Il fuoco, l’esilio, il ritorno
Nel Ramayana, uno dei grandi poemi epici dell’India, attribuito al saggio Valmiki e composto intorno al V secolo a.C., quando Rama libera finalmente Sita dalle mani di Ravana, il primo gesto che la accoglie non è un abbraccio, ma un dubbio. Per essere accolta, Sita deve attraversare il fuoco: l’agnipariksha, la prova che dimostri la sua purezza agli occhi di tutti. Non basta che lei sappia di essere fedele: deve provarlo, farsi vedere, offrirsi allo sguardo del mondo come garanzia di ciò che nessuno può realmente vedere. Il fuoco è la prima forma della vergogna: quella che nasce quando ciò che siamo dentro deve rendere conto a chi guarda da fuori.

Sita esce illesa dalle fiamme. Ma non basta. Il sospetto, una volta seminato, non si spegne con una prova sola. Anni dopo, ormai regina, incinta, viene comunque allontanata da Rama: non perché lui dubiti di lei, ma perché il popolo dubita, e un re non può regnare accanto a un’ombra di scandalo. È l’esilio: la seconda forma della vergogna, quella che non nasce più da un dubbio personale ma da uno sguardo collettivo, dal bisogno di salvare una forma, un’immagine, un ordine sociale — a costo di sacrificare chi quella forma dovrebbe proteggere.
Alla fine, richiamata ancora una volta a dimostrare la propria purezza, Sita non attraversa più nessun fuoco. Chiama la Madre Terra, e le chiede di aprirsi per lei. E la terra si apre, e lei vi ritorna. Non un ritorno a Rama. Non un ritorno a un ruolo, a una prova, a uno sguardo che continua a chiedere conferme. Ma un ritorno all’origine, un dissolversi in ciò che l’ha generata, l’unica forma di verità che non ha più bisogno di essere dimostrata a nessuno.
La vicenda di Sita non è solo un racconto di fedeltà messa alla prova, ma la mappa di come una vergogna imposta dall’esterno possa attraversare tre soglie: il fuoco, l’esilio, il ritorno.
Fuoco.
Esilio.
Ritorno.
Forse è anche la storia di come costruiamo, abitiamo e infine lasciamo andare quella cosa che chiamiamo identità.
*
E se una parte di ciò che chiamiamo identità fosse, in realtà, qualcosa che abbiamo imparato a essere per non sentire ciò che provavamo?

Forse l’identità non nasce soltanto da ciò che scopriamo di essere, ma anche da ciò che, a un certo punto della nostra vita, abbiamo imparato a fare, a trattenere, a nascondere o a diventare — come Sita nel fuoco, imparando a mostrarsi in un certo modo per essere accolta.
Quando siamo piccole, attraversiamo esperienze che non sempre abbiamo gli strumenti per comprendere. Alcune emozioni sono troppo grandi per essere sentite fino in fondo. Alcune esperienze non possono essere elaborate, e allora il nostro sistema trova altri modi per proteggerci.
E nel nostro non essere visti,
impariamo a reagire.
Impariamo a proteggerci.
Impariamo a trattenerci.
Impariamo a essere in un certo modo.

E, a un certo punto, iniziamo a chiamare tutto questo “io”.
Come ci siamo sentite guardate dai nostri genitori può diventare il modo in cui, poi, cominciamo a guardare gli altri.

L’identità potrebbe allora essere anche una stratificazione di risposte: impulsi, emozioni, modalità di relazione e di difesa che, nel tempo, diventano familiari. Ogni io è, in questo senso, una struttura arcaica — capace di modellarsi, ma fino a un certo punto: un punto oltre il quale non solo l’identità rischia di crollare, ma con essa anche la volontà stessa di lasciarla andare.
Ma forse alcuni degli impulsi che oggi sentiamo così nostri non rispecchiano realmente chi siamo adesso.
Sono risposte che appartengono a qualcosa che è successo prima. Modalità che, a un certo punto, ci sono servite, e che abbiamo continuato a mettere in atto anche quando non erano più necessarie.
E qui si apre una domanda che forse vale la pena portare con sé, senza doverci subito rispondere:
Cos’è, davvero, necessario?
È necessario che qualcosa lo fosse stato, allora, per chi eravamo. Ma è necessario anche che oggi lo si riconosca per ciò che è ora — non più necessario.
E forse la libertà si misura proprio qui: in quanto siamo disposti a lasciar cadere ciò che un tempo ci teneva in vita, per sentire cosa davvero ci appartiene.
E spesso, dietro queste modalità, c’è una vergogna che non è mai stata veramente attraversata.
Una parte di noi che ha imparato:
“Questa cosa di me non va bene.
Non devo essere così.
Non devo farmi vedere in questo modo.
Devo cambiare.
Devo diventare altro.”
Ed è proprio qui che si tocca il nodo: la vergogna si trova in uno spazio fra interno ed esterno, fra come siamo e come veniamo visti. Chi guarda? È la domanda del bambino che osserva, incuriosito, dal buco della serratura, e che si sente osservato a sua volta — colto, esposto, prima ancora di aver capito cosa stesse facendo. È lo sguardo dell’altro, in Sita, che la costringe al fuoco prima ancora che lei stessa si sia chiesta se è pura.
E così cominciamo a identificarci con quelle parti che non hanno potuto elaborare la vergogna. Non necessariamente perché ci appartengono davvero, ma perché sono state, per un certo periodo, il nostro modo di stare al mondo.
Ma qui diventa importante distinguere. Perché non tutta la vergogna è uguale.
Esiste una vergogna profonda, atavica, che ci è stata inflitta quando eravamo troppo piccole per poterla attraversare. Una vergogna che può essere stata troppo grande da sentire, troppo dolorosa da esprimere, e che allora abbiamo dovuto trattenere dentro di noi. È il fuoco imposto da un dubbio che non era nostro.

