Introduzione a L’essere della relazione di Erin Manning, Meltemi – in uscita nelle librerie il 25 settembre 2026

La traduzione de L’essere della relazione di Erin Manning nasce da una pratica condivisa di lettura ad alta voce, con il testo che fa da catalizzatore, il contributo di ognuno immanente e relazionale – in relazione con il testo e con gli altri che in quel momento leggono, ascoltano, risuonano. Evitando il posizionamento irrigidito da una supposta previa competenza più o meno specialistica dove il contrasto diventa immediatamente dialettica delle ragioni e non ricerca condivisa. Una ricerca che dovrebbe nutrire differenza senza separabilità (Ferreira da Silva 2016), approssimazione di prossimità (Manning 2025), sintesi disgiuntiva (Deleuze, Guattari 1975), mutua inclusione (Massumi 2015), prospettivismo (Viveiros de Castro 2019), diritto all’opacità (Glissant 1990), coralità dissonante (Harney, Moten 2013), tentativi di tracciare linee d’erranza (Deligny 2007) e imprevedibili vite ribelli (Hartman 2019). Nella filosofia del processo, il contrasto, come nell’invenzione cromatica di Cézanne, è il luogo in cui la bellezza si apre alla ricchezza misteriosa delle cose al di là di sé stesse, trasformando e ampliando il sentire in singolarità, in tensioni relazionali con la vita, nel divenire di una continuità che consiste, se non ridotta all’“umano”.

E leggere (o scrivere) in questo modo trasforma il testo in un’occasione di esperienza. Apre alla possibilità di incontrare i personaggi concettuali che lo attraversano e muoversi in un respiro di gruppo non ridotto a identità, verso la percezione di un essere ecologico processuale. Magari balbettando in un linguaggiare, concetto caro al poeta autistico Adam Wolfond (2023) che cerca un altro dire oltre le grammatiche lineari che non toccano il mondo.

Cito queste tracce, queste derive del pensiero solo per risuonare con l’idea che un testo diventa un attivatore se apre a una jam session! O per citare un’altra autrice che Manning ama molto, Fumi Okiji, autrice di Jazz as Critique (2018), le forme di socialità sviluppate dalla nerezza aprono a logiche post-dialettiche di relazione con la pluralità. Perché anche la scrittura di Manning esprime questa modalità di tessere in presenza con altri, con tutti gli altri che hanno pensato i concetti non come saperi dati ma come dispositivi di relazione, apertura alle pratiche con cui sentire il mondo in relazione. E così, leggendo le sue parole con pazienza, il fermento percettivo, la dissonanza/assonanza delle voci e la capacità di venir mossi dagli affetti diventano palpabili.

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La lettura in comune ha del resto una tradizione: già nel femminismo milanese degli anni Settanta era uno dei modi di quella pratica condivisa dell’inconscio come campo relazionale che si chiamava auto-coscienza.

O nello studiare “per sé stessi” delle Black Panthers volto a nutrire una consapevolezza condivisa, assai diversa dalla produzione accademica di un “valore” (o di una formattazione performativa) immediatamente riconoscibile dal mercato. Ma anche nelle pratiche di studio dei collettivi operai quando i lavoratori si riconoscevano come classe sfruttata ed espropriata dal senso del proprio lavoro più che come consumatori più o meno soddisfatti.

Erin Manning da molti anni tutela la continuità di questa pratica e l’ha diffusa ampiamente, scegliendo sempre con cura testi che potessero fungere da intercessori e attivatori al di là dell’enfasi sull’autorialità, l’eccezionalità, la gruppalità. Legere e scrivere come in una jam sesion11

Contribuendo anche a rianimare la lettura condivisa nel contesto del black study afro-americano.

