I Niños Santos cominciano a svegliarsi. Scosse di energia percorrono il mio corpo e invadono il teepee. Mi addentro in quella dimensione liquida dell’esistenza, nei ruscelli sotterranei che costituiscono la linfa dell’essere, in quell’essenza che scorre dappertutto, fluido che può essere veleno o antidoto, principio di vita o di morte.

L’uomo accanto a me sibila dolci e dissonanti litanie che fanno danzare le fiamme. Canti di serpenti che accompagnano l’anima nei meandri di una foresta misteriosa. L’uomo accanto a me non è più lui. Al suo posto, uno sciamano venuto da altrove, da un altro spazio tempo, è in preda a convulsioni, si dimena e canta.

Intorno, la foresta brucia, il pianeta intero brucia.

Alla frontiera fra mondi

Sciamani. Esperienza vissuta e incarnata per migliaia di anni da milioni di umani. Che arroganza, che meschinità, quella dell’uomo occidentale che ha preteso di ridurre tale esperienza a vane credenze, psicopatologie, allucinazioni. Quella dell’antropologo che la spiega unicamente in termini di rappresentazioni culturali e di efficacia simbolica.

Prendere sul serio l’alterità, prendere sul serio la possibilità della metamorfosi e dell’incorporazione.

Invece di considerare la quasi totalità della storia umana come un preambolo, una sorta d’infanzia che precede la maturità intellettuale, dovremmo chiederci come sia possibile che l’approccio razionalista e scientifico, nell’arco di un frammento di storia lungo tutt’al più cinque secoli, abbia potuto provocare dei veri cataclismi su scala planetaria, sviluppando potenzialità di distruzione inaudite. Dovremmo chiederci se esista un nesso tra questo processo e l’annientamento, almeno per una grossa parte dell’umanità, di quel rapporto quotidiano con il mondo spirituale che era necessario al mantenimento dell’equilibrio tra gli esseri.

Quello che segue è un tentativo immaginifico e in parte metaforico di opporre un universo sciamanico basato sullo scambio e la circolazione di potenza vitale ad un’umanità che, emancipandosi dalla circolarità, ha iniziato ad accumulare potenza per sottrazione.

Saman in lingua mongola deriva dal verbo samakh, che può essere tradotto come “agitarsi”. Dalla Siberia alla Terra del Fuoco, sono queste scosse energetiche, queste convulsioni, queste vibrazioni della voce e del corpo che accompagnano l’entrata degli spiriti nel mondo umano. Energie primordiali, energie animali, energie di un mondo in cui la predazione non era sterminio, ma scambio e trasformazione. Statuette in avorio di mammut di trentaduemila anni fa testimoniano ancora oggi l’antichità dell’esperienza della metamorfosi degli esseri. Mezzo umani, mezzo felini, aquile, orsi, serpenti. Sono quasi sempre degli animali capaci di donare la morte che sono incorporati dagli sciamani per assicurare o riportare la vita. Poiché la caccia è morte per gli uni e vita per gli altri, lo sciamano vive alla frontiera, ed è questo connubio di vita e morte, di giorno e notte, questa negoziazione continua che l’esperienza della trance sciamanica rende possibile. Negoziazione con il regno animale, ma anche con altre entità potenti e pericolose che popolano la foresta, i fiumi, i laghi, le montagne, le rocce, entità che possono uccidere o guarire.

In effetti, lo sciamano è allo stesso tempo un medico e un guerriero; la sua posizione liminale tra l’invisibile e l’invisibile lo rende indispensabile alla precaria esistenza della comunità umana. Ma la sua stessa esistenza è un’esistenza precaria. Alla frontiera tra l’umano e l’animale, tra il mondo della materia e quello degli spiriti, tra l’omicidio e la guarigione, il suo è un equilibrio instabile e pericoloso. La forza individuale, umana e etica dello sciamano risiede principalmente nel controllo e nella canalizzazione delle energie cosmiche che lo attraversano, la cui natura è irrimediabilmente ambigua. Lo sciamano deve in qualche modo ammansire ed indirizzare gli spiriti, orientarli verso la reciprocità, la riproduzione e il benessere della comunità. Lo sciamano può perdere il controllo di tali spiriti, divenire un predatore per gli umani che lo circondano, divenire fattore di malattia, guerra e squilibrio nella società ed esserne tagliato fuori definitivamente, messo al bando, ucciso. Lo sciamano può ugualmente scivolare nell’incomunicabilità, nell’impossibilità del linguaggio, nella follia, e perdere così il suo ruolo di mediatore, rimanere rinchiuso nella sua singolare e indicibile esperienza.

Lo sciamano è senza dubbio un essere del disordine. Nelle tradizioni amerindie, lo sciamano incarna la figura mitologica del trickster: il buffone, l’imbroglione, il trasgressore di ogni norma, di ogni convenzione, di ogni separazione. Lo sciamano è il superamento della dualità, la parte maschile in quella femminile e viceversa. Lo sciamano è un essere deforme, è il caos, l’energia sessuale libera dalla costrizione, il fluire dell’inconscio, la fonte di poesia, sovversione e creazione.

