Clinici e ricercatori che si occupano di persone che hanno vissuto traumi cronici si confrontano quotidianamente con le reazioni di attacco-fuga o immobilizzazione. I nostri pazienti (e qualche volta i colleghi) si offendono per nulla e spesso disorganizzano la loro e la nostra vita perché si arrabbiano o si vergognano o si paralizzano troppo. Piccole irritazioni si trasformano facilmente in catastrofi; anche piccoli problemi di comunicazione diventano difficili da sanare, trasformandosi in conflitti interpersonali drammatici. Il balsamo della gentilezza umana, così importante per rendere la vita sopportabile, molto spesso fallisce nel controbilanciare la disperazione, la rabbia, il terrore di persone che hanno vissuto traumi ed abbandoni”  Bessel van der Kolk

Alle soglie del nuovo millennio, alla luce delle attuali condizioni planetarie e delle più recenti comprensioni scientifiche, abbiamo assolutamente bisogno di considerare insieme cosa possa voler dire realmente essere umani…

La disposizione ad esplorare il mistero e la meraviglia della nostra specie può alimentarsi oggi di una nuova visione d’insieme emersa dalle moderne scienze “cutting-edge”, approcci sistemici integrati che superano le vecchie categorie del sapere, chiuse in compartimenti specialistici, per approdare al rispetto dell’esperienza soggettiva e al dialogo transdisciplinare odierno.

Nulla è separato: la continua interrelazione tra le galassie, le stelle, i pianeti del sistema solare, gli elementi dell’atmosfera terrestre, i vegetali, gli animali e gli umani rende possibile la vita come equilibrio, parte di un processo evolutivo profondamente interconnesso. L’epigenetica chiarisce l’importanza di tali equilibri, l’influenza dei fattori ambientali e delle esperienze nell’attivare o inibire la trascrizione di determinate parti del nostro genoma. La biologia evoluzionistica spiega come nei millenni infinite sfide legate alla sopravvivenza abbiano plasmato la neurofisiologia che incarniamo, differenziandoci dagli altri animali e producendo i complessi tessuti neocorticali attraverso i quali sperimentiamo le magnifiche rappresentazioni della realtà che chiamiamo pensieri.

Ma quali sono gli stadi evolutivi e le esperienze primarie che influenzano la nostra salute e il nostro metabolismo?  E l’idea che abbiamo del mondo e di noi stessi è determinata solo dai fattori ambientali e culturali in cui siamo cresciuti?

Disturbi da Stress Post Traumatico ed epidemiologia alla fine del XX°secolo

I disturbi da stress post traumatico hanno iniziato ad essere presi seriamente in considerazione in ambito scientifico solo negli anni ’80, periodo in cui hanno fatto il loro  ingresso nei manuali diagnostici. In quegli anni l’attenzione della comunità internazionale  era per lo più rivolta ad episodi ritenuti comunemente traumatici come le guerre, le catastrofi naturali, gli incidenti automobilistici, le cadute, le aggressioni o le violenze sessuali.

Un’intuizione della correlazione tra problemi psicologici, di salute ed esperienze avverse nell’età evolutiva risale al 1985, anno in cui il Dott. Vincent Felitti svolgendo ricerche nell’ambito di un programma di intervento legato al problema dell’obesità osservò che il più alto tasso di abbandoni del programma si riscontrava in modo inaspettato proprio tra le persone per cui tale trattamento aveva successo nella perdita di peso.

Da qui l’indagine più approfondita sul motivo di un risultato tanto inaspettato e l’emergere, dalle testimonianze dei pazienti, che molti di loro usavano in modo inconsapevole il cibo e l’obesità come modo per difendersi dall’attenzione sessuale o come difesa da possibili aggressioni fisiche. Molti di loro inoltre avevano subito episodi di abusi o aggressioni durante l’infanzia.

Adverse Childhood Experience Study

Negli anni successivi le drammatiche comprensioni emerse furono approfondite negli Stati Uniti da uno studio epidemiologico sulla salute pubblica che coinvolse migliaia di partecipanti, sostenuto dai Centers for Desease Control and Prevention (CDC)2 e dal Dott. Robert Anda. Nel corso di visite mediche specialistiche, ad un campione di 17421 persone partecipanti, fu sottoposta una serie di domande specifiche rispetto al loro passato, ad eventuali esperienze vissute da bambini ed al loro presente stato psicologico e di salute. Il tutto fu analizzato attraverso dettagliate ricerche biomediche, psicologiche e biopsicosociali.

