
Cariola di caligo
Le albe di quei giorni erano dense di nubi umide, appiccicose, che dal mare si incastravano tra le verdi valli, tessendo strane alleanze con l’argento degli ulivi, restando basse, pesanti, permeando ogni cosa di un contorno scomposto e indefinito, quasi ignoto.
I bagliori del primo sole, complici di questa greve atmosfera surreale poco prima delle sei, se ne restavano lontani, ovattati da un continuo cangiante panorama dove era impossibile distinguere l’orizzonte, il cielo dal mare.
Spaesamento; un continuo dubbio visivo offuscato da un sinistro vapore acqueo salino condensato – o mari di lacrime?- che di improvviso si rende fumo, come quello che sparano a teatro per creare atmosfera e mistero.
Con il passare delle ore e il crescente brulicare di vite in risveglio, la coltre bianca lasciava spazio a una cappa di calore visibile ora sui pori matidi e sbrilluccicanti di sudore di chiunque mettesse piede fuori casa – sotto un sole piuttosto grigiastro per la potenza che manifestava – ora sulle tracce di visibili aloni e macchie umide copiosamente distribuite nella zona subascellare di un meraviglioso vestito di lino color senape, apparso quasi oniricamente in una gita collettiva nei carrugi della Maddalena.
Venerdì 13 giugno: l’orrore si perpetua imperturbabile, ovunque nel mondo; sofferenze, soprusi, massacri, stupri, genocidi, violenze, minacce, bombe, molestie, vittime innocenti…
Carnefici consapevoli di un destino che ci ha fatto nascere, purtroppo complici e privilegiati, nella ‘giusta fetta’ del pianeta cogliamo l’appello di sensibilità guizzanti, non allineate, cariche di sdegno e rabbia, pervase dall’impotenza, accogliamo l’invito di un’urgenza ormai asfissiante.
Cerchiamo di fare qualcosa insieme, ma cosa possiamo fare?
Le antiche mura di una basilica con un destino ed uso attuale assai più interessante, La libera collina di Castello, si fa scenario di un primo incontro, una chiamata alle armi di una performatività graffiante, scomoda; una sperimentazione condivisa sotto un sole ormai cocente, all’ora di pranzo, smorzato in parte da un gelato per rinfrescare bocche amare e secche dopo essersi fatte attraversare da ciò che risuona forte in altre parti del mondo:
violenza, odio, disumanità, morti ingiuste… e la lista potrebbe continuare a lungo, assordante e indisturbata.
Noi, spettatori scomodi e impotenti di uno scenario mondiale bellico insensato e insostenibile, sentiamo di dover almeno provare a scuotere il sonnecchiare della ragione, con gli strumenti che abbiamo a disposizione; a instillare dubbi, domande, incertezze tra chi la domenica mattina riesce ancora a vedersi serenamente una mostra a Palazzo Reale, o scattarsi selfies ignari o ignoranti di una cariola abbandonata, se non spinta in pieno centro da qualcunchessia, nel tentativo di dar voce agli orrori contemporanei in atto nella società del consumo, dei confini, della dualità ottenebrante.
Un Blitz in incognito, un’incarnazione a distanza di quanto avviene su altre terre e di cosa generi cotanta violenza trasforma la cariola in una pioggia di monete improvvisa, preannunciata da un ticchettio dorato, beffardo, voracemente raccolte da una moltitudine di personalità che si contendono l’ultimo centesimo – si manifestano domenica 15 giugno con la necessità di suscitare reAzioni, stimolare consapevolezze, generare e instillare dubbi per poi ritornare nell’oblio, dispersi tra una folla sonnecchiante indifferenza, blanda curiosità, scarso empatico riscontro.
Abiti presi in prestito per l’occasione, con l’idea di potersi rendere improvvisamente invisibili, da una cueva di originalità vintage dei veicoli zenesi che ha offerto alla ciurma di anime la possibilità di indossare a tratti qualun altro, per quel giorno, di disperdersi nel viavai accaldato del centro, da San Giorgio a Brignole, con una cariola contenente un manichino delle dimensioni di un infante, coperto da un lenzuolo bianco, per quell’afosa domenica di giugno in cui la necessità di provare a scuotere coscienze, risvegliare umanità, provocare spaesamento, generare stimoli di riflessione per le ingiustizie così palesemente perpetuate nel mondo sembrava essere diventata così impellente da stravolgere piani, programmi, impegni per poterci essere.
All’ultimo, in ritardo, con questo fastidioso caligo che tenta di appannare tutte le strategie per poterci essere, arrivo. Incazzata, frustrata dagli ennesimi appiccicosi imprevisti, ma ci sono. E mentre risalgo matida gli stretti vicoli che si abbarbicano verso un cuore un tempo sacro, racchiuso da mura ora senza tetti e da più di una decade rianimato da vitalità libertarie, sento di essere al posto giusto nel momento giusto.
Una cariola appare un venerdì 13 in un patio diroccato, con una cupola scenica a farci un po’ d’ombra tra mura antiche e urgenze impellenti, con ogni mezzo necessario.
La stessa verrà sospinta dalla nostra rabbia per le vie di Genova, due giorni dopo, attraversando a piedi il centro e provando a far arrivare quel che ci muove, ardente.
Ineluttabile destino sudato di atmosfere dense, insite nei corpi che abitiamo, pregni di un tutto troppo intenso per non percepirne la fatica, l’orrore, l’impotenza.
Vari gli esperimenti che si producono nell’arco di quella mattinata. Varie le sensazioni che pervadono i corpi a seconda delle reazioni e tante le considerazioni a posteriori, quando le forze del disordine interrompono la performance accusando le anime attrici di disturbare la quiete pubblica, di spaventare la gente e persino di togliere un utilissimo pubblico servizio di sicurezza impegnato a proteggere i poveri cittadini della domenica, di occupare inutilmente le linee telefoniche di emergenza ricolme di centinaia di chiamate di spettatori indignati da quella che – finalmente – viene riconosciuta come performance.
Insomma, ci voleva il nullaosta del prefetto per rendersi conto che non eravamo semplicemente impazziti dal caldo o che non avessimo di meglio da fare che farci carico di un caligo di nefandezze planetarie, impossibili da combattere perché nemmeno nell’immaginario offuscato di un caligo di prima estate si dissolvono come il sole secca le lacrime.
Qualcuno infine si accorge dell’assurdità del Tutto e manifesta a gran voce solidarietà, supporto, sostegno e sofferenza condivisa.
Un atto finale quasi eroico, che ben si inscrive nel fluire a singhiozzo della piéce collettiva, arginando, ribadendo, gridando.
Fin qui Tutto bene. Fino al prossimo Blitz.
Nov 2025, Algarve.
Gaia Dunya Rai
