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Parafrasando le parole dello scienziato Kuhn, il cammino della rivoluzione, considerata come fenomeno culturale in movimento, è contrassegnato dall’abbandono e dall’adozione di vecchi e nuovi “paradigmi”. Quando la comunità si rende conto in seguito a circostanze fortuite o a qualche evento particolare, che un paradigma non è più in grado di spiegare determinati fenomeni, tale paradigma viene abbandonato e al suo posto ne subentra un altro, in genere non direttamente connesso con quello precedente. E’ importante sottolineare che il paradigma “vecchio” ora diventato minoritario non scompare, molto spesso convive accanto a quello diventato maggioritario.

Il cambiamento di paradigma è determinato anche dal fatto che emergono nuovi problemi in quanto i soggetti si pongono nuove domande.

Quindi il cammino della rivoluzione procede per rotture tra vecchio e nuovo, non è un percorso lineare, procede a salti, a volte considerabili positivi, in avanti, altre volte negativi, indietro, rispetto a quel processo di mutazione culturale critica e libertaria da “noi” auspicata.

L’anarchia si deve costruire nel nostro vissuto senza aspettare l’evento rivoluzionario, poiché non esiste un solo grande potere da abbattere. Il potere come ci ricorda Michel Foucault non occupa un luogo unico privilegiato, né dipende da un unico soggetto identificabile una volta per tutte. Lo stato, le leggi, le egemonie sociali sono soltanto effetti e manifestazioni sul piano istituzionale di rapporti e strategie di potere. Il potere è, invece, anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, “non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”. Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza, che variamente si intrecciano e si contrappongono. E’ una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere.

Non ha senso parlare di stato come luogo dei rapporti di dominio, poiché i rapporti di dominio sono ovunque. Non ha più senso parlare di re, poiché i re stanno nelle famiglie, nei conventi, nelle fabbriche e nelle scuole. Siamo tutti agenti di regolazione sociale, tutti ci controlliamo reciprocamente; lo stato diventa un sistema di relazioni.

Quindi essendo il potere qualcosa di disperso in tanti rapporti, a livello personale e politico, teorico e materiale, una rivoluzione politica “tradizionale” non ha senso non essendoci alcun palazzo da conquistare, al fine di eliminare gli effetti del potere e costruire una società trasparente.

Fondamentale per un rivoluzionario è il lavoro costante tra la gente per combattere il dominio, cioè quel sistema di potere che è monopolio solo di una parte della società; è necessario un lavoro lungo e profondo di delegittimazione dell’autorità, per riuscire a rompere le asimmetrie nelle relazioni funzionali scatenando dal basso un inizio di mutazione culturale sotto forma di resistenza e attacco. Perché abbattere lo stato, (ammesso di riuscire a capire come fare) non risolverebbe il problema del dominio, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sugli animali e sulla terra. Senza un profondo e continuo lavoro di mutazione culturale nelle reti di rapporti fra esseri umani si ricreerebbe un nuovo dominio solamente con una veste nuova, come è successo in tutte le rivoluzioni del ‘900, che hanno avuto un intento totalizzante e si sono affidate a modelli di mutamento sociale autoritari e statuali.

Per questo il nuovo anarchismo ha una forte attenzione volta al presente che non deve essere letta come una rottura con il passato e la storia della tradizione anarchica ma come una attualizzazione della stessa.

E’ importante qui ricordare le parole di Gustav Landauer;

L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita.

Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non come evento.

Vale a dire che la rivoluzione anarchica viene prevalentemente intesa in senso lato, cioè come radicale trasformazione sociale, e non in senso stretto, cioè come fenomeno insurrezionale. Il che non significa necessariamente che la transizione della società gerarchica alla società libertaria non possa o non debba implicare dei passaggi insurrezionali, ma che, anche per chi ritiene inevitabile il momento insurrezionale esso è per l’appunto, un momento, per quanto importante ( soprattutto come rottura dell’immaginario sociale), di un mutamento complessivo culturale (nel senso antropologico del termine cultura) assai più ampio che avviene prima durante e dopo tale passaggio.  I mezzi del mutamento sociale radicale devono essere coerenti con i suo fini, perché il fine non giustifica i mezzi. A questo punto si apre una sfida: trovare la capacità di immettere il futuro nelle cose che si fanno nel presente. Immergere la realtà nel “sogno”. Sogni nuovi per un sogno antico: essere padroni della propria vita. Vale a dire togliere la rivoluzione dalla dimensione evento per immetterla nella dimensione quotidiana. I piccoli tanti gesti, comportamenti, fatti, le piccole tante realizzazioni che creano dimensione comunitaria. Tolta dalla sua visione eroica e taumaturgica la rivoluzione, diviene, allora, possibile.