I risultati si rivelarono sorprendenti e trasformarono completamente il modo in cui la scienza oggi riconosce l’impatto deleterio dei traumi dell’età evolutiva sulla salute degli adulti e sulle dinamiche sociali della società contemporanea.

Dal 2007 il Dott. Anda ha sviluppato un nuovo modulo di ricerca, una scheda composta di domande in cui si associa un valore numerico alle risposte date dagli intervistati, il questionario Adverse Childhood Experiences. Questo è composto da 10 differenti quesiti rispetto a possibili eventi traumatici in cui possiamo essere incorsi dagli anni dell’infanzia fino alla maggiore età.

E’ importante comprendere che la lettura stessa delle domande del test può essere fonte di stress per alcuni di noi. Pur ritenendone opportuna la pubblicazione per la comprensione degli ambiti di indagine, suggerisco vivamente di non leggere i quesiti in riferimento alla nostra storia personale.

Questionario ACE

  1. E’ successo che un genitore o un adulto in famiglia spesso o molto spesso … Abbia imprecato nei tuoi confronti, ti abbia insultato, sottomesso o umiliato? O agito in modo da incutere in te la paura di poter essere aggredito fisicamente?

  2. E’ successo che un genitore o un adulto in famiglia spesso o molto spesso… Ti abbia spinto, stretto improvvisamente, schiaffeggiato o abbia tirato qualcosa contro di te? O ti abbia mai colpito così forte da lasciarti i segni o ferirti?

  3. E’ successo che un adulto o una persona più grande di te di almeno 5 anni… Ti abbia toccato, accarezzato o si sia lasciata toccare fisicamente in modo sessuale? O abbia tentato o ottenuto di avere relazioni orali, anali o vaginali con te?

  4. Hai sentito talvolta o molto spesso che… Nessuno della tua famiglia provava amore nei tuoi confronti o pensava a te come una persona importante o speciale? O che nella tua famiglia non ci si prendeva cura gli uni con gli altri, non ci si sentiva vicini, non ci si supportava a vicenda?

  5. Hai sentito talvolta o molto spesso che… Non hai avuto abbastanza da mangiare, dovevi indossare abiti sporchi e nessuno ti proteggeva? O i tuoi genitori sono mai stati troppo ubriachi o fatti per prendersi cura di te o portarti da un dottore se ne avevi bisogno?

  6. Ti è mai successo di perdere un genitore biologico per via di un divorzio, un abbandono o altri motivi?

  7. E’ successo che tua madre o la tua madre adottiva: sia stata talvolta o molto spesso spinta, stretta improvvisamente, schiaffeggiata o le sia stato tirato addosso qualcosa? O a volte, o spesso presa a calci, picchiata, colpita da un pugno o con qualcosa di duro? O sia stata mai colpita ripetutamente per alcuni minuti o impaurita con una pistola o un coltello?

  8. Hai vissuto con qualcuno che abbia avuto problemi o dipendenze con l’alcool, o che abbia fatto uso di sostanze stupefacenti?

  9. Era un membro della tua famiglia depresso o con problemi di salute mentale, o qualcuno in famiglia ha tentato il suicidio?

  10. Qualche componente della tua famiglia è stato mai in prigione?

Anda e Felitti hanno scelto di inserire nel modulo delle domande rispetto a specifici tipi di trauma perché questi ricorrevano di frequente nelle loro ricerche, ma oggi sappiamo che esistono numerose altre cause3 di possibili future disregolazioni fisiologiche e distorsioni psicologiche dell’individuo.

Quelle più comuni possono essere: essere stati testimoni di abusi sessuali, aver fatto esperienza della perdita di un genitore o di un nonno che si prendeva cura di noi, non aver avuto un luogo fisico considerato come casa sicura o essere senzatetto, aver avuto gravi incidenti, essere separati dai genitori in età neonatale, aver subito  interventi chirurgici, ospedalizzazioni e in alcuni casi essere stati adottati.

L’attività di ricerca e studio dei dati ottenuti negli Stati Uniti dal questionario ACE ha portato ad alcune rilevanti evidenze: le esperienze avverse nell’età dello sviluppo sono piuttosto comuni, il 64% degli adulti intervistati ne ha vissuta almeno una. Esse danneggiano il cervello dei bambini e portano a cambiare il modo in cui reagiscono allo stress danneggiando il sistema immunitario in modo così profondo che gli effetti si manifestano anche decenni dopo. Gli eventi avversi occorsi nell’età dello sviluppo sono considerati tra le principali cause di gran parte del nostro carico di malattie croniche, la maggior parte dei disturbi mentali e sono all’origine della maggior parte della violenza che viviamo nelle odierne società cosiddette civilizzate.

