Nell’impronta del puma vedono il cammino; nel battito d’ali del condor l’elevazione del nostro spirito; nella pupilla dell’aquila lo sguardo di ciò che verrà. Senza dubbio gli animali sono le nostre principali guide e i nostri necessari alleati.

Moira Millàn , Terricidio

C’è un sottile filo rosso che unisce le pieghe appenniniche, le comunità di ritorno nelle valli alpine, la lotta contro l’alta velocità in Val Susa, i progetti di agroecologia contadina e i collettivi urbani che difendono i beni comuni. È la condizione di chi ha deciso di disertare il modello capitalista, rifiutando l’ossessione per la crescita infinita, della velocità, per ritessere legami di mutualismo e autogoverno nei propri territori. Eppure, le risposte dell’attivismo occidentale rischiano spesso di oscillare tra la nostalgia per un’utopia arcadica e l’adozione superficiale di parole d’ordine “esotiche”. Rifiutare questa deriva significa chiedersi come approcciarsi per esempio al Buen Vivir e più in generale alle visioni dei popoli indigeni senza cadere nella trappola dell’appropriazione culturale, ma trasformandolo in uno strumento concreto di solidarietà internazionale ed ecologia politica situata.

Nei contesti indigeni sudamericani, il Buen Vivir (Sumak Kawsay in Quechua, Suma Qamaña in Aymara) non è mai stato riducibile a una forma di “decrescita felice” in chiave etnica né a un semplice paradigma filosofico da salotto. Si tratta di un vero e proprio progetto politico di rottura, fondato sulla ridefinizione radicale del rapporto con l’esistente, la Terra smette di essere una risorsa inertizzata da estrarre per diventare una trama viva di interdipendenze sociali, spirituali ed ecologiche.

Come scrive Moira Millàn il Buen vivir è la soglia epistemologica più elevata per il raggiungimento della salute fisica, spiritale e mentale. Il Buen Vivir non è possibile senza territorio. Per questo oggi rappresenta anche la possibilità di guarire il nostro vincolo con la Terra, di recuperare quella relazione armonica, in reciprocità con lei, nel rispetto di tutte le forze esistenti nella Mapu.

Per i disertori italiani della crescita, questa visione offre coordinate operative da calare nella quotidianità. Rispondere all’abbandono istituzionale dei territori marginali significa riabitarli attraverso pratiche comunitarie di cura del paesaggio, così come de-mercificare il tempo vuol dire mettere la salute collettiva e la reciprocità al posto della produttività. In questo senso, superare il dualismo cartesiano tra uomo e natura spinge a trattare i fiumi, le foreste e i suoli non come merci da sfruttare o cartoline da proteggere, ma come elementi vivi della nostra stessa comunità politica.

Un contributo essenziale per orientare questo dialogo è il saggio Terricidio. Saggezza ancestrale per un mondo alternativo dell’attivista e weychafe Mapuche Moira Millán, edito in Italia da Tangerin. Millán conia il termine terricidio per denunciare una vera e propria guerra sistemica contro la vita, una violenza che non si limita alla semplice crisi ambientale ma sintetizza quattro crimini intrecciati. È l’articolazione simultanea del genocidio come sterminio fisico di chi difende i territori, dell’ecocidio attraverso la devastazione degli ecosistemi in nome dello sviluppo, dell’epistemicidio tramite la cancellazione dei saperi e delle memorie ancestrali, e del femminicidio esercitato dalla matrice patriarcale ed estrattivista sui corpi delle donne e delle soggettività marginalizzate. La proposta del Movimiento de Mujeres y Diversidades Indígenas por el Buen Vivir porta alla luce una verità speculare, la logica terricida opera con la medesima matrice a tutte le latitudini. Quando in Italia si devasta una valle per una grande opera speculativa, quando si privatizza l’acqua potabile o si cementifica il suolo agricolo, assistiamo alla manifestazione locale di quella stessa violenza sistemica.

Sempre Moira Millán sostiene che la validità di questa lotta non risiede nell’avere o non avere sangue indigeno ma piuttosto nella nostra capacità di unirci attorno a uno scopo comune. In questa diversità di identità che incarniamo, ciò che conta è lo scopo che ci unisce. Il compito che spetta ai Popoli della Terra, in questo processo storico, è quello di unirsi come fratelli e sorelle, di essere nuovamente abitati dal coraggio, di rivendicare la saggezza della terra, di uscire e combattere.

Quindi per evitare l’appropriazione culturale, che avviene quando ci si appropria dei simboli di un popolo oppresso svuotandoli del loro portato di lotta, la solidarietà internazionale deve farsi risonanza e traduzione situata. Radicare il Buen Vivir nei nostri contesti significa affiancare e sostenere materialmente le comunità che nel sud del mondo affrontano le multinazionali occidentali, ma richiede anche un lavoro di scavo interiore. La modernità industriale ha operato i propri epistemicidi anche in Europa, spazzando via le forme comunitarie storiche come le vicinie alpine, i domini collettivi dell’Appennino e i saperi contadini di cura della terra. Fare solidarietà politica significa dunque riscoprire la nostra memoria tellurica e intrecciare i nodi della diserzione esistenti, dai presidi territoriali alle casse rurali autogestite, dal recupero dei grani antichi fino ai consultori di comunità, creando un arcipelago capace di opporsi al terricidio e rimettere la vita al centro della politica.

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