Come scrivono Tonica Sealy-Thomson e Stefano Harney in Ground Provisions:

All’origine, Ground Provisions è un campo di lettura. Facciamo molte cose insieme. Scriviamo, organizziamo insieme ad altri, filmiamo, lavoriamo con artisti e come curatori di musica e di cinema. […] Ma se dovessimo tornare alla fonte, questa fonte sarebbe il nostro campo di lettura. Leggiamo insieme e leggendo insieme facciamo di questo rifugio un luogo di conversazione, di discussione e convivialità. […] È un ritiro, una residenza, ma anche qualcosa che facciamo insieme. Ed è per questo che lo chiamiamo rifugio. Ci appartiamo. Leggiamo insieme. Leggiamo ad alta voce, gli uni agli altri. Quando offriamo una residenza di lettura nella nostra base alle Barbados, la offriamo per leggere insieme […] Ground Provisions è stato concepito innanzi tutto per permetterci di leggere insieme, in presenza, anche se qualcuno se ne sta in un angolo del cortile mentre qualcun altro se ne sta seduto in veranda. Anche se leggere insieme è semplicemente un sentire insieme, già questo ci accomuna (Sealy-Thomson, Harney 2018, pp. 121-122).

L’individualità performativa del leggere ognuno per conto proprio è tipica di un sistema in cui lo studio è performativo e individuale, volto a ottenere crediti (e credito) a partire da come lo studio verrà valutato da chi “già sa”. In un contesto in cui la valutazione inevitabilmente rafforza il posizionamento individuale, gli studenti migliori, quelli con maggiori opportunità, avranno successo e seguiranno i professori diventando anche loro consulenti che possono offrire ad altri quanto hanno imparato.

In un’intervista Moten e Harney parlano di collettivi di ricerca che si muovono in un’ottica emergente più simile a una jam session concettuale in cui ciò che conta è ciò che i concetti attivano sul piano relazionale. Parlano dell’importanza di “parlare e camminare con altre e altri, lavorare, ballare, soffrire, in una irriducibile convergenza di tutte queste cose verso qualcosa che si chiama ‘pratica speculativa’” (Harney, Moten 2013, p. 110).

E leggendo Manning accade qualcosa di simile: i personaggi concettuali che si incontrano diventano gradualmente amici in una serie speculativa di voci che improvvisamente rivelano una soglia, la percezione di aver già saputo ciò che avrai scoperto per la prima volta.

Ne ho fatto l’esperienza personalmente con un’amica iniziando a leggere insieme a distanza il libro di Erin Manning For a Pragmatics of the Useless (2020). La mia amica, un’artista visuale, progettava di andare a registrare una serie di conversazioni con Erin per il suo progetto, inteso a esprimere il potenziale della percezione autistica in un linguaggio filmico che intrecciava voci e immagini per interpellare la fine del mondo come lo conosciamo.

Avevo già iniziato a leggere il libro per conto mio, affascinato ma un po’ scorato dalla ricchezza del testo – e la consapevolezza dei miei limitatissimi saperi! Pensavo: “Già due pagine sono una bella sfida, pensa trecentoventi (senza nemmeno contare le note)!”.

Ma se leggi ad alta voce, l’intonazione porta le parole e le parole hanno bisogno dell’intonazione per arrivare. Devi fermarti e capire cosa stai leggendo. Quando leggiamo silenziosamente per noi stessi, il ritmo della lettura è diverso, spesso funzionale a un capire subito e spesso si saltano le parti che non si colgono immediatamente nella fretta di trovare il filo del discorso.

Leggere ad alta voce con qualcuno mi ha insegnato nuovamente a leggere – a immergermi lentamente e a perdermi nell’attivazione che un testo può donare – e mi ha dato molta voglia di tradurre.

E ho capito, nella pratica, che un concetto è solo un concetto se ci porta a sentire di più e in modo più adeguato a come il mondo si muove. E così, un po’ alla volta, io e la mia amica abbiamo letto quelle trecento pagine. A volte con fatica, spesso con una certa euforia quando davanti a noi si apriva un nuovo panorama concettuale. Qualche tempo dopo, ho parlato di questa esperienza con Erin Manning, prima di sapere che da anni proponeva gruppi di lettura, prima con il Sense Lab e poi con le 3ecologie.