Tutto questo, ovviamente, è ben protetto dai tabù sociali che non permettono la diffusione di queste informazioni. Inoltre potremmo perdere la visione d’insieme comunitaria concentrandoci solo sui singoli, qualora queste problematiche fossero studiate solo individualmente e non correlate attentamente tra loro ai fattori sociali ed ambientali coesistenti.

Ridurre l’oro in piombo…

Vincent Felitti in una delle sue pubblicazioni dei primi anni del Duemila scrive: “Cosa significano questi risultati per la pratica medica e per la società? Chiaramente, abbiamo dimostrato che le esperienze infantili avverse sono sia comuni che distruttive. Questa combinazione le rende uno dei determinanti più importanti, se non il più importante, della salute e del benessere della nazione. Sfortunatamente, questi problemi sono entrambi dolorosi da riconoscere e difficili da gestire. La maggior parte dei medici preferirebbe trattare le malattie organiche tradizionali. Certo, è più facile farlo, ma questo approccio porta anche a un fallimento del trattamento del problema e alla frustrazione di costosi dilemmi diagnostici in cui tutto è escluso, ma non viene stabilito nulla.”4 E prosegue poi nello stesso articolo: “Mentre scrivo queste parole, sono interrotto per una visita ad una donna di 70 anni diabetica e ipertesa. La descrizione iniziale che mi è stata data ometteva il fatto che è compulsivamente obesa. La revisione della sua tabella mostra che è cronicamente depressa, mai sposata, e, poiché nell’ambito dell’ACE Study rivolgiamo questa domanda a 57.000 adulti l’anno, veniamo a sapere che è stata violentata dal fratello maggiore sessanta anni fa quando aveva dieci anni. Lo stesso fratello ha anche molestato sua sorella, che dice stia conducendo una vita travagliata.

Abbiamo rilevato che il 22% dei membri del nostro piano sanitario sono stati abusati sessualmente da bambini. Come influisce questo su una persona più avanti nella vita? Per quale ragione non si parla mai di abusi sessuali precoci?  Qual è, allora, la diagnosi di questa donna? Lei è solo un’altra donna anziana ipertesa, diabetica, o c’è di più nella pratica della medicina? Ecco come abbiamo concettualizzato i suoi problemi:

Abuso sessuale infantile

Depressione cronica

Obesità patologica

Diabete mellito

Ipertensione

Iperlipidemia

Disfunsione dell’arteria coronaria

Degenerazione maculare

Psoriasi

Questa non è una formulazione diagnostica facile; sottolinea che la nostra attenzione si concentra comodamente su conseguenze terziarie molto a valle. La diagnosi mostra che le questioni primarie sono ben protette dalle convenzioni sociali, dai tabù e sottolinea che ci siamo limitati alla parte più piccola del problema:  la parte in cui ci sentiamo a nostro agio come semplici prescrittori di farmaci. Quale scelta diagnostica dovremmo fare? Chi lo farà? E se non adesso, quando?”4     

Il coraggio e la spontaneità di queste domande sorte nell’ambito della pratica clinica riecheggia fino a noi come il boato terribile delle bombe prodotte nei paesi industrializzati ed esplose altrove; come il fragore dei ghiacci ai poli che in questo istante, per via dell’azione antropica determinata dalla produzione delle merci, si stanno sciogliendo all’aumentare delle temperature del pianeta. 

Forse per trovare delle risposte plausibili senza scomodare il fato o invocare ipotetici disegni divini, potremmo provare a rivolgerci a noi stessi, alle nostre origini…

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Nascita, sviluppo e relazioni di accudimento parentale 

Il tempo che intercorre prima che i cuccioli della nostra specie siano in grado di deambulare e maturare una completa indipendenza  è estremamente maggiore rispetto a quello di tutti gli altri esseri viventi. Questa peculiarità specifica è legata sia alle caratteristiche anatomiche e fisiologiche dei neonati, sia al valore evoluzionistico della relazione d’attaccamento espresso in noi dalla saggezza della natura.

