La prima cosa che mi ha fatto innamorare della cultura andina è stata la sua semplicità. La stessa semplicità che ritrovi negli occhi di questo popolo, umile e felice, che vive spesso in condizioni che a noi occidentali parrebbero impossibili. Il lavoro duro, l’altura che toglie il fiato, uno stile di vita d’altri tempi, sembrano aver fortificato la pace interiore degli andini che con il loro sorriso aperto, spesso amano ridere proprio come bambini.

La maggior virtù della loro cultura è il rispetto per la Pachamama, così come viene chiamata Madre Terra in quechua, che ringraziano e benedicono esattamente come farebbero dei figli amorevoli e rispettosi. La pratica spirituale più comune e popolare all’interno di questa tradizione è chiamata “ayawariska” o anche despacho e consiste in un rituale di offerta, costruita come una sorta di mandala e che viene poi bruciata sul fuoco o interrata. Sulle Ande ogni “paqo” o sacerdote-sciamano, offre alla Pachamama ed agli “Apus” o spiriti delle montagne, la propria offerta quotidianamente.

Ande

Ande

Anche il Padre Sole, “Tayta Inti”, è posto al centro della tradizione sciamanica andina. Questa cultura era profondamente connessa col sole non solo come fenomeno fisico, visto come espressione di luce e calore, ma soprattutto come manifestazione del Padre Cosmico. Gli andini si definivano “Inti Churi”, cioè figli del sole e la stessa parola Inka, significa luce solare o anche figlio della luce. Per la cultura andina l’uomo è il figlio del sole ed ha quindi gli stessi attributi e lo stesso potere del sole, è cioè un piccolo sole, fatto di luce ed energia. La convinzione degli andini è quella di essere quindi figli della  Pachamama e di Tayta Inti e della loro relazione amorosa. Il sole feconda la terra ogni giorno permettendo la vita sul pianeta, dove gli andini hanno imparato a rispettare ogni cosa come facente parte di un’unica grande famiglia.

Come figlio della Madre Terra e del Padre Sole, l’essere umano possiede tre poteri fondamentali: “Munay”, il potere del cuore, l’amore puro, “Llankay”, il lavoro, il servizio e “Llachay”, la saggezza e consapevolezza. Il compito dell’uomo è quello di condividere e lasciar fluire nella sua vita questi tre grandi poteri per far germogliare in sé il seme dell’Inka, il seme della divinità che esiste in ognuno di noi. Si dice che se l’uomo riuscirà in questo intento, allora l’umanità si evolverà brillando come il padre sole.

Secondo la visione andina, il potere del munay corrisponde al potere dell’amore puro. L’amore per gli andini non può essere trattenuto o posseduto, è invece l’espressione di un’apertura, di una liberazione, verso la nostra essenza divina, verso lo spirito. Il munay è anche il primo potere che il paqo deve sviluppare poiché l’apertura del cuore è il primo passo verso la conoscenza della propria forza interiore.

Il secondo potere è lo llankay ovvero il lavoro o servizio. I figli del sole concepivano il lavoro ed il servizio come un’opportunità per aiutare la Pachamama a creare abbondanza e prosperità per

Altare

Altare

tutta la comunità. Lo llankay è la materializzazione stessa dell’amore, il servizio per gli altri, per la comunità e per la Madre Terra. E’ il potere di chi ha sviluppato la capacità di condurre, insegnare e guidare una comunità ed è connesso all’”ayni”, ovvero alla legge universale della reciprocità con ogni forma di vita e con la Pachamama, che impone una grande attenzione all’armonia ed al bilanciamento energetico fra il prendere ed il dare.

Il terzo potere, lo llachay, consiste nella saggezza e nella consapevolezza e deriva dalla comprensione di ciò che siamo realmente, essenza divina frutto del puro amore. Chi raggiunge lo stato del “Tuqui llachay niu” sperimenta l’esperienza di essere uno con tutto il cosmo vivente, uno con la divinità e consiste in pratica nell’illuminazione. I maestri andini raccontano che quando si arriva a questo stato di coscienza, appare un colibrì, detto il messaggero del cosmo, che vola sopra l’illuminato e succhia il nettare dalla fontanella della sua testa. Simbolicamente questa immagine significa che ognuno di noi è un fiore in grado di poter aprire i propri petali e donare all’universo il suo nettare profumato ovvero la sua coscienza illuminata.

Secondo la visione andina, i tre poteri riguardano anche l’universo poiché l’uomo è un suo frattale. Pur non esistendo nella tradizione andina il concetto di paradiso, purgatorio ed inferno, abbiamo una ripartizione in tre anche dei mondi.

Quello più in basso, chiamato “Uku Pacha” ovvero il mondo oscuro dell’energia densa e pesante, ha come simbolo il serpente.

Il serpente, dicono gli indios, possiede il segreto dell’evoluzione: è un maestro del tempo e della trasformazione nel suo continuo cambio di pelle che non lo fa invecchiare mai. Insegna quindi all’uomo l’arte di liberarsi dell’energia pesante chiamata “hucha”, accumulata nelle sue esperienze. Secondo questa visione l’uomo può proseguire nel suo cammino evolutivo se è in grado di lasciar andare ogni ferita, ogni dolore che si genera da relazioni non armoniche o di non reciprocità, dove non viene cioè rispettata la legge dell’Ayni.

Q'eros

Q’eros

Il secondo mondo, il mondo di mezzo, è il “Kay Pacha”, il mondo in cui viviamo, il mondo delle relazioni, simboleggiato dal puma. Il puma è un maestro guerriero per la sua capacità di rimanere sempre concentrato ed attento nell’affrontare con coraggio la vita, la morte ed i cambiamenti. Il puma come dicono gli andini, sa aspettare paziente la sua preda, si muove con agilità e grande attenzione, agisce di nascosto, senza farsi vedere. Ci insegna a liberarci del nostro ego e della nostra importanza personale, ad agire con intento, impeccabilità e consegna.

Il terzo mondo, quello più elevato, si chiama “Hanaq Pacha” o mondo di sopra, è il regno dello spirito o mondo del condor. Questo animale, dotato di un’apertura alare che può arrivare anche ai tre metri, è uno dei simboli principali della cultura andina. Il condor ci guida nella possibilità di elevarci e vedere la perfezione della vita, di ogni singolo istante, di ogni presente per sperimentare l’infinito, l’atemporalità e la luce eterna.

Il paqo andino è consapevole che tutto nell’universo è vivo ed interdipendente, come unito da una rete di infiniti ed invisibili filamenti energetici. Conosce i tre poteri ed i tre mondi ed il seme divino che sta in lui.  Deve saper ascoltare la saggezza del suo corpo fisico e potersi liberare dell’energia pesante, amando e rispettando Madre Terra ed ogni essere vivente. E’ un guerriero di luce, un frammento del mistero infinito, che combatte la sua battaglia fiorita contro l’ombra che esiste dentro al suo cuore.

 

di Luigi Jannarone