Gaia x Matrika (GxM) intervista Elia Vitadamo e Gil “The Grid” Gomes Leal, tra saggezza ancestrale, psicologia del profondo e movimento come pratica di trasformazione.

Mi sono innamorata di Amenti guardandoli danzare, molto prima di avere le parole per spiegare cosa stessero davvero facendo. È stata proprio la loro energia in scena a darmi un’ulteriore spinta — dopo un bellissimo, paziente, lungo lavoro di supporto e integrazione con le persone del collettivo Matrika — per tornare a integrare il movimento, la danza, le mie pratiche, a seguito di un trauma che per anni mi aveva congelato mente, cuore e corpo — un corpo che, per natura e passione, era sempre stato in movimento. Ho iniziato così a interessarmi al loro lavoro, seguendoli sui social — diciamo pure che li ho inseguiti — finché la scorsa estate non li ho finalmente incontrati di persona a Lisbona, durante una performance/jam bellissima in cui mi sono sentita parte integrante della performance, gli artisti in piena connessione con il pubblico. Solo dopo, curiosando sul loro sito, ho scoperto tutto il lavoro teorico dietro al movimento — e mi è sembrato risuonare perfettamente con quello che Matrika cerca di fare da sempre: tenere insieme saggezza antica e ricerca contemporanea sulla coscienza. Da allora mi sono letta e riletta una piccola autoproduzione che inviano quando ci si iscrive alla loro mailing list, the Blueprint of Being.

C’è un’immagine a cui Elia e Gil tornano spesso: la terra di sotto. È lì, dicono, che si nasconde la parte più preziosa di noi — la paura, il lutto, la vergogna, la gioia che non ci è mai stato permesso di sentire — sepolta nei tessuti ben oltre il momento che l’ha generata. Amenti non è nato a tavolino, teorizzato da chi osserva quel territorio da distanza di sicurezza. È nato da due persone che ci sono cadute dentro insieme, sul pavimento di una festa underground a Rotterdam, la notte in cui il calendario Maya avrebbe dovuto segnare la fine del mondo.

Più di dieci anni dopo, quella notte è diventata il mito fondativo di un metodo: l’Amenti MoveMeant Method (AMM), una pratica corporea articolata in sette livelli che intreccia la psicologia junghiana, la bioenergetica di Wilhelm Reich e Alexander Lowen, la filosofia ermetica e kemetica, e il linguaggio fisico e grezzo della danza, in un unico sistema per metabolizzare ciò che il corpo ha portato in silenzio. Oggi Amenti organizza workshop, immersioni, ritiri e un’Academy digitale che raggiunge praticanti ben oltre lo studio di danza da cui tutto è partito.

Così ho scritto loro, proponendo un’intervista a Elia e Gil per parlare di sopravvivenza, psicosi, guarigione decoloniale, e del perché per loro la spiritualità è tutt’altro che un rito fatto di incenso: la trattano come una disciplina tanto rigorosa quanto una scienza.

GxM: Amenti non è nata come azienda o come programma didattico. Da dove comincia davvero la storia?

Gil: Da uno studio di danza piccolo e pieno di fumo, con bassi pesanti, mmusica sperimentale, e due adolescenti che si sentivano entrambi “diversi”. Questa è la risposta onesta. Molto prima che esistesse un metodo, c’erano solo due disadattati che avevano riconosciuto qualcosa l’uno nell’altra.

Elia: Venivamo da mondi completamente diversi, ma portavamo ciascuno la propria mappa del dolore. Gil è cresciuto in una famiglia rigidamente Testimone di Geova, con confini rigidi e una disciplina fisica pensata per aiutare un uomo nero a sopravvivere in un sistema costruito per farlo fallire. Troppi “no” — è quello che lo ha portato a vivere per strada a diciassette anni, a una psicosi nel 2012, e a una spinta a dimostrare il proprio valore attraverso la danza professionale. Io sono cresciuta all’estremo opposto della stessa ferita: una madre amorevole

e creativa che, per senso di colpa verso l’assenza di un padre, non mi ha mai detto “no”. L’assenza di confini mi ha portata verso disturbi alimentari, autolesionismo, relazioni abusive. Ero una ragazzina punk in cerca di un “sì” che non facesse male. Amenti, in fondo, è proprio l’alchimia di questi due opposti.

GxM: Citate una data precisa, il 21 dicembre 2012 — il vostro “Anno Zero”. Cosa successe quella notte?

Gil: Eravamo a una festa underground illegale. Ho avuto un grave episodio psicotico seguito da una crisi epilettica. Elia mi ha tenuto tra le braccia per tutto il tempo.