Il rapporto sociale, l’incontro e il contatto con l’altro sembrano assumere nell’homo sapiens il più alto valore mai espresso nell’incessante flusso temporale dell’evoluzione: poiché le caratteristiche strutturali e comportamentali delle altre specie sembrano infatti essersi sviluppate nei millenni per permettere una più agevole sopravvivenza, anche nell’uomo il lungo periodo di sviluppo accanto agli adulti sembrerebbe rivestire un ruolo realmente fondamentale.5

In questo senso “Trasformare l’oro in piombo”, titolo della pubblicazione da cui ho estratto le parole di Felitti è la metafora alchemica da questi usata per spiegare il modo in cui come umani deterioriamo la nostra essenza, la nostra natura originaria, non prestando giusta attenzione e cura alla prima infanzia ed agli anni dello sviluppo.

 

Età dello sviluppo e funzioni basilari dell’organismo

Sono ormai passati alcuni decenni dagli studi epidemiologici sopra citati, crediamo non sia più necessario sottoporre i pazienti a test tanto invasivi, richiamando ricordi potenzialmente ritraumatizzanti, per comprendere l’impatto delle esperienze degli anni dello sviluppo sull’individuo adulto. Il neuropsicologo Allan Schore a tal riguardo afferma che – “…ci troviamo in un epoca in cui è possibile percepire all’orizzonte una comprensione sempre più profonda e circostanziata dei processi fondamentali che guidano lo sviluppo, delle ragioni per cui le esperienze precoci influenzano l’organizzazione delle strutture psichiche e del modo in cui queste strutture giungono a mediare il funzionamento psicologico emergente e l’origine stessa della mente umana.”

Gradualmente abbiamo iniziato a comprendere che le alterazioni più gravi si verificano in quegli individui che da bambini non hanno avuto un caregiver efficace7. Non solo i maltrattamenti, l’abuso psicologico, la perdita dei genitori o delle figure di cura competenti, ma anche l’assenza o una grave mancanza di sintonia emozionale può considerarsi  tra i maggiori fattori causali di molti problemi psichiatrici8 e psicologici.

Gli studiosi dell’attaccamento hanno dimostrato già da molto tempo che i processi regolatori interni9 legati alla fisiologia del metabolismo che determina la nostra salute e a quelli emozionali riferiti alla sfera relazionale dell’individuo adulto, riflettono le eventuali esperienze di sintonizzazione  fisica e ritmica avute insieme alle figure genitoriali presenti nel contesto di cura neonatale e della prima infanzia.

Bambini che non hanno avuto una percezione di sicurezza reale rispetto a bisogni primari come protezione, cibo, calore, contatto fisico e contenimento somatoemotivo avranno strutturato maggiormente quei circuiti neurofisiologici10 che sostengono atteggiamenti difensivi cronici, inibendo le dinamiche che normalmente sostengono il coinvolgimento sociale e l’attaccamento sano.

La crescita in un ambiente con stimoli sensoriali ed emotivi troppo intensi o imprevedibili associati ad un accudimento inadatto in tenera età può generare riflessi continui di allarme ed orientamento all’ambiente esterno per la valutazione della minaccia, risposte  dissociative e innescare lo sviluppo di una fisiologia di sopravvivenza caratterizzata da disregolazione profonda delle funzioni basilari dell’organismo.

 

Regolazione, coregolazione, autoregolazione… Dal noi all’Io. Dall’io al Noi.

In anni recenti, l’importanza dell’autoregolazione è stata oggetto di ampie ricerche nel campo delle neuroscienze ed è diventata il concetto chiave del nuovo pensiero psicologico.

In questo ambito la parola regolazione indica l’osservazione e la modificazione di un processo nel tempo: l’osservazione richiede la connessione, la capacità di percepire come il processo si articola nell’organismo, la modificazione comporta la capacità di modularlo e indirizzarlo.

Sono da considerare processi la fisiologia e il metabolismo corporeo,  le emozioni e gli affetti, l’attività motoria, la comunicazione, l’interazione con gli altri e con l’ambiente.11

All’inizio della vita di ognuno, la connessione con la madre o con il caregiver principale funziona come regolatore del sistema nervoso del neonato, successivamente se la relazione è adattativa e il bimbo viene accompagnato e calmato con i giusti tempi e modi, si ha lo sviluppo del sistema vagale ventrale, il coordinamento e l’integrazione dei circuiti prefrontali con le aree limbiche e subcorticali che permetteranno la coregolazione, una regolazione condivisa con altri, e infine l’autoregolazione personale dell’individuo.