La mia prima esperienza di lettura condivisa in gruppo risale al settembre del 2024 nel corso di un evento di una settimana sul tema del “fermento percettivo” che Manning e Massumi organizzano nelle foreste del Nord del Québec alle 3ecologie – un progetto di alter-economia volto ad attivare un diverso rapporto con la natura esplorando le possibilità di restituirla a una nuova possibilità di un in-comune, di un commons non espropriabile.

L’evento includeva molte pratiche concrete di fermentazione – ma c’era anche una parte di lettura condivisa in presenza e online. Partecipavo dall’Italia in remoto nelle ore piccole della notte. Si leggeva un capitolo sulla bellezza tratto da Avventure di idee di Whitehead (1967). Il testo veniva letto e commentato come se chiunque presente cercasse di capirlo per la prima volta a partire dal palinsesto di pensieri e domande che ognuno poneva, senza alcuna postura pedagogica da parte di chi lo aveva già letto più volte. E con un senso di inclusione anche nei confronti di chi, come me, aveva avuto un’esposizione limitata e indiretta alla filosofia del processo. La relazionalità emergeva dal modo in cui i concetti aprivano a un’esplorazione condivisa senza dare per scontato di aver già capito un testo che man mano si apriva come attivatore di pratiche del sentire.

Ed era l’esperienza pratica di ciò che Brian Massumi descrive così, parlando del richiamo di Isabelle Stengers a far sì che il pensiero debba restare fedele sia alle congiunzioni che alle disgiunzioni:

Ritengo che l’avversione di Isabelle per le consuete pratiche accademiche sia radicata nella sua adesione all’affermazione di Deleuze che se la critica vuol generare eventi memorabili dovrà essere una critica “immanente”. Una cosa che ne consegue è che tutto ciò che entra in relazione deve farlo attivamente, non per procura, o come qualcosa da rappresentare, di cui semplicemente discutere e nemmeno da trasmettere (in breve non come un contenuto già costituito) (Massumi 2010, p. 335).

E così ho poi continuato insieme ad altri e in altri contesti la pratica di leggere insieme. Dopo la fine di un collettivo europeo più dedito al criticismo e al dibattito che alla critica immanente, la frattura che si è generata è diventata per alcuni soglia verso una pratica di lettura condivisa, curando l’incontro al di fuori di ogni carismatica rappresentazione di visioni straordinarie ma anche in fuga dalla malriposta “concretezza” di ciò che si vorrebbe immediatamente “utile” per ampliare con efficacia e su ampia scala il “che fare?”.

Abbiamo allora sperimentato l’importanza di scegliere con attenzione testi che aprano a una jam session di prospettive senza mancar di rigore nel proporre nuove avventure per le idee.

I testi ti invitano a entrare in relazione con loro. Questi testi chiedono di essere letti una frase alla volta, ogni parola è una forma che il mondo può assumere. Nell’ascolto-contatto con ciò che non può essere completamente formattato, con la forza concettuale di ciò che un pensiero può insegnarci collettivamente a pensare, nell’intuizione di ciò che cresce tra le righe, impariamo insieme come essere nella forma che può prendere ciò che propone (Manning 2025).

I concetti sono piccoli motori, non si tratta di sezionarne e comprenderne la meccanica. Non hanno una loro intrinseca consistenza ontologica a priori a disposizione dell’appropriazione concettuale. Non sono ma si offrono alla possibilità dell’evento. A patto di lasciarci trasportare dal movimento, dall’attivazione che offrono, verso una maggior capacità del sentire.

Sempre più è la piccola macchina stessa, il concetto-motore, che porta con sé il pensiero, e in quel viaggio noi, il soggetto-gruppo, lo seguiamo. Cresce una forma di entusiasmo e ci ritroviamo a tornare ritmicamente alla forma che assume (ivi).

Allora la spinta relazionale che un concetto attiva si dispiega in più direzioni, attiva singolarità, sintonizza sui diversi ritmi di lettura e di commento. Il gruppo gradualmente gioca con le idee non in una di identità gruppale, ma nella risonanza latente con ciò che lo attraversa, nel deposito – dopo ogni incontro – di ciò che resta da pensare di ciò che non è stato capito (o detto) ma nella percezione di un palinsesto emergente di un pensiero-sentire che si arricchisce di volta in volta.