Etnografia della mutazione culturale

In questa seconda parte della mia relazione vorrei affrontare le pratiche di mutazione culturale presenti nella società del dominio; le pratiche della sovversione quotidiana. Chiaramente sarà un’etnografia parziale, cercherò di indagare soprattutto le pratiche più recenti, consapevole di tralasciarne tante tra le vecchie e nuove, fondamentali per il cammino della mutazione culturale  libertaria, per quella lotta che cerca di esaurire una tensione, nutrita dal quel bisogno che chiamiamo libertà. Sono convinto che questi sono solo dei punti di inizio, degli esempi che per ora non riescono a colmare il grande divario che passa tra l’aspetto teorico, di analisi del pensiero libertario e la sua carenza nel manifestarsi con delle pratiche originali e incisive. Ma è importante avere esperienza di qualche alternativa alla subordinazione, è necessario saper prefigurare nel nostro contesto altri modi di essere, tentativi di resistere al dominio, per evitare il bisogno di avere un padrone.

 Autogestione

L’autogestione sono tante pratiche che tentano di scardinare lo spazio dell’immaginario del dominio e far si che ogni individuo possa contribuire attraverso l’azione diretta  a riappropriarsi della propria vita liberando spazi mentali e fisici. Qui di seguito alcuni esempi di autogestione della propria vita che permettono di oltrepassare i confini delle norme imposte.

Occupazioni

Questa è una delle pratiche più diffuse almeno in Europa per risolvere il problema del mal alloggiamento, della mancanza di un tetto, per creare spazi sociali e case collettive. In poche parole spazi liberati  che cercano di liberarsi dal profitto, dalla mercificazione della cultura e del divertimento; una pratica che cerca di diffondere l’autogestione e l’azione diretta per stanare le trame del  dominio. Ho intervistato una ragazza italiana che vive da anni in una casa occupata, un ‘ occupazione abitativa all’interno di un quartiere (Milano) con parecchie occupazioni e dove si cerca di vivere in un modo “diverso”;

Vivo in occupazione da ormai tre anni: Scala* x di via x. Prima c’era un’altra compagna che ha preso casa con il Comitato.
Io sono arrivata solo in un secondo momento… Da subito ho stabilito ottime relazioni con il vicinato prima, con il quartiere poi. C’è un clima familiare, sembra di stare ‘al paese’ al Sud: al bar, al mercato, verso Conchetta e Torricelli… Se cammini ed abiti in zona, saluti una persona ogni 20 passi e con buone probabilità ti ritrovi a parlare del più, del meno e del per: casa, lavoro, famiglia, per chi ce l’ha, e politica o vita, per chi la considera tale. Ci conosciamo tutti, almeno di vista.(…) Questa esperienza mi piace e mi da ogni giorno possibilità per tastare con mano la realtà di un quartiere sempre affascinante e storicamente noto in quanto popolare.
Non mi aspetto nulla né dai partiti né dalle istituzioni.
Mi piace pensare che ci sia qualcosa dal basso che smuova questo pesante clima, come la scossa di un vulcano ancora attivo… che per il momento sedimenta.

 

Questa testimonianza ci fa capire l’esigenza di creare ora un modo diverso di relazionarsi tra la gente, di vivere la città non rispettando le regole imposte dall’alto ma ricostruendo norme decise dagli abitanti. Nelle nostre città la maggior parte delle persone non riescono a vivere come vorrebbero; l’ambiente urbano, che muta senza freno e senza rispetto di chi lo vive inibisce lo sviluppo delle personalità degli individui che abitano le città, per questo è incisiva la pratica dell’occupazione che vuole ribaltare le logiche della speculazione abitativa delle metropoli e vivere attivamente l’ambiente urbano.

