” La sovranità appartiene ad ogni essere vivente”

Stefano Mancuso


Essere abbastanza, o non esserlo? Da dove nasce la ferita del valore? Sono domande che mi accompagnano da anni, insieme a un’altra, più semplice e più difficile insieme: occupare il proprio posto è già, di per sé, avere valore, oppure il valore va guadagnato, dimostrato, aggiunto?
Negli anni ci siamo confrontati su cosa abbia senso per la vita, su cosa sia importante, su cosa valga la pena investire le nostre energie.
Io adoro studiare i sistemi complessi. L’individuo di per sé è un sistema complesso e quando i diversi individui entrano in relazione, la complessità aumenta, insieme alla ricchezza e alle possibilità, purché ognuno si permetta di occupare il proprio posto.


Ma come si riconosce quale sia il proprio posto? Negli ultimi anni ho fatto esperienza del mio, e ho guardato anche a ritroso tutti gli spazi occupati fin qui, per digerire e assimilare con chiarezza i miei posti “giusti”. E quante volte, invece, sono rimasta un passo indietro? Per paura di non avere valore, di non aggiungere nulla, o addirittura di togliere qualcosa a chi mi stava accanto. È lì, credo, che nasce la ferita del valore: non tanto nel non avere abbastanza, quanto nel dubbio silenzioso di non essere abbastanza.


Mi sento bene nel mio corpo e soddisfatta, quindi al mio posto, secondo me, quando sento di portare un contributo, anche piccolo, a progetti di valore che liberino l’essere umano alla piena espressione di sé e che stimolino riflessione e consapevolezza. L’armonia del mondo nasce dal non ostinarsi a occupare posti che non ci appartengono, dal non voler essere né di più né di meno di quello che siamo, altrimenti diventiamo cancri della terra.


L’armonia è musica, frequenza, spazio sacro, dove ogni cosa può prosperare. Il corpo è preghiera incarnata quando compie ogni singola azione del quotidiano connesso con il proprio cuore, ma questo cuore è integro? Noi abbiamo il compito e la responsabilità di prenderci cura delle nostre ferite e di conoscerle per offrire ciò che siamo. Lo possiamo fare giorno dopo giorno, vivendo anche quella ferita del valore da cui sono partita.


Possiamo avere il coraggio di essere meno.
Eppure l’uomo ha spesso il desiderio di essere di più senza accorgersi che è proprio questo che intossica se stesso e la vita intera invece che nutrirla.
Sento con chiarezza il valore degli altri e delle differenze che ognuno porta in sé e che possono essere messe al servizio della vita: per questo invito a osare essere se stessi, anche tutto quello che ancora non conosciamo di noi, concedendoci di sbagliare, perché è l’unico modo di essere parte attiva, qualunque sia il nostro modo unico di farlo.
Volevo parlare del denaro, del valore e del lavoro perché sono temi su cui ho riflettuto molto negli ultimi anni, che ho esplorato nel mio corpo e ai quali ho attribuito responsabilità. Ma la responsabilità è sempre nostra.


In questo tempo della performance la maggior parte delle persone che incontro non sentono di valere abbastanza, di fare abbastanza, di essere abbastanza. Tutti si confrontano con chi vedono intorno e dubitano continuamente di ciò che sono e fanno, cambiando direzione e svalutando i propri passi. Se non guadagnano abbastanza non si sentono di valere perché oggi misuriamo il valore con il denaro che riusciamo a generare ma non è il metro giusto per misurare l’esistenza.


Cosa ha valore? Chi ha valore? Io sento che ogni cosa, persona, animale, situazione, esperienza, dolore, abbia valore. Essere vivi ha valore, essere chi siamo ha valore. Vivere ciò che accade ha valore.
Ho pensato a lungo che il denaro fosse il problema di questo tempo e di questo mondo. Ma in realtà il denaro è solo uno strumento e, come ogni strumento, è nato per facilitare e rendere equi gli scambi quando non potevano essere fatti contemporaneamente da persona a persona.
Sono l’avidità*e l’orgoglio che l’hanno reso un problema. È la mancanza di fiducia, di rispetto e di onestà che l’hanno reso distruttivo. È la paura della mancanza, la paura di morire di fame, che ci impedisce di dare con fiducia e di lasciare che, quando avremo bisogno, arrivi ciò che ci occorre, magari anche da qualcuno a cui non abbiamo dato nulla. Il dare e ricevere immediato non è l’equilibrio armonioso della vita di cui tanto si parla.


