Byung-Chul Han è uno dei filosofi contemporanei più influenti, letti e discussi, particolarmente rilevante per la sua capacità di diagnosticare le patologie della società neoliberale e digitale. Nato in Corea del Sud nel 1959 e trasferitosi in Germania negli anni ’80, ha insegnato filosofia e studi culturali all’Università delle Arti di Berlino. La sua importanza risiede nell’aver sviluppato una critica originale e penetrante della società contemporanea: i temi centrali della sua filosofia ruotano attorno alla trasformazione antropologica prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Han analizza come siamo passati da una “società disciplinare” a una “società della prestazione”, dove non siamo più costretti dall’esterno, ma ci auto-sfruttiamo volontariamente in nome dell’ottimizzazione e del successo personale. Questo genera quella che lui chiama la “stanchezza” tipica del nostro tempo: non più l’esaurimento del corpo sfruttato, ma il burnout psichico dell’individuo chesi impone ritmi insostenibili.

Il pensiero di Byung-Chul Han è particolarmente rilevante anche per quanto riguarda la pratica contemplativa, il Buddhismo e, in generale, le filosofie spirituali dell’estremo oriente: molto efficacemente egli mette in evidenza l’esigenza imprescindibile e improrogabile di ritornare alla vita contemplativa come nuovo e, allo stesso tempo, antichissimo modo di vivere, per riequilibrare e curare i problemi causati dalla società contemporanea. A tale proposito consiglio la lettura dei seguenti suoi quattro libri:

1) VITA CONTEMPLATIVA O DELL’INAZIONE
Il motore potente e implacabile della società contemporanea è il principio di prestazione. Oggi l’inazione, la contemplazione, l’ascolto sono considerate forme passive, debolezze, carenze: non sembrano avere alcun valore in un sistema che concepisce la vita esclusivamente in termine di lavoro e produzione.
Eppure, secondo Byung-Chul Han l’inazione è una delle attitudini più preziose dell’esistenza: nella contemplazione, infatti, l’essere umano vive davvero – al di là della mera sopravvivenza, in cui ogni agire è mosso da stimoli e mirato all’appagamento dei propri bisogni, alla risoluzione di problemi determinati, al raggiungimento di obiettivi spesso eterodiretti. Solo il silenzio permette di tendere l’orecchio al mondo, e solo l’ascolto può condurre all’esperienza vera, alla comprensione profonda dell’essere. L’inazione, dunque, non è né negazione né semplice assenza d’azione, ma va intesa come ciò che “dà forma all’ambito dell’humanum”, rendendo genuinamente umano l’agire.
In questo libro lucido e ispirato Han celebra le infinite potenzialità, l’incanto e la ricchezza del non agire e, in uno stimolante confronto con Vita activa di Hannah Arendt, progetta un nuovo modo di vivere: la vita contemplativa che la natura e la nostra società sull’orlo del collasso oggi chiedono a gran voce. Perché “il futuro dell’umanità”, scrive il filosofo, “non dipende dal potere di chi agisce, bensì dal rilancio della capacità contemplativa”. [dalla quarta di copertina] Somigliamo sempre più a quelle persone attive che “rotolano, come rotola la pietra, con la stupidità del meccanismo”. Visto che ormai percepiamo la vita solo intermini di lavoro e prestazione, per noi l’inazione è una carenza a cui bisogna porre rimedio prima possibile. L’esistenza umana viene assorbita senza sosta dall’attività, e questo la rende sfruttabile. Stiamo smarrendo il senso stesso dell’inazione, che non rappresenta una mera incapacità, un mero rifiuto, una mera assenza di azione, ma anzi dispone di facoltà proprie. L’inazione possiede una propria logica, un proprio linguaggio, una propria temporalità, una propria architettura, una propria magnificenza – e sì, una propria magia. Non è una debolezza, una mancanza, bensì una intensità, che però non viene né percepita né riconosciuta nella nostra società della prestazione, che è una società attiva. Noi non abbiamo accesso al regno e alle ricchezze dell’inazione.
Vita contemplativa o dell’inazione, pag. 11