Elia: Ho sentito come se una parte di lui stesse morendo tra le mie braccia. La mattina dopo, camminando per le strade di Rotterdam, ricordo la sensazione di camminare accanto al corpo di Gil, ma con l’anima altrove. Quella notte non ci ha dato un metodo. Ci ha dato una domanda che non riuscivamo a lasciar cadere.

GxM: Come è diventata una pratica, quella domanda?

Gil: Lentamente, e per necessità. Nei mesi successivi ci siamo trasferiti a vivere insieme solo per affrontare le conseguenze. Avevo bisogno di guarire la mia mente, così mi sono immerso a capofitto nella psicologia, nell’ermetismo, nella sperimentazione somatica — qualsiasi cosa potesse spiegare cosa mi fosse successo. In quel periodo sono anche diventato campione del mondo di danza al Juste Debout, e mi ha insegnato una cosa importante: i riconoscimenti erano vuoti. Il vero lavoro è sempre stato interiore.

Elia: E io sono diventata il ponte e l’ancora. Sono cresciuta con un padre schizofrenico, il che — per quanto possa sembrare strano — mi ha addestrata fin da piccola a parlare con “l’invisibile”, a tradurre percezioni caotiche e grezze in un linguaggio che altri potessero davvero usare e mettere in pratica. Così, mentre Gil aveva le intuizioni, io costruivo la sintassi intorno a esse. Questa divisione dei ruoli è, in sostanza, ancora il modo in cui lavoriamo oggi.

GxM: Parliamo del metodo vero e proprio. Cos’è l’Amenti MoveMeant Method, con le vostre parole?

Elia: Lo descriviamo come un metodo di movimento psico-somatico e decoloniale. In pratica, colma il divario tra espressione fisica e profondità psicologica. Non insegniamo a muoversi per il gusto di muoversi: insegniamo ad ascoltare quello che il corpo sta già dicendo, e a decodificare i messaggi sottili che mente ed ego trasmettono attraverso di esso.

Gil: Il corpo è un archivio vivente. Ogni frammento della tua educazione, dei tuoi traumi, dei tuoi trionfi è cristallizzato nei tuoi tessuti. L’AMM dà alle persone gli strumenti per leggere quell’archivio, e poi per metabolizzare davvero ciò che contiene, invece di continuare a girarci intorno solo con la testa.

GxM: Il metodo è strutturato in quelli che chiamate i Sette Livelli. Ce li raccontate, uno per uno?

Elia: Insieme mappano l’intero arco dell’esperienza umana, dal più primordiale al più trascendente — e ogni livello corrisponde a un elemento, a un’emozione “ombra” da attraversare, e a una capacità specifica che si sviluppa lavorandoci sopra.

Si comincia con il Livello della Fisicità, che corrisponde all’elemento Terra. È una negoziazione primaria tra Fiducia e Paura, il livello che governa il nostro legame con la tribù, con il lignaggio, con il terreno sotto i piedi. Lavoriamo molto a terra, con un floorwork che ci fa attraversare quelle che chiamiamo le quattro sentinelle del sistema nervoso: attacco, fuga, congelamento e “fawn”, cioè la sottomissione compiacente. L’obiettivo è muoversi per occupare spazio, imparare a restare incrollabili. È il livello che, se funziona, ti restituisce fiducia di base — in te stesso e negli altri.

Gil: Il secondo è il Livello delle Sensazioni, l’elemento Acqua. Qui entriamo nel regno acquatico per irrigare le zone aride dentro di noi. Attraverso un movimento circolare,

ondulatorio, trasformiamo il senso di Colpa — che consideriamo la vera diga della repressione emotiva — in qualcosa che può finalmente scorrere. Ci si muove per restare fluidi, per riconquistare il diritto di sentire. A livello pratico, è qui che le persone imparano a fare delle scelte reali, invece di reagire in automatico.

GxM: E cosa succede quando si arriva al terzo livello, quello del Potere?

Elia: Il Livello del Potere corrisponde al Plesso Solare e all’elemento Fuoco. Quando la sensazione incontra l’innesco, la temperatura si alza. È qui che riconosciamo la rabbia per quello che è davvero: non un nemico, ma un sistema d’allarme. Bruciamo il “piombo” della Vergogna per riconquistare la nostra capacità d’azione, la nostra agency. Abbiamo anche una piccola formula interna che usiamo spesso in questo livello, quella che chiamiamo la Gerarchia della Logica:

Conoscenza → Potere → Scelta → Responsabilità → Libertà
È la sequenza esatta con cui, secondo noi, si costruisce davvero l’autonomia di una persona. GxM: E dopo il Fuoco, dove va il percorso?