Non funziona così la natura: la natura ha tempi lenti, si basa sull’amore. Il seme cresce e offre ciò che è quando è pronto, e così possiamo fare anche noi, rispettando i nostri tempi. La fretta del performare ci distrae dal vivere, la fretta dell’arrivare ci distrae dal viaggio.
In questi giorni ho visto con i miei occhi cosa può voler dire, per una comunità intera, scegliere questi tempi lenti.

 

Ero a Valencia: c’era fresco, le strade erano state costruite pensando a chi le avrebbe attraversate a piedi. E nel giardino più grande che abbia mai visto, costruito proprio sul letto di un fiume deviato, tanti alberi, diversi, tante forme. Mi sono fermata a pensare a quanto poco, in fondo, il vero valore dipenda da noi: le piante costituiscono la quasi totalità della vita sulla Terra, eppure non hanno un centro di comando, né una specie che comandi sulle altre, solo relazioni diffuse, radici che si scambiano ciò che serve, mutuo appoggio invece che gerarchia. Non prosperano dominando ma cooperando, ognuna al proprio posto e non solo tra loro ma anche con tutti gli animali e con la terra stessa. Ho pensato che il valore, quando è vero, forse somiglia più a questo: non una scala da salire ma una rete a cui appartenere, in superficie leggero, (pollini che volano) e sotto sorretto da scelte pazienti, meno appariscenti, quasi invisibili (connessioni).


Io, che sono privilegiata e che posso permettermi l’esperienza di arrendermi alla vita, mi accorgo che se resto me stessa e mi dedico a ciò che ha senso per me, anche se e quando nessuno lo vede, mi torna ciò che occorre e posso rispondere. Tutte le cellule nascono con le stesse risorse, l’ambiente le stimola ad assumere forme e funzioni differenti, cosi noi. E questo non stabilisce certo quanto valgano (o valiamo). Stabilisce solo responsabilità diverse verso l’intero organismo. Ad ognuno scoprire e vivere le proprie. Noi diversamente dalle piante abbiamo la possibilità di spostarci e cambiare il nostro ambiente, ma non sempre lo crediamo possibile o abbiamo il coraggio di farlo davvero.


Da quando è stato “inventato” il denaro per rendere più equi gli scambi, abbiamo perso il senso e dimenticato il fine. Il primo problema è stato perdere la capacità di aspettare per ricevere; il secondo, la necessità di stabilire il valore e gerarchizzare cosa vale di più e cosa meno. E probabilmente sono state proprio le persone più avide, orgogliose e corrotte a essere brave a far valere le proprie cose più di quelle degli altri, creando un disequilibrio sempre più grande tra chi aveva e chi non aveva.
Poiché io vedo valore in ogni cosa, mi è molto difficile definire cosa valga di più e cosa meno, e sinceramente non sono neanche certa che abbia senso farlo, perché in verità dipende da quanto quella cosa abbia significato per noi in un determinato momento.

Il valore è soggettivo, il costo è un’altra cosa.


Ma proviamo ad andare per ordine: la verità è che non è il denaro il problema, cosa che ho sempre pensato, ma il fatto che esso diventi il motore e il movente delle azioni, che diventi priorità su ciò che invece ha vero valore. Il denaro ha valore in quanto permette di fare delle cose nel mondo di oggi, ma di per sé non ha alcun valore.
Cosa ha valore, invece? E qui vorrei che ti prendessi un momento per respirare profondamente nella tua pancia, allungare la schiena, rilassare le spalle, aprire leggermente il petto e sentire: cosa ha valore per te? E quanto tempo ed energia investi per quello che veramente ha valore per te?
Per me hanno valore le relazioni, la sincerità, l’onestà, il rispetto, la presenza, l’esserci per gli altri quando me lo chiedono, l’esserci per me mentre faccio esperienza della vita. Ha valore conoscere la realtà, incontrare le persone, abbracciare chi amo. Ha valore sentire un racconto vero di qualcuno che desidera condividere di sé, guardare con occhi amorevoli chi è felice, chi è triste, chi soffre, chi vive la bellezza. Ha valore vedere l’amore nei gesti e negli sguardi di chi incontro, essere presente a un funerale e commuovermi per la vita che si spegne e per ciò che lascia a chi resta, perché il rito ci tiene uniti e ci ricorda che è la vita ad avere valore, e che abbiamo l’occasione di scegliere come viverla anche quando crediamo di non averla.