L’esistenza umana si realizza solo nella vita composita, ovvero nella cooperazione della vita activa con la vita contemplativa. Così insegna San Gregorio: quando un buon programma di vita prevede il passaggio dalla vita attiva a quella contemplativa, allora è spesso utile che l’anima ritorni dalla vita contemplativa a quella attiva, facendo sì che la fiamma della contemplazione accesa nel cuore regali tutta la propria perfezione all’operosità. Quindi la vita attiva deve condurci alla contemplazione, ma la contemplazione […] deve riportarci all’azione.[…] il futuro dell’umanità non dipende dal potere di chi agisce, bensì dal rilancio della capacità contemplativa, una capacità di non agire. Se non accoglie dentro di sé la vita contemplativa, la vita activa si snatura sotto il segno dell’iperattività, e termina nel burnout, non solo psichico ma dell’intero pianeta.
Vita contemplativa o dell’inazione, pag. 113-114

2) IL PROFUMO DEL TEMPO – L’ARTE DEI INDUGIARE SULLE COSE
Viviamo in perenne mancanza di tempo. Quasi in apnea, ci affrettiamo per poter fare esperienza di tutto quello che il nostro mondo iperproduttivo ci mette davanti. Accelerare per avere più tempo è diventato l’imperativo della nostra vita.
Ma questa “epoca dell’affanno”, in definitiva, ci rende ansiosi, stressati, disorientati. L’accelerazione della tecnologia e delle trasformazioni sociali non solo ha annientato lo spazio e la geografia stessa (ogni luogo è alla portata di un click o di qualche ora di aereo), ma ha atomizzato il tempo, lo ha frammentato in tanti “attimi presenti” che si sostituiscono l’uno all’altro, che non conoscono più pause e intervalli, soglie e passaggi, e soprattutto non costituiscono più un’unica storia: la nostra. Perché questa disgregazione riguarda anche la nostra identità, che si impoverisce e si riduce, soffocata dalle proprie attività senza durata.
Sono queste le riflessioni che Byung-Chul Han, il filosofo coreano che ama riflettere sull’uomo svelandone la situazione critica di fronte agli stimoli della società contemporanea, mette a fuoco in questo libro dal titolo seducente. […] egli ci mette di fronte a quella che riassume un’assolutizzazione della vita activa: la necessità di produrre (e consumare) come forma di realizzazione umana, che finisce per sottrarre all’uomo respiro e spirito.
Bisogna allora riguadagnare un posto alla vita contemplativa, nella forma più quotidiana e vicina. Vale a dire reimparare a fermarsi, a “indugiare”: bellissimo verbo che parla di pause, di ozio meditativo, di sguardo lungo e cordiale sulle cose. In una parola, lo sguardo contemplativo restituisce al tempo il suo “profumo”, che è lento e permanente, che sa di ricordo e di memoria. […] alla fine, resta una eccedenza speciale, un aroma che riempie lo spazio, che indugia nell’aria in un momento sospeso e denso che apre alla felicità. [dalla quarta di copertina] L’indugiare contemplativo concede tempo, amplia l’essere, che è più di un essere-attivo. La vita guadagna tempo e spazio, durata e ampiezza, quando recupera questa capacità contemplativa. Se si toglie alla vita ogni elemento contemplativo, essa finisce col soffrire di un’iperattività letale.
L’uomo soffoca nel proprio stesso fare. È necessaria dunque una rivitalizzazione della vita contemplativa per aprire spazi di respiro. Forse lo spirito stesso nasce da una eccedenza di tempo, da un otium, anzi da una lentezza di respiro. Si potrebbe allora reinterpretare lo pneuma nel suo significato sia di respiro sia di spirito: chi resta senza fiato, è anche senza spirito. La democratizzazione del lavoro dovrebbe essere allora seguita da una democratizzazione dell’otium, perché la prima non degeneri in schiavitù di tutti. Nello stesso senso, anche Nietzsche scrive: Per mancanza di quiete la nostra civiltà sfocia in una nuova barbarie. In nessun tempo gli attivi, vale a dire gli irrequieti, hanno avuto una maggiore importanza. Per cui una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità è quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo.
Il profumo del tempo, pag. 132

