altro essere umano. E quindi utilizzo scale di valore differenti, e dò priorità differenti a me e all’altro. Posso arrivare a considerare irrilevante se schiaccio un altro essere umano, perchè non lo sto facendo a me. Se inquino un fiume o brucio una foresta, perchè non sono il fiume  e la foresta. O se lascio crollare un ponte.

Io sono l’Altro. Io sono il fiume e la foresta. Io sono il Ponte

Invece non è vero, tutto quello che faccio, lo sto facendo anche a me. Perchè Io sono l’altro. Io sono il fiume e la foresta. Io sono il ponte.

Il movimento dell’Ecologia Profonda  (Joanna Macy, A. Naess,  J. Seed, Vandana Shiva e molti altri ) approfondisce in modo scientifico e poetico insieme questi aspetti.

L’astronauta Edgar Mitchell ne ha fatto l’esperienza diretta  quando ha visto il nostro pianeta nella spazio mentre era in orbita intorno alla luna. Una volta rientrato sulla terra ha usato tutto il suo potere e le sue risorse per investigare questo aspetto, fondando il Noetic Science Institute.

I mistici di tante tradizioni hanno cercato di comunicarlo.

La proposta del pensiero sistemico

Gregory Bateson, esponente importantissimo del pensiero sistemico che ha sviluppato tutto il suo lavoro su questo aspetto, poneva una domanda:

…..cos’è che collega una balena con una stella, e noi con loro?

La sua risposta era che il mondo, il cosmo è un network di relazioni in cui una parte non esiste MAI di per sè stessa, ma solo come parte della relazione con tutto ciò che esiste.

Alcuni collegamenti e nodi della rete sono visibili, altri invisibili (vedi le ricerche di Prigogine, nobel per la chimica).

La salute di ogni elemento della rete risiede nel riconoscere che ciò che è positivo per sè può essere ESCLUSIVAMENTE  cio’ che e’ positivo anche per l’intera rete.

Non è superfluo ricordare che noi siamo parte di questo network. E che questa regola vale anche per l’essere umano.

Le tradizioni sapienziali hanno espresso questo concetto in molti  termini, ed è sempre stato un concetto fondamentale in ognuna di esse.

Alcuni esempi.

  • Nella nostra tradizione la tradizione Cristiana recita: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
  • Le filosofie orientali (lascio volutamente il senso generico) parlano spesso di Karma, come legge di causa-effetto: ogni azione genera un effetto che si riflette su chi ha fatto l’azione.
  • Nella tradizione Buddhista il concetto di interdipendenza. Il monaco Vietnamita  Thich Nhat Hanh ci racconta con parole semplici e poetiche come noi siamo una viva e vibrante manifestazione della Terra, e come sia importante riconoscere la Terra come nostra Madre.

Se leggiamo questi esempi collegandoli con ciò che esprime la teoria dei sistemi è interessante notare come dicano la stessa cosa: poichè siamo in un universo dove tutto è in relazione con tutto, qualunque cosa facciamo ad un altro, la stiamo facendo anche a noi stessi e la stiamo facendo al tutto.

Un altro modo per riconnettersi con la realtà che il mondo è il nostro corpo esteso, come lo chiama Joanna Macy , esponente del movimento dell’Ecologia Profonda, è quello di utilizzare la nostra capacità di amare. Quando ci apriamo all’amore agiamo nell’interesse della persona che amiamo. Aprire il cuore e ampliare la nostra capacità di amare si traduce in un superamento del blocco separativo creato dall’identificarci con la nostra identità. Permette il riconoscimento dell’unità con l’altro da me.

Quando siamo innamorati non percepiamo nessuna separazione e facciamo tutto quello che possiamo per colui o colei di cui siamo innamorati; e traiamo da ciò grande gioia e nutrimento.

Adrenalina e ossitocina: competere o amare

E infine, trovo importante ricollegare questi livelli con la nostra realtà fisica, perchè la filosofia di cui sto parlando, dicevo fin dall’inizio, è molto concreta. La differenza tra separazione e connessione ha una realtà biologica. A livello organico infatti, questa è la differenza tra adrenalina e ossitocina.

La presenza di adrenalina, favorisce il comportamento competitivo, ci aiuta nella lotta e nella fuga, nella protezione della prole e nel darci la spinta per raggiungere i nostri obiettivi, ma in determinate condizioni, guida i comportamenti aggressivi e violenti. Sotto la dominanza di quest’ormone io sono io e gli altri sono estranei.

L’ossitocina invece viene chiamata da Michel Odent l’ormone dell’amore. E’ presente nella fase dell’innamoramento. E’ presente in elevate quantità quando una donna partorisce. E anche il padre produce ossitocina se può tenere in braccio il neonato e stare con lui e la madre, senza essere disturbati, nelle ore immediatamente dopo la nascita. L’ossitocina è la sostanza che favorisce lo strutturarsi dei legami, dell’amore. Sotto la dominanza di quest’ormone io e l’altro siamo uniti nell’amore e ci prendiamo cura l’uno dell’altro.

Il rischio dell’impotenza

Perchè questa riflessione diventa importante oggi, al cospetto delle vittime del crollo del ponte a Genova?

Per due motivi.

Il primo: trovare e punire i responsabili di questa tragedia non è sufficiente affinchè non si verifichi un’altra volta.
Perchè eventi come questi non si verifichino più è necessario un cambiamento radicale nel nostro modo di percepire noi stessi e la nostra relazione con gli altri e il mondo.
Passare da una cultura della competizione e del conflitto, ad una cultura del prendersi cura. Da una cultura della separazione, ad una cultura del riconoscere l’interdipendenza tra tutto ciò che esiste. Una cultura che agisca in accordo con questi principi.

E il secondo motivo è che di fronte ad eventi come questi, di fronte alla cattiva politica, alle guerre, alle ingiustizie, dopo il momento di rabbia è facile cadere nell’impotenza.

L’impotenza di essere una briciola di fronte all’enormità della macchina del potere e dell’avidità.

Ma dobbiamo ricordarci che anche l’impotenza è un aspetto dell’errore percettivo di considerarci separati. La realtà è che siamo parte, facciamo parte del network di tutto ciò che esiste.  Siamo parte della natura e siamo parte della società.

Che cosa portiamo di noi nel mondo?

La qualità che portiamo nella natura e nella società fa una differenza.

Ciò che veramente possiamo fare, nel nostro piccolo, è portare fin nel profondo di noi stessi la consapevolezza che noi siamo l’altro, e siamo il mondo, e siamo il ponte.

Incarnarla.

Aprire il cuore.

Diventare amanti appassionati del mondo.

Ma anche diventare consapevoli di quanto siamo distanti da questa capacità di amare, per poter lavorare con i blocchi del nostro cuore ed espandere la nostra capacità di amare e di prenderci cura.

Così da poter agire con amore in ogni nostro più breve momento, e in ogni nostra più piccola azione.

Nel mondo. Con gli altri.

E, prima ancora, con noi stessi.

 

 

Claudia Panìco

claudia@claudiapanico.com

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