Ma esiste anche una vergogna sana.
Non è la vergogna del “tu vergognati” che l’adulto impone al bambino. Non è quella che ci dice che siamo sbagliati, indegni o cattivi.
È una vergogna che può avere una funzione completamente diversa.
È quella sensazione che, davanti a qualcosa che abbiamo fatto, ci permette di fermarci e sentire:
“Mmh. Forse qui potevo fare meglio.”

Non ci dice che siamo sbagliate.
Ci permette di riconoscere che qualcosa che abbiamo fatto non è in accordo con ciò che sentiamo essere giusto.
E forse questa possibilità di vergognarci, senza sprofondare nel senso di colpa, è una possibilità che abbiamo perso.
La colpa, di solito, è diretta a un’azione, a qualcosa che abbiamo fatto di sbagliato. La vergogna, invece, riguarda l’essere in sé. Per questo usare la vergogna per far sentire qualcuno inadeguato è così devastante: non colpisce ciò che ha fatto, colpisce chi è.
Perché uno dei danni della grande comunità di umani in cui viviamo potrebbe essere proprio quello di non lasciarci più uno spazio per sbagliare.
C’è una differenza enorme tra usare la vergogna come strumento di controllo sociale inconscio (per incutere paura, per far sentire in colpa) e riconoscere la vergogna come qualcosa di strutturale nel patto sociale stesso: qualcosa che, se accolto con empatia, può essere sentito e attraversato invece che imposto e negato.
Ci viene insegnato che non possiamo sbagliare. E così, quando sbagliamo, invece di poter sentire quella piccola vergogna che ci permette di riconoscere ciò che è accaduto, passiamo direttamente al senso di colpa e in un’attimo abbiamo bisogno di attaccare o di chiuderci in noi per non sentire quella colpa.
Ho sbagliato, quindi c’è qualcosa di sbagliato in me, ma fa troppo male, quindi reagisco come hanno reagito tutte e tutti prima di me.
Sono proprio due mondi diversi.
Perchè la vergogna sana può dirci:
“Quello che ho fatto non è in accordo con ciò che vorrei essere in questo momento.”
E questo può essere importante. Perché vivere in una comunità di umani significa anche poter riconoscere quando abbiamo creato una frattura, una disarmonia, qualcosa che possiamo riparare semplicemente provando a fare in un modo diverso: forse ammettendolo, forse semplicemente chiedendo qualche minuto di silenzio per poi tornare con il cuore…
È una cosa delicata, questa. Abbiamo bisogno di relazione per sopravvivere. Abbiamo bisogno di sentire che la soglia non viene messa in discussione da un possibile errore. Essere inadeguati non deve essere il preludio all auto-‘isolamento o dell’allontanamento: non dovremmo dover aver paura di essere vulnerabili.
M abbiamo bisogno di poter sentire quando ci siamo allontanati, con il nostro comportamento, dal campo armonico a cui apparteniamo.
Non per essere punite.
Ma per poter tornare.
La vergogna sana, allora, non ci condanna: ci riporta.
Ci riporta alla relazione.
Ci riporta a un imparare e a un crescere.
Per far emergere una responsabilità, una risposta consapevole rispetto a un’azione.

Ci riporta alla possibilità di fare diversamente. E proprio perché non ci identifica con l’errore, ci lascia liberi di imparare. Per poter crescere.
Forse, allora, anche la trasformazione può assumere un significato diverso.
E se potessimo trasformarci senza partire dalla convinzione che non andiamo bene?
E se non dovessimo diventare diversi perché ci vergogniamo di ciò che siamo, ma potessimo cambiare perché qualcosa dentro di noi è semplicemente cresciuto?