3) FILOSOFIA DEL BUDDHISMO ZEN
Lo zen è la scuola buddhista più refrattaria a ogni pensiero concettuale, la più scettica nei confronti del linguaggio e della sua capacità di trasmettere quella viva verità che lo zen chiama a realizzare nel modo più diretto. La sfida di questo saggio di Byung-Chul Han consiste nel dispiegare filosoficamente il nucleo concettuale presente nel buddhismo zen in forma latente, poetica e sconcertante. Operazione non facile ma feconda, perché permette al nostro pensiero di aprire nuovi orizzonti di senso, di esperienza e di espressione.
Il libro è impostato a tal fine in senso comparatistico: le grandi voci del pensiero europeo-occidentale, da Platone a Hegel e Heidegger, vengono messe a confronto con le intuizioni fondamentali del buddhismo zen.
Piuttosto che cercare punti di contatto e di somiglianza, come talvolta è stato fatto, l’autore mira a far risaltare l’irriducibile originalità del buddhismo zen rispetto alle nostre familiari abitudini di pensiero. Al centro vi si staglia naturalmente l’intuizione del Vuoto. La negazione radicale che esso opera di ogni idea di sostanza e soggetto apre la realtà a un’insospettabile fluidità, e chiama l’uomo a un contegno di gentilezza amichevole nei confronti di ogni vivente. [dalla quarta di copertina] La sostanza si basa su un movimento di separazione e distinzione: delimita una cosa dall’altra, mantiene ogni cosa nella sua identità con se stessa. La sostanza non è perciò concepita per
l’apertura, bensì per la chiusura.
Sūnyatā (vacuità), il concetto centrale del buddhismo, rappresenta per molti aspetti il concetto opposto a quello di sostanza. La sostanza è per così dire piena: essa è ricolma di sé, del proprio (Eigen). Sūnyatā indica invece un movimento di es-propriazione (Ent-Eignung), ovvero svuota l’ente che si ostina in se stesso, che si irrigidisce in se stesso o in se stesso si chiude. Lo immerge in un’apertura, in un’aperta vastità. Nel campo della vacuità nulla si condensa in una massiccia presenza. Nulla si basa esclusivamente su se stesso. Il suo movimento sconfinante ed espropriante raccoglie il monadico per-sé in un rapporto di reciprocità. La vacuità non rappresenta però un principio genetico, una “causa” prima da cui sorgerebbe ogni ente, ogni forma. Non le è insita alcuna “potenza sostanziale” da cui scaturirebbe un “effetto”. E nessuna frattura “ontologica” la solleva in un ordine superiore dell’essere. Non delinea alcuna trascendenza precedente l’apparizione delle forme. Forma e vuoto stanno sullo stesso piano dell’essere. Nessun dislivello dell’essere separa la vacuità dall’immanenza fenomenica. Come è stato spesso rilevato, la “trascendenza” o il “totalmente Altro” non rappresentano un modello dell’essere che appartiene al pensiero estremo-orientale.
Filosofia del Buddhismo Zen, pag. 50