Orti urbani/Critical garden

Anche questa a suo modo è una pratica che ribalta l’immaginario della città come mostro di cemento. Le persone che praticano il “critical garden” cercano  di riappropriarsi  degli spazi urbani. Un orto urbano si  può creare in vasi su balconi e terrazze, in piccole  parti di terreno incolto, nei cortili delle scuole, in terreni lasciati al degrado, in appezzamenti condivisi tra palazzi. Tutte le persone che praticano critical garden  approfittano degli spazi inutilizzati dandogli un senso: portano in città l’orticultura, il contatto con la terra e una coscienza dell’alimentazione; trasformando la quotidianità da consumista a produttrice, sostituendo il grigio della jungla di cemento con il verde delle piante. Portare la campagna in città significa quindi adeguare il ritmo urbano a quello della natura, ma contemporaneamente tenere conto delle caratteristiche di un orto urbano, condizionato dalle trasformazioni della città

Critical mass

Il ciclista urbano e’ per sua natura un inventore… di un nuovo equilibrio che rimetterà in marcia la città.

La massa critica (critical mass) è un raduno di biciclette che, sfruttando la forza del numero (massa), invadono le strade normalmente usate dal traffico automobilistico. Se la massa è sufficiente, il traffico non ciclistico viene bloccato.  Nonostante questa descrizione, la massa critica è un fenomeno di difficile definizione, trattandosi di evento spontaneo privo di struttura organizzativa formalizzata.

La Critical Mass si può  definire una “coincidenza organizzata”, senza leader, organizzatori, o membri individuati da qualcosa che non sia la loro partecipazione all’evento. Anche il percorso seguito durante la manifestazione viene deciso sul momento, spesso da chi è in testa al gruppo, oppure chiunque abbia una propria idea su un percorso possibile, può stampare delle mappe e distribuirle ai partecipanti. Altre volte la decisione del percorso viene presa e condivisa tra più persone subito prima che questa abbia inizio. In questo modo il movimento si spoglia di tutto ciò che è implicato nella creazione di una organizzazione gerarchizzata: nessuna struttura interna, nessun capo, niente politica interna, niente direttive di movimento, ecc. Per far esistere una massa critica tutto ciò che serve è che abbastanza persone sappiano della sua esistenza e si incontrino il giorno designato per il raggiungimento della massa critica, per occupare tranquillamente un pezzo di strada, in modo da escluderne i mezzi motorizzati.

Proprio in conseguenza di questa mancanza di gerarchia, è richiesto che i cicloattivisti prendano responsabilità dell’evento, ciascuno individualmente. In questa ottica, per preservare la compattezza del gruppo, alcune volte dei partecipanti usano una tattica chiamata “corking”, che consiste nel bloccare le macchine che potrebbero spezzare l’unità della manifestazione, frammentandola. Questo viene ottenuto semplicemente fermandosi con la bicicletta di fronte alle auto, in corrispondenza di incroci, rotonde, o anche semafori (quando una Critical stia passando anche a semaforo rosso), fino a che tutto il gruppo sia passato. Questo permette anche di salvaguardare la sicurezza dei manifestanti e di limitare gli attriti con i conducenti di mezzi motorizzati.

Autoproduzioni

L’autoproduzione è un metodo per riscoprire l’indipendenza nel creare ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, staccandoci dall’attuale sistema produttivo, riducendone la dipendenza e aumentando il piacere nell’utilizzare ciò che viene prodotto. Quindi assolutamente il contrario di quello che è il sistema di delega del capitalismo, quello che chiamiamo il circuito del “produci-consuma-crepa”. E’ chiaro che non possiamo autoprodurre tutto quello di cui abbiamo bisogno, ma è fondamentale non delegare totalmente le nostre necessità ad altri, ai così detti “specialisti”o “tecnici”. Dunque l’autoproduzione, come personale risposta al consumismo ed alla produzione intesa come è oggi, che ci ha resi pigri ed ha atrofizzato le nostre mani. Per riscoprire il piacere di creare da sè e di saper fare.

Andrea Staid