La mancanza di una corretta coregolazione12 degli stati emotivi da parte degli adulti competenti non permette al bimbo di mantenere una connessione ai suoi stati interni, debilita il sistema enterocettivo depotenziando lo sviluppo del sistema introspettivo. Quando le basi delle funzioni riflessive non possono maturare per l’assenza di una sensazione viva di protezione e sicurezza anche le funzioni cognitive possono focalizzarsi ad un orientamento alla vita tipo “me”in completa assenza e percezione di un sano “noi”. La teoria dell’attaccamento dimostra quanto madri cronicamente depresse, ansiose, rabbiose o dissociate influenzino lo sviluppo del bambino: l’interruzione della connessione tra madre e figlio può essere di per se traumatica. La stabilità di questa precoce connessione è particolarmente importante nel formare il modo in cui il bambino si relazionerà poi con il proprio corpo, con se stesso e con gli altri.13

Nell’individuo la mancanza di consapevolezza delle sensazioni corporee è spesso associata all’incapacità di riconoscere, sintonizzarsi e coregolare con facilità le proprie e le altrui emozioni. E’ chiaro che se non prendiamo contatto e non riusciamo a sviluppare una comprensione cognitiva dei nostri stati di sofferenza e di gioia, o ne siamo totalmente sopraffatti, potremmo essere anche del tutto incapaci di provare empatia nei confronti degli stati emotivi degli altri esseri viventi. Se poi nella persona sono presenti altri blocchi che coinvolgono in maniera più generale la corteccia prefrontale laterale, area connessa alla possibilità di comprendere come ci sentiamo fisicamente, è possibile che altre funzioni dell’emisfero destro siano meno accessibili alla consapevolezza e si possa avere grandi difficoltà a vedere il contesto o l’essenza delle cose.

Il bisogno di sentirci a nostro agio sia da soli che in compagnia di altre persone è un fattore basilare comune estremamente forte e raramente riconosciuto per il suo reale valore: influenza enormemente la nostra vita a livello inconscio e la società in cui viviamo nelle sue dinamiche sociali ed economiche.

Milioni di individui nel mondo per gestire gli intensi stati di disagio legati alla disregolazione neurofisiologica sottostante alla loro personalità proiettano su sè stessi, sugli altri, sull’ambiente o sull’intera esistenza pensieri carichi di rabbia, rancore, odio o altri sentimenti di avversione.

Possiamo tentare di attenuare o compensare gli stati di malessere più difficili attraverso atteggiamenti di dominanza sulle altre persone o comportamenti autodistruttivi nei nostri confronti. Questi ultimi alla lunga tendono a generare dipendenza e sia che vengano accettati e supportati, sia che vengano criminalizzati dalle società in cui viviamo, le droghe, l’alcool, lo shopping compulsivo, l’ipersessualità, l’eccesso di cibo o di lavoro, sono deleteri per la persona.

Comprendere il passato per smettere di giustificare il presente

I nostri avi hanno fatto del loro meglio avendo spesso a che fare con culture patriarcali basate sulla gerarchia e sul dovere. Per sopravvivere hanno dovuto spesso ubbidire in silenzio non permettendosi di sentire realmente chi erano, cosa volevano. Molti sono stati educati in sistemi pedagogici prescrittivi basati sull’uso giudizi, punizioni e castighi spesso violenti, hanno avuto carenze alimentari, di attenzione, dialogo, comprensione, affetto e sono cresciuti in ambienti basati su dinamiche di sopravvivenza.

La sessualità per secoli è stata repressa e considerata fonte di peccato, per cui le donne non conoscevano il loro corpo come piacere ma come vergogna, erano sottomesse ai voleri degli uomini e molti concepimenti erano causati da abusi piuttosto che dall’amore.

Ancora oggi nel mondo molti matrimoni sono combinati dalle famiglie, degli sconosciuti sono costretti a sposarsi e a procreare sotto la spinta della paura… E assistiamo ad un aumento demografico senza precedenti.

Le nascite sono viste come unica ricchezza possibile dove nuove braccia possono essere il miglior mezzo per calmare la fame, mentre sono progettate, farmacologizzate ed ospedalizzate nel resto del mondo in cui l’infertilità è ormai diffusa.