Gil: Si apre verso l’esterno, verso l’altro. Il Livello della Connessione è l’elemento Aria — lo chiamiamo anche “la Grande Apertura”. È il livello in cui affrontiamo il lutto. La disciplina qui è la resa senza aggrapparsi: si allenta la presa della gelosia e dell’ego, fino a una verità piuttosto semplice — a livello del cuore, siamo tutti la stessa cosa. È il livello che genera quella che sul sito chiamiamo “consapevolezza spaziale”: capire dove finisci tu e dove comincia l’altro, senza perdere il contatto.

Elia: Poi c’è il Livello della Vibrazione, l’elemento Suono. “Creo mentre parlo” è la frase che usiamo per riassumerlo: le parole, per noi, sono l’architettura della realtà. Qui ripuliamo l’ombra della Menzogna attraverso l’onestà radicale, allineando la propria voce personale con la frequenza collettiva del gruppo. Ed è anche il livello in cui impariamo che la vera maestria, molto spesso, si muove nel silenzio — non tutto va detto per essere vero.

GxM: Gli ultimi due livelli sembrano i più astratti.

Gil: Lo sono, nel senso che si allontanano dalla densità del corpo per entrare nel dominio dei simboli. Il Livello dei Simboli corrisponde all’elemento Luce. A questo punto abbiamo integrato le ombre dei livelli precedenti — Paura, Colpa, Vergogna, Lutto, Menzogna — e ci siamo guadagnati la chiarezza per vedere oltre il velo dell’Illusione. È il passaggio dal pensiero analitico alla vastità dell’intuizione: qui le persone iniziano davvero a creare, non solo a reagire.

Elia: E il settimo, il Livello dell’Innerstanding — la “comprensione interiore”, per usare la nostra parola — corrisponde all’elemento della Conoscenza. La frase che lo guida è “Tutto è Mente”. La sfida finale, a questo punto, è l’Attaccamento. Attraverso la Legge di Polarità e la pratica del Distacco si arriva a quella che chiamiamo sovranità: una verità che non è più solo pensata, ma metabolizzata da ogni cellula del corpo. È anche il livello che, secondo noi, sviluppa l’intuizione vera e propria — non come dono innato, ma come capacità allenabile, esattamente come le altre sei.

GxM: Usate la parola inglese “Innerstanding” al posto di “understanding” [comprensione]. È una scelta intenzionale?

Elia: Completamente. Non è una conoscenza sotto cui ci si mette per riceverla dall’alto — è una conoscenza a cui si arriva andando verso l’interno. In fondo, è tutto il metodo in miniatura.

GxM: Amenti si appoggia molto a Carl Jung — l’Ombra, l’individuazione, gli archetipi. Perché la psicologia, e Jung in particolare, invece di un impianto puramente spirituale o puramente somatico?

Gil: Perché non volevamo costruire qualcosa che scartasse chi è venuto prima di noi. L’opera

di Jung è un pilastro della filosofia di Amenti proprio perché ha mappato questo territorio — l’Ombra, le parti di noi spinte nella “terra di sotto” perché la società, o il nostro stesso ego, le ha giudicate inaccettabili. Nell’AMM non fuggiamo dall’Ombra. Ci muoviamo con lei. La analizziamo. La integriamo, fisicamente, attraverso il movimento, ed è così che recuperiamo i frammenti dell’anima.

Elia: E affianchiamo a questo la bioenergetica, il lavoro di Alexander Lowen su come il corpo gestisce la forza vitale. Quando reprimiamo un trauma o un’emozione, il corpo costruisce quella che Lowen chiamava “corazza caratteriale” — muscoli induriti, respiro trattenuto — per proteggerci dal dolore. Col tempo, quella corazza non si limita a proteggerci: modella la nostra postura, i nostri schemi di movimento, e alla fine l’intera personalità. Quindi, per dirla in breve: la bioenergetica è l’hardware, la psicologia junghiana è il software, e l’Amenti MoveMeant è il sistema operativo che fa girare entrambi insieme.

GxM: Descrivete Amenti anche come una pratica di “guarigione decoloniale”. Cosa significa concretamente, dentro un workshop?