Imparare.
Conoscerci.
Sentirci meglio con noi stessi e con gli altri.

E forse, quando ci permettiamo finalmente di attraversare anche quella vergogna sana, qualcosa dentro di noi può riequilibrarsi.
Possiamo riconoscere ciò che non ci appartiene più.
Possiamo lasciare emergere parti nuove.
Parti che non sono più costruite soltanto sulla difesa, sull’adattamento o sulla paura di non andare bene, ma sulla possibilità di aprire la propria vulnerabilità alla comunità, di condividere, di dire ad alta voce dove siamo, senza i segreti che chiudono le relazioni.
Possiamo così iniziare a identificarci con parti più sane di noi. Non perché abbiamo finalmente trovato “la nostra vera identità”, ma perché abbiamo creato abbastanza spazio per permettere a qualcosa di nuovo di emergere.
Se ci diamo il tempo e lo spazio per vivere tutto ciò somaticamente e socialmente, emerge contemporaneamente un’altra consapevolezza: forse non c’è nemmeno bisogno di perdonare se stessi e gli altri, se ogni cosa, essendo parte del tutto, non poteva che essere così.

A questo punto, il viaggio può aprirsi ancora oltre.
Perché anche le parti più sane con cui impariamo a identificarci, prima o poi, possono essere attraversate e lasciate andare.
È qui che può iniziare un’altra forma di disidentificazione: non più come fuga da ciò che siamo stati, ma come esperienza profondamente yogica. La possibilità di riconoscere che non siamo soltanto questa identità, né quella parte, né quell’altra.
Possiamo appartenere al campo degli umani senza dover essere definiti soltanto dalla nostra storia individuale.
Possiamo sentirci parte di qualcosa di più grande.
Parte di un Uno.
Insieme nell’Uno.

Anche se forse è già qui che si apre un problema immenso, che meriterebbe ben altro spazio: dell’Uno si può parlare solo a partire dal due. È solo nella dualità che intuiamo che esiste l’Uno — l’Uno, allora, non è altro dal due, ma la sua unica manifestazione possibile; il due è il modo in cui l’Uno si manifesta. E se ne siamo una parte, si apre subito la domanda della trascendenza e dell’immanenza — domanda che forse si supera solo spostandosi verso l’idea di un divenire puro, una potenza pura da incarnare, più che verso l’idea di appartenere a qualcosa.
Allora la disidentificazione non significa più liberarsi da chi siamo.
Forse significa semplicemente smettere, lentamente, di credere che ciò che possiamo chiamare “io” sia tutto ciò che siamo. Se l’identità è, in questo senso, il progetto stesso attraverso cui una potenza pura si manifesta nel mondo, resta da capire: senza identità, come si manifesta nel mondo il proprio dissolversi nell’Uno?
E qui si apre anche un altro problema, forse ancora più grande, che vale solo la pena di nominare, non di chiudere: se siamo tutto, allora tutto era necessario perché noi fossimo noi, ogni cosa, compresa la vergogna instillata dai nostri genitori, compreso ciò che ci ha portato fin qui, a scrivere esattamente queste parole. Oppure: non siamo niente, niente ci è necessario, l’essere qui è un accidente, e l’essere tutto coincide, alla fine, con l’essere niente. Le due cose sono la stessa, e qualunque cosa facciamo non conta più né meno di qualunque altra.
Come Sita, che alla fine non torna da nessuno, ma si dissolve in ciò che l’ha generata. Forse anche noi, un giorno, potremo smettere di dover dimostrare, al fuoco o all’esilio, chi siamo. E lasciarci semplicemente riassorbire in ciò che siamo sempre stati, prima ancora di doverlo chiamare “io”.
Tutto questo andrebbe approfondito. Ma forse, a volte, non serve approfondire ancora: serve fermarsi, e sentire tutto quello che si è mosso.
Om Pūrṇam adaḥ pūrṇam idam,
Pūrṇāt pūrṇam udacyate;
Pūrṇasya pūrṇam ādāya pūrṇam evāvaśiṣyate.

Quello è pieno, questo è pieno; dal pieno nasce il pieno; e anche togliendo il pieno dal pieno, il pieno rimane.

E in questo pieno che non si consuma mai:

Tat tvam asi — tu sei quello. Io sono quello.

Nadeshwari Joythimayananda


www.nadeshwari.com

Per rimanere in contatto con noi e ricevere informazioni sugli ultimi articoli, video, webinar ed iniziative pubbliche che proponiamo, lascia qui la tua email