Comprendere l’impatto che le esperienze hanno sulla mente ci aiuta a capire meglio come il nostro passato continui ad influenzare in maniera significativa il nostro presente e le nostre decisioni per il futuro; una maggiore conoscenza della mente, del cervello e del ruolo delle esperienze e delle relazioni interpersonali può fornire uno spiraglio su questi collegamenti nel tempo e  ci permette di esaminare lo sviluppo umano secondo una prospettiva a più dimensioni…14

Nuovi territori: la relazione come contemplazione sociale

Le nostre esperienze hanno a che fare e riverberano con stratificazioni traumatiche trasmesse attraverso generazioni e strutturate nelle leggi degli stati, nelle religioni, nelle economie, nei mercati finanziari, nelle convenzioni sociali e nei condizionamenti culturali che hanno frammentato i corpi, inciso le strutture neurali, generato il senso di separazione che ha spalancato le porte all’odierna apparente ossessione per il virtuale.

Eppure non siamo solo questo.

Insieme a tutto ciò c’è dell’altro: un umanità imprevedibile, vitale e capace di coraggio, qualità comuni in ognuno di noi. Non siamo solo prodotti matematici di equazioni scritte nel passato, siamo la variabile, la particella e l’onda, l’individuo e la comunità che osservano e sperimentano il presente.

“Ogni volta in cui qualcuno fa un cambiamento, questo interessa tutti gli altri, è esponenziale” Peter Levine

In natura l’attività di ogni singolo componente di un sistema può avere effetti profondi ed imprevedibili sia su altri componenti, sia sull’intero sistema. E’ quindi possibile che ognuno di noi contribuisca in modo profondo alla realtà in cui coabitiamo.

Se le coordinate dei territori sinaptici, affettivi ed interpersonali delle società del passato erano configurate intorno al trauma e alla fisiologia di sopravvivenza, oggi abbiamo la possibilità di orientarci anche ad altro. Le facoltà neuroplastiche proprie dell’individuo radicate in relazioni nuove basate sull’ascolto e sulla gentilezza, sull’osservazione invece che sul giudizio, sulla condivisione invece che sulla competizione, possono cambiare naturalmente i nostri comportamenti, rallentare le proiezioni generate dal flusso incessante dei pensieri e trasportarci a qualcosa di nuovo ed imprevedibile.

Le comprensioni qui esposte giungono dall’ambito della ricerca scientifica e dalla pratica clinica per divenire patrimonio delle attuali e future generazioni.

Nella relazione umana d’ascolto empatico.

Jerry Diamanti

leviedolci@gmail.com

www.equilibrinaturali.net

Meaney M.J., Epigenetics and the biological definition of gene X environment interactions, Child Development, 2010, 81,1, pp. 41-79.

2 Centers for Desease Control and Prevention https://www.cdc.gov/violenceprevention/acestudy/journal.html

3 Kain K.L., Terrel S.J., Nurturing Resilience, Helping clients move forward from developmental trauma,North Atlantic Books, 2018

4 Felitti V.J., The Relation Between Adverse Childhood Experiences and Adult Health: Turning Gold into Lead, Permanente J. 2002 Winter; 6(1): 44–47.

5 Diamanti J., Risonanza somatica. Comunicazione sociale preverbale, Matrika Consciousness Development. 2018

6 Schore A.N., La regolazione degli affetti e la riparazione del sè, Astrolabio, 2008

7 Kolk van der B.A., in prefazione a La teoria polivagale di S.W. Porges, Fioriti Editore 2014

8 Dozier et al., Attachment and psychopathology in adulthood. Handbook of attachment: theory, research and   clinical applications. Guilford Press. 1999

9 Bowlby J., Attachment and loss: Vol 2. Separation: Anxiety and anger. New York Basic Book. 1973

Bowlby J., A sicure base: parent child attachment and healty human development. New York Basic Book. 1988

Hofer M ,Psychobiological roots of early attachment. Corrent directions in psychological science. 2006

Cloitre M.et al., Attachment organization, emozional regulation, and expectation of support in a clinical sample of woman with childood abuse histories. Journal of traumatic stress. 2008

10Panksepp J., Affective neuroscience. Oxford University Press. 1998

11 Siegel J.D., Mappe per la mente. Guida alla neurobiologia interpersonale. Cortina Editore. 2014

12 Fogel A., Garvey A., “Alive Communication” Infant Behavioral Development 30 (2): 251-57

13 Heller L. LaPierre A., Guarire i traumi dell’età evolutiva. L’influenza del trauma precoce sull’autoregolazione, l’immagine di sé e la capacità di relazione. Astrolabio. 2018

14 Siegel J.D., La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Seconda Edizione. Cortina Editore. 2013