Gil: Significa che stiamo riportando alla luce la saggezza africana e indigena per guarire una scissione tra mente e corpo che i sistemi occidentali sul trauma spesso approfondiscono invece di ricomporre. Concretamente, si vede negli elementi attorno a cui costruiamo i livelli — Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Suono, Luce, Conoscenza — e nei principi kemetici (cioè legati all’antico Egitto — da “Kemet”, il nome con cui gli antichi egizi chiamavano la propria terra) che derivano da Thoth e dai Neteru, le forze della natura. Si vede nell’idea di Rekh Ab, la conoscenza del cuore, che uniamo a quello che la cultura hip-hop chiama il suo quinto elemento: la conoscenza di sé. Non è una decorazione. È un ponte reale verso quadri di pensiero antichi, esistiti molto prima della cultura del benessere contemporanea, espressi in un modo viscerale e utilizzabile nel mondo in cui viviamo oggi.

GxM: Il trauma è ovviamente centrale in questo lavoro. Come lo definisce Amenti?

Elia: In una visione olistica, vediamo il trauma come un’interruzione nel flusso tra il piano fisico, quello emotivo e quello energetico. Si manifesta come un blocco fisico — tensione cronica o “corazza” trattenuta in specifiche zone del corpo. Si manifesta come una diga emotiva — una frequenza bloccata, come un lutto irrisolto o un senso di colpa perenne, che impedisce di essere pienamente presenti nella pura presenza del momento — quella che in inglese chiamano “is-ness”, il “così è” delle cose. E si manifesta come una distorsione della verità, in cui la mente vive ancora in un pericolo passato e costringe il corpo a reagire al presente come se fosse il passato. In fondo, il trauma è uno stato in cui il “vascello” ha perso il proprio ritmo. Guarire è il processo di metabolizzare quell’energia immagazzinata attraverso il movimento, il respiro e l’onestà radicale, per poter tornare al flusso — e alla propria sovranità.

GxM: In una delle tue newsletter racconti di esserti sottoposta alla biforcazione della lingua — una pratica di body art — nelle mani di un piercer che, con un tempismo perfetto, si chiama Lucifer, e di come quel dolore fisico, scelto e non subito, ti abbia insegnato qualcosa su fiducia e potere. C’entra con il lavoro che fate su corpo e trauma?

Elia: Moltissimo, anche se è un esempio estremo. C’è una differenza enorme tra il dolore che ci capita senza consenso — quello che spesso diventa trauma proprio perché non l’abbiamo scelto e non ne avevamo il controllo — e il dolore che invitiamo consapevolmente nella nostra vita. Quando qualcun altro esercita potere su di te con il tuo consenso, quello stesso potere ti restituisce fiducia, invece di toglierla. Da bambina avevo già imparato a invitare il dolore fisico per deviare l’attenzione da quello emotivo, ma anche per allenarmi a stare nell’ignoto. Quando mi hanno biforcato la lingua, ridevo — la mia amica che era lì mi guardava come se fossi un po’ matta. Ma il corpo, se lo osservi con attenzione nel dolore più intenso, si comporta come un animale: si ritira, si chiude, aspetta di guarire da solo, senza bisogno di parole. È una forma di intelligenza che raramente ci fermiamo ad ascoltare. E quando il dolore passa, il piacere — un abbraccio, il vento fresco del mattino — torna a sentirsi in un

modo molto più intenso. È la dualità che tiene insieme tutto il nostro lavoro: senza il buio non sapremmo riconoscere la luce.

GxM: Per chi non ha mai messo piede in un workshop somatico, come si presenta in pratica un’esperienza Amenti — un workshop rispetto, per esempio, a Inner Work?

Gil: Un workshop di solito è di un solo giorno, un punto d’ingresso — sufficiente a sentire cos’è il metodo nel corpo, non solo in teoria. Inner Work è l’altro estremo dello spettro: la nostra immersione più ampia, offerta di solito una volta l’anno, un percorso di dieci giorni con una pausa di integrazione di due giorni al centro. Ogni giorno si incontra il linguaggio, la teoria e la “medicina del movimento” specifica di un livello diverso. Si comincia aiutando la persona a identificare il proprio Livello Naturale — la frequenza in cui la propria energia risiede più spontaneamente — e culmina in un rituale che chiamiamo la Rainbow Road, la “strada dell’arcobaleno”: un attraversamento completo dei Sette Livelli e, in realtà, dell’intera esperienza umana.

Elia: Offriamo anche un’immersione più breve chiamata Individuation Process, un percorso di quattro giorni dedicato specificamente alla bioenergetica e alla corazza caratteriale, in cui si apprendono i principi fondamentali di quelle che chiamiamo le Sei Strutture dell’Ego, attraverso due dei Sette Livelli. E per chi non può viaggiare, c’è l’Amenti Academy — la nostra casa digitale, pensata perché i Sette Livelli siano raggiungibili da qualunque parte del mondo.