Non deve necessariamente trattarsi di un testo filosofico. Lo fanno anche le persone che si siedono insieme e cantano, cogliendo il ritmo, il contrappunto, spostando le loro voci in una tonalità minore; lo fanno i rapper, sottolineando non tanto la rima quanto ciò che si accentua prima della cadenza; lo fanno i narratori nelle pause, nel non detto attivo. […] Per toccare queste ottave minori del pensar-sentire, non può esserci un’autorità che lo formatti in anticipo, né sotto forma di autore, né di specialista generale. Non può esserci una spiegazione, generata da una prospettiva esterna, di ciò che il testo “significa”. Ci deve essere invece una curiosità per come apre il pensiero e una sensibilità per come il pensatore – ogni pensatore, compreso il suo “autore” – è spinto al limite di quel pensiero e ne viene trasformato. […] Perché ciò che abbiamo sentito, nell’ascolto collettivo del testo che si esprime, è che il linguaggio vuole danzare. Questo è ciò che può fare un concetto (ivi, corsivo dell’autrice).

Ed è questa scoperta immanente del testo che Manning ci porta nella sua lettura attenta di Deligny e nelle risonanze che questo accende nel pensare con Glissant a “non consentire di essere una cosa sola”, quando il mondo mette al mondo nella spoliazione, aprendo a una postura completamente diversa che egli chiama un’estetica della terra.

Un’estetica della terra? Nelle polveri semi-affamate dell’America? Nel fango dell’Asia inondata? Nelle epidemie, forme mascherate di sfruttamento, con le mosche che ronzano sulla pelle scheletrica dei bambini? Nel silenzio gelido delle Ande? Nelle piogge che sradicano favelas e baraccopoli? Nelle sterpaglie e nei ghiaioni delle terre bantu? Nei fiori che cingono i colli e negli ukulele? Nelle capanne di fango che incoronano le miniere d’oro? Nelle fogne delle città? Nel vento selvaggio degli aborigeni? Nei quartieri a luci rosse? Nell’ubriacatura scriteriata del consumo? Nel cappio? Nella capanna? Nella notte senza candele?

Sì, ma un’estetica del disturbo e dell’intrusione. Per ritrovare la febbre della passione per le idee di “ambiente” (che io chiamo il dintorno) e di “ecologia”, nozioni apparentemente così futili in

questi paesaggi di desolazione. Per immaginare l’idea dell’amore per la terra – così ridicolmente inadeguata – o, al contrario, base di un’intolleranza così settaria – con la forza della carbonella accesa o dello sciroppo dolce. Un’estetica della rottura e della connessione.

Perché questo è il nocciolo della questione, e quasi tutto ciò che va detto sottolinea che in nessun caso si tratta di ritradurre terra in territorio. Perché il territorio è la base della conquista. Il territorio richiede che la filiazione venga installata e legittimata. Il territorio è definito dai suoi limiti, che devono essere ampliati. Una terra d’ora in poi non ha più limiti. Per questo motivo vale la pena di difenderla da ogni forma di alienazione (Glissant 1990, pp. 165-166).

E, leggendola, Manning ci porta questo: vuoi nella percezione autistica, vuoi nella nerezza o in un mondo che risponde alla hybris delle soluzioni con “fuoco e diluvio” incontriamo, insieme a lei e a molti altri, la crepa, la frattura, la soglia. Percepiamo insomma quell’abisso che il perbenismo della gerarchia immaginaria della bianchezza come dispositivo normotipico e razzializzante vorrebbe negare e sigillare nell’esclusione. E anche noi veniamo così aperti verso uno stato di emergenza relazionale, verso un’inclinazione delle prospettive dove la vita-vivente e la vita-vissuta possono nuovamente situarsi, dove una vita, una vita insieme a tutte le vite perse e invisibili, ancora si muove con il movimento del mondo, in una processione che eccede qualsiasi costruzione normopatica di ciò che è proprio e di ciò che è appropriato (Harney, Moten 2017).

We owe each other everything.

Fabrice Olivier Dubosc

 

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