C’è un fuoco che ricorre in molte forme in questo numero. È il fuoco a cui Sita, nel Ramayana, deve consegnarsi per dimostrare la propria purezza a uno sguardo che dubita di lei. È il fuoco in cui il Moloch delle antiche scritture chiede in sacrificio la vita per accrescere la propria potenza — lo stesso fuoco che oggi brucia sotto forma di data center, di guerre, di terre estratte fino all’osso.

Ed è lo stesso fuoco che, il 26 agosto scorso, ha bruciato un collettivo di volontarie e volontari italiani, Autistici/Inventati, accusato di terrorismo dal governo degli Stati Uniti per il solo reato di aver difeso per un quarto di secolo la privacy di chi non voleva regalare i propri dati alle multinazionali del digitale.

Ed è il fuoco più piccolo e quotidiano che si accende in gola ogni volta che qualcuno ci dice, con dolcezza quasi imperdonabile, che basterebbe un sorriso, che è ora di “trovare il nostro posto”, di diventare finalmente adulti — cioè integrati in un sistema che misura il nostro valore in euro prodotti, in sorveglianza subita, in dissenso patologizzato.

Attraversare quel fuoco, in questo numero, non significa dimostrarsi puri agli occhi di qualcun altro. Significa qualcos’altro: tornare a casa.

Non una casa fatta di mattoni. La casa più antica — il corpo, la terra, il tempo che ci è dato — quella che il metodo di movimento raccontato in apertura chiama “la terra di sotto”: il luogo dove restano sepolte le paure, i lutti, le vergogne che non ci è mai stato permesso di sentire, in attesa che qualcuno, finalmente, le ascolti. È lo stesso luogo in cui, tra queste pagine, un’altra autrice reclama “uno spazio mio”. Ed è lo stesso luogo che si apre per accogliere Sita quando lei smette di dover dimostrare qualunque cosa a chiunque, e chiede alla Madre Terra di lasciarla tornare.

C’è chi quella casa l’ha trovata letteralmente scolpita nella roccia: una pietra tra le colline, silenziosa e instancabile, che non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Stanotte la luna illumina come un disco di perla, e noi, da qui sotto, ci giriamo dall’altra parte — perché a fare luce, stanotte, è lei: la pietra. Stanotte il guru è pietra.

Tornare a casa vuol dire anche riconoscere che la vergogna può avere due facce: quella che ci viene inflitta per tenerci al nostro posto, e quella sana che ci riporta, invece, alla relazione — con noi stesse, con chi ci sta accanto, con la terra che abitiamo.

Vuol dire ricordare, con chi da anni cammina tra i Custodi della Saggezza indigena in cerimonie che attraversano i cinque continenti, che apparteniamo tutti alla stessa famiglia e alle stesse radici. Vuol dire riconoscere, con chi difende il Buen Vivir dei popoli sudamericani, che la terra non è una risorsa da estrarre ma una trama viva di interdipendenze — e che lo stesso terricidio che devasta l’Abya Yala ha un volto anche nelle nostre valli, nei nostri fiumi privatizzati.

Vuol dire, ancora, chiedersi cosa davvero abbia valore quando smettiamo di misurarlo in denaro — e magari trovare la risposta in una rete di radici che si scambiano nutrimento senza gerarchia, come tra gli alberi di un giardino cresciuto sul letto di un fiume. Vuol dire promuovere, come si legge in uno dei contributi più urgenti di questo numero, una vera e propria biodiversità: tecnica, prima ancora che ecologica, per non lasciare che poche mani accumulino il controllo di ogni nostra connessione, di ogni nostra parola.

Vuol dire, ancora, non distogliere lo sguardo dal fuoco quando smette di essere metafora. In una poesia che attraversa queste pagine come una preghiera, una madre si mette in salvo dal cemento che crolla sulle sue amiche, cento passi nel verde, sotto un cielo di droni e di rondini nere — e ritrova, oltre le fiamme, il filo di latte che ancora la unisce a un’amica e a sua figlia, sotto assedio, migliaia di miglia lontane.

Anche questa è terra di sotto: quella da cui, nonostante tutto, può ancora alzarsi in volo una colomba.

E vuol dire, infine, fermarsi.

Rallentare abbastanza da lasciarsi sorprendere di nuovo dalla meraviglia di un tramonto, da un suono di tanpura che si stende come un bordone sotto la pelle, dal respiro della terra che, letteralmente, ci respira — e imparare di nuovo a leggere ciò che non ha ancora un nome, come facevano, chini sulle viscere degli animali, gli aruspici dell’antichità, o come ci ricordano oggi, in queste pagine, gli artisti che vedono oltre: la loro non è più un’arte che produce solo oggetti, ma che coltiva la capacità, sempre più rara, di restare in una piazza senza scopo, di lasciare che un paesaggio cambi la qualità di un pensiero.

Abbiamo scelto di intitolare questo numero La terra di sotto — l’immagine che, in queste pagine, torna più volte con nomi diversi: il luogo in cui Amenti ci invita a scendere per recuperare ciò che avevamo imparato a non sentire; lo spazio che un’altra autrice racconta di essere andata a cercare in fondo a se stessa; il suolo da cui, in una poesia che attraversa questo numero come una preghiera, può ancora alzarsi in volo una colomba nonostante il fuoco. Non è un luogo di fuga, ma di ritorno: è là, in basso, che resta sepolta — mai perduta — la parte più vera di noi, quella che due voci diverse in questo numero chiamano interezza: non un’unità che cancella le differenze, ma una diversità che sta nell’interezza, e un’interezza che contiene ogni diversità.

Buona lettura, e buon ritorno a casa.

Gaia

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Matrika – Consciousness Development è un’esperienza di dialogo transculturale libera ed indipendente.

Rivista on line n°22 – Anno XI – Secondo Semestrale 2026

Attività redazionale: Alice Di Lauro, Gaia Dunya Rai, Nadeshwari Joythimayananda, Jerry Diamanti.

Editing: Sara Massone, Gaia Dunya Rai, Benjamin Ibry, Nadeshwari Joythimayananda, Jerry Diamanti.
Copertina: Gaia, foto di Tongsai a Ko Phangan

Web Design: Dr.9 Alberto Paolucci

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