GxM: Perché la pratica di gruppo è così importante in questo metodo? Non potrebbe essere una terapia individuale?

Elia: Perché comprendere se stessi significa comprendere l’altro, e vale anche il contrario. Insegniamo quasi tutto in gruppo, ed è una scelta precisa. Il gruppo diventa quello che chiamiamo uno specchio sacro — i propri schemi emergono più in fretta e più chiaramente quando vengono riflessi da altre persone che si muovono accanto a te. È guarigione collettiva, non perché l’individuo non conti, ma perché nessuno di noi, in realtà, si disfa da solo.

GxM: Avete detto che per voi la spiritualità “non è solo incenso”. Cosa intendete?

Gil: Intendiamo che la trattiamo come un campo di studio valido e rigoroso — un’estensione dell’universo, non un suo accessorio. Dove porti la tua attenzione, manifesti. Per noi non è uno slogan, è più vicino a un principio operativo. E l’idea corrispondente è che l’universo non giudica il tuo percorso: ti offre soltanto la lezione. Se la integri con resistenza o con fluidità è l’unica vera libertà che ciascuno di noi possiede.

GxM: In un’altra newsletter parli della “Legge del Tre” per descrivere la trasformazione: uno spazio neutro, una morte, una nascita. È lo stesso principio che muove i Sette Livelli?

Elia: Esattamente lo stesso. Distinguo sempre un cambiamento da una trasformazione: il cambiamento è leggero, aggiungi o togli qualcosa senza che ti costi troppo. La trasformazione fa male, perché per far nascere qualcosa di nuovo, qualcos’altro deve morire — ed è proprio la Legge del Tre di cui parlo spesso: uno spazio neutro in cui la morte può essere accolta, e da cui, solo dopo, può nascere qualcos’altro. È lo stesso ciclo vita-morte-vita di cui scrive Clarissa Pinkola Estés, la stessa alchimia a cui alludiamo quando parliamo di ermetismo. Nell’AMM lo vediamo continuamente: ogni livello chiede di lasciar morire qualcosa — una paura, una vergogna, una bugia — prima che possa nascere la capacità successiva. Non è un caso che tante persone, in certi momenti della propria trasformazione, sentano il bisogno di ritirarsi, di stare da sole: è lì che si crea lo spazio neutro necessario.

GxM: Amenti parla spesso di specchio sacro, di guarigione collettiva. Che idea avete di comunità, oggi, e che progetti avete per farla crescere?

Elia: Per noi la comunità non è un pubblico, è un corpo condiviso — motivo per cui insegniamo quasi tutto in gruppo. Uno dei concetti su cui stiamo lavorando molto

ultimamente è l’Onore: come bussola che tiene insieme un gruppo, come codice implicito che ci fa muovere gli uni in relazione agli altri, e non solo per se stessi. Stiamo anche scrivendo quello che chiamiamo il Book of MoveMeant — spero il primo di più volumi — proprio per dare alla comunità un linguaggio condiviso da portare a casa dopo un workshop. E con l’Amenti Academy, il primo modulo online di sette settimane ci ha permesso di raggiungere persone che forse non potranno mai volare fino a un nostro ritiro: la comunità, per noi, deve poter esistere anche a distanza.

Gil: In giro per il mondo — negli ultimi mesi abbiamo girato molto, a partire da New York — vediamo nascere piccoli nuclei di questa comunità ovunque andiamo. Il sogno a lungo termine è avere uno spazio fisico più stabile, una vera casa per Amenti, oltre ai ritiri e al tour. Ma per ora la strada è la nostra casa, e onestamente ci sta bene così.

GxM: Direi che è la chiusura perfetta — perché dopo un anno passato a inseguirvi sui social e una jam indimenticabile a Lisbona, finalmente ci ritroveremo di persona a Koh Phangan, ai vostri Elemental Intensives, dove non vedo l’ora di sperimentare sul mio corpo i 5 elementi — Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Luce — di cui abbiamo parlato oggi. Grazie a tutti e due.

Elia & Gil: Grazie a te. Ci vediamo a Koh Phangan.

Amenti è una piattaforma di movimento e una comunità fondata da Elia Vitadamo e Gil “The Grid” Gomes Leal, che offre workshop, immersioni, ritiri e l’Amenti Academy online in tutto il mondo. Per saperne di più: amenti.world e amenti.academy, oppure scrivendo a contact@amenti.world.

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