La nascita e la morte sono due soglie, due momenti di passaggio tra una vita e un’altra vita, forse, non posso averne certezza oggi, ma mio figlio un giorno mi ha parlato di quando era grande e di quando era dall’altra parte, e quindi oggi un po’ ci credo.
C’è però una sfida che sento più vera di ogni altra riflessione su denaro e valore, ed è quella che dà il titolo a queste pagine: il valore di essere vivi e il coraggio non lasciare segni. Esserci, e insieme non identificarmi con ciò che produco. Lasciare che qualcosa di me sparisca nell’invisibilità, senza che questo tolga valore a ciò che sono stata mentre lo facevo. Lasciare tracce o non lasciarle? A volte mi chiedo se basti essere vivi e attraversare la vita, così come si è, per portare comunque un contributo, senza bisogno di dimostrarlo o firmarlo.


E allora mi chiedo cosa voglio realmente fare, e cosa invece credo di dover fare per sopravvivere: sono due domande diverse, anche se spesso le confondiamo. Qualcosa ci nutre, e qualcosa noi possiamo nutrire. Ma non è sempre necessario nutrire chi ci sta nutrendo, e non è sempre possibile: a volte il flusso va lasciato andare in una sola direzione, senza che questo sia un torto a nessuno.
Ho viaggiato nella terra di sotto alla ricerca di uno spazio mio: non un luogo fisico, ma quel punto interno dove smetto di dover dimostrare qualcosa. Sono una madre, e mio figlio non ha più bisogno di essere nutrito come una volta: quando il ruolo che per anni ci ha dato un posto sicuro comincia ad allentarsi, resta da scoprire cosa, di noi, aveva valore anche prima e oltre quel ruolo.


Il punto è che ha valore vivere, e come vivere è una nostra responsabilità: siamo noi a sceglierlo ogni singolo istante della nostra vita, scegliamo come impiegare il nostro tempo, cosa fare e cosa non fare, cosa dire e cosa non dire. Il valore non è in ciò che possediamo, ma in ciò che facciamo con quello che possediamo, in ciò che proviamo mentre facciamo quello che abbiamo scelto.
Il valore è dentro di noi, dentro le nostre scelte, dentro i nostri sguardi, dentro le nostre parole, dentro le nostre azioni, e io oggi so che per ognuno le cose che hanno valore possono essere differenti, e non per questo sbagliate.


Il mio desiderio è che ognuno si permetta e abbia il coraggio di agire e di essere ciò che per lui ha valore, così da portare armonia alla vita, e vorrei poter fare questo esperimento insieme a tutti quelli che lo vogliono fare con me: dimostrare a noi stessi che quando agiamo e siamo ciò che naturalmente siamo, non ci manca nulla, e possiamo contribuire al cambiamento di cui la terra ha bisogno, ricordandoci che noi non salviamo niente e nessuno, ma siamo parte di un organismo più grande e, come parte, abbiamo la responsabilità delle nostre piccole e semplici azioni quotidiane che, l’una accanto all’altra nel tempo, creano la realtà che ha valore per la vita.
Sarei felice di sapere cosa ha valore per te. Oggi.
Sara
sara.massone@gmail.com

*conoscere le ombre e i doni che ad esse corrispondo attraverso le chiavi genetiche (puoi vedere il tuo profilo qui) mi è stato estremamente utile per accorgermi di quando il mio movimento entrava nel buio e da quali paure e limiti questo nasceva e come invece accogliendo anche quella parte di me potevo scegliere qualcosa di più libero e grande che si spostasse dall’interesse puramente individuale al collettivo. Per esempio dall’altra parte dell’avidità c’è l’ascensione.

Sara Massone

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