4) DEL VUOTO – SULLA CULTURA E FILOSOFIA DELL’ESTREMO ORIENTE
L’Occidente affronta l’Estraneo in modo spesso aggressivo, violento: la tendenza a escluderlo o ad assorbirlo preclude così qualsiasi apertura, qualsiasi affabilità nei confronti dell’Altro, e qualsiasi possibilità di un’evoluzione intesa come divenire altro da sé. Ciò dipende, secondo Byung-Chul Han, dallo schema dicotomico alla base della visione occidentale del mondo, dal costante bisogno di individuare un soggetto contrapposto a un oggetto, e dalla centralità di concetti quali essenza, sostanza, verità, stabilità. Incontriamo questo modello nelle teorie dei grandi pensatori europei – da Parmenide e Platone fino a Leibniz, Hegel, Nietzsche e Heidegger –, ma anche nel linguaggio, nella letteratura, nelle arti e in ogni aspetto della quotidianità. Le filosofie, le pratiche e le consuetudini diffuse in Asia orientale appaiono mosse da un’istanza profondamente diversa: al posto dell’essere, troviamo semplicemente una via; e l’assenza, il vuoto, sostituisce l’essenza. Fiorisce una cultura dell’immanenza, tesa all’apertura piuttosto che alla chiusura, all’in-differenza anziché all’analisi, all’accettazione dell’è-così e non all’agire funzionale. Il saggio in Estremo Oriente si accorda al qui e ora, si immerge nell’armonia del Tutto, nella realtà intesa come un flusso. In questo libro Han arriva al fondo segreto di quella società occidentale contemporanea che costituisce il bersaglio principale della sua critica. [dalla quarta di copertina]

Sia il pensiero taoista, sia quello buddhista diffidano di qualsiasi compattezza che sussista, che si chiuda e che insista su se stessa. Alla luce dell’ab-essenza intesa in senso attivo, e che opera in chiave svuotante e desostanzializzante, il vuoto buddhista kong (空) è molto simile al vuoto taoista xu (虛). Entrambi rendono il cuore assente, svuotano l’Io facendone un non-sé, un nessuno, un “senza nome”. Questo xu del cuore si sottrae a un’interpretazione funzionale.
Mediante lo xu, Zhuangzi fa parlare soprattutto l’essere non esigente, l’ab-essenza. Anche la figura
dello specchio rimanda all’ab-essenza. Lo specchio vuoto di Zhuangzi si differenzia radicalmente dallo specchio animato di Leibniz. Esso non possiede alcuna interiorità esigente, alcuna
“appetizione”. Non desidera nulla, non si aggrappa a nulla. È vuoto e assente. Per cui lascia che le
cose che vi si specchiano vadano e vengano. Non anticipa: accompagna. E così facendo non
s’infrange: L’uomo più elevato usa il proprio cuore come uno specchio. Non insegue le cose, né
va loro incontro; le rispecchia, ma non le tiene strette […] egli non è padrone (zhu, 主)
della conoscenza. Egli rispetta l’infimo, eppure è infaticabile e si trattiene al di là
dell’Io. Fino all’ultimo, egli accetta ciò che offre il cielo, e ha come se non avesse nulla. […] Anche nel buddhismo zen ci si rifà volentieri all’immagine dello specchio. Esso chiarisce come il
“cuore vuoto” (wu xin, 無心) non tenga stretto nulla: Lo specchio […] resta com’è, in sé vuoto […]. Questo è lo specchio di Hui-neng; questo è anche lo specchio di Hsüä-feng. […] Ma che rispecchiamento! E che cosa si rispecchia in esso? Questa è la terra, questo il cielo; là svettano i monti e scorrono le acque; là verdeggia l’erba e spuntano gli alberi. E in primavera i fiori colorati sbocciano
centinaia di volte. […] In tutto questo c’è un’intenzione, un senso che si possa cogliere? Tutto questo non esiste semplicemente? […] È solo un semplice specchio, in sé vuoto. Solo chi ha colto la nullità del mondo e del proprio sé vede in essa anche l’eterno ornamento.
Lo specchio vuoto si fonda sull’assenza dell’Io desiderante, su un cuore a digiuno.
Del vuoto, pag. 23-25

Il pensiero dell’Estremo Oriente è orientato in tutto e per tutto all’immanenza. Nemmeno il tao
rappresenta un’entità monumentale e sovrannaturale, o soprasensibile, esprimibile nella teologia
negativa solo mediante formule di negazione e capace di sfuggire all’immanenza nel nome della
trascendenza. Il tao si fonde con l’immanenza del mondo, con l’è-così delle cose, col qui e ora.
Del vuoto, pag. 29

 

 

 

 

 

 

Foto da Pandora Rivista

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