Lo scorrere dell’energia sciamanica è forse traducibile in termini psicanalitici nella nozione di libido, è desiderio come potenza vitale che deve circolare nel corpo e fra i corpi, apertura e relazione. Attraverso la trance sciamanica, questa potenza vitale, questa apertura dei canali psico-fisici, non avviene solo dentro e fra i corpi umani, ma ricollega l’umano a tutte le forze del cosmo. Potenza vitale, energia, spirito, sicuramente il linguaggio può cogliere solo parzialmente la natura di quest’essenza che anima gli esseri, un principio che è allo stesso tempo interno ed esterno ad ogni individuo, un qualcosa che è allo stesso tempo la totalità e il principio motore di ogni essere preso singolarmente. Eppure è una dimensione a cui ogni umano può accedere in determinate circostanze. Nella dimensione sciamanica, quella del viaggio estatico o del sogno, gli esseri non perdono la loro identificazione, la loro individualità, tuttavia le frontiere le dimensioni dello spazio e del tempo, le contingenze fisiche che rendono impossibile la comunicazione sono abolite. Umani e animali, entità del passato e del presente possono incontrarsi, comunicare, trasmettere messaggi, incorporare l’Altro, manipolare – almeno in parte – quest’essenza vitale. È per questa ragione che ci si rivolge allo sciamano, colui che trascende le frontiere e indirizza questo scambio verso la vita, nel processo di guarigione dell’individuo e della comunità – o verso la morte, in caso di conflitti fra gruppi o vendette personali. Quest’ultimo aspetto, spesso dimenticato o volontariamente ignorato nelle narrazioni occidentali sullo sciamanismo, è onnipresente nelle culture sciamaniche e ci ricorda come guarigione e malattia, cura e violenza, amore e morte siano i due poli dell’esistenza materiale verso cui può tendere l’azione spirituale.

Sacrificio della vita e accumulazione di potenza

Se la figura dello sciamano viene a incarnare la possibilità di ristabilire quest’equilibrio vitale dentro gli esseri e fra gli esseri, esiste forse un legame di causa-effetto fra l’estrema marginalizzazione del rapporto sciamanico con l’esistente – in certi casi la sua persecuzione – e l’estremo squilibrio materiale e spirituale del mondo contemporaneo.

Nella letteratura come nella filosofia politica, un’antica immagine biblica è spesso evocata come metafora di questo squilibrio: il Moloch. Negli antichi testi ebraici, i Tanakh – le cui origini risalgono a 3500 anni prima della nostra era – questa figura incarna il sacrificio della vita a profitto della potenza, poiché il Moloch – sorta di demone legato alla profondità della terra e al fuoco – si nutre di bambini sacrificati nel fuoco dalla società. Nel testo medievale Yalkut Shimoni, si parla di una statua di bronzo in un luogo chiamato Tophet (nella vallata di Gerusalemme) con le braccia tese per ricevere le vittime, le cui grida sono coperte dai tamburi. Questa statua è vuota e divisa in sette scomparti, ognuno dedicato a un’offerta diversa: tortore, farina, pecore, arieti, vitelli, buoi e bambini. Cosa rappresenta il Moloch? Sacrificio, certo, ma non un qualunque sacrificio. La dimensione del sacrificio può essere presente anche nella dimensione sciamanica, essa può rappresentare uno scambio fra il mondo umano e non umano, scambio doloroso ma necessario alla preservazione dell’esistenza. La figura del Moloch non ci parla di scambio, ma di accumulazione: le vittime sono sacrificate in massa per accrescere la potenza di un essere che vive del dolore e della morte degli altri. Quest’essere è un essere artificiale, il Moloch, ma in fondo quest’essere artificiale raffigura l’umano in quanto corpo/spirito predatore e accumulatore che domina il mondo e si sottrae al circuito della reciprocità materiale-spirituale. Alimentando la propria potenza spirituale con il sacrificio della vita, gli umani – o più precisamente certi umani – divengono essi stessi dei Moloch divoratori.

Potremmo fare un parallelo tra la nascita delle grandi religioni trascendentali e lo sviluppo di società gerarchiche e militarizzate, anche se esistono delle eccezioni. La celebrazione di divinità trascendenti – cioè separate dal mondo inteso come densa rete di scambio materiale e spirituale – è accompagnata spesso dall’istituzione di capi divinizzati, umani considerati al di sopra degli altri, la cui ricchezza estrema è direttamente proporzionale al sacrificio, lo sforzo estremo degli altri per alimentarli. Celebrazione della supremazia e schiavitù; istituzione di cleri, caste e eserciti; sottomissione della donna e più generalmente della componente femminile di ogni essere umano – si tratta di un copione simile in innumerevoli spazi e tempi sul pianeta terra. Senza distaccarsi completamente dall’universo magico-sciamanico, cioè dalla potenza vitale che emana dagli elementi del cosmo e dal rapporto con l’ancestralità, una gran parte dell’umanità mette la propria potenza guerriera e predatrice al centro del suo universo spirituale. Quest’inversione del rapporto tra predazione e riproduzione è analizzabile anche nei termini di un’esacerbazione e di una distorsione del rapporto tra cura e violenza. Se nella dimensione sciamanica, la cura è il risultato della negoziazione effettuata da un mediatore tra la comunità umana e quella degli spiriti, nella dimensione del Moloch, quest’ultimo, rappresentato dal sovrano – incarnazione della predazione smisurata – mette a disposizione una parte della sua potenza ai suoi servitori divenuti sudditi, per proteggerli da carestie, malattie o disastri naturali.

Un copione che non è tuttavia a senso unico, che ha conosciuto delle marce indietro, delle fughe, dei margini e soprattutto delle resistenze diffuse. Il rifiuto del Moloch prese – e continua a prendere forme diverse – dalla guerra aperta, l’azione diretta e feroce, l’insurrezione, all’evasione, la ricerca di elevazione, d’armonia e d’equilibrio, passando per tutte quelle forme di reciprocità e di scambio tra gli umani e le entità legate alla terra, al mondo vegetale, alle sorgenti, ai fiumi, alle foreste o agli animali che continuarono – e in parte continuano – a sussistere anche nelle società in cui il sacrificio e la guerra sono divenuti processi preponderanti.

Non avrai altro Dio

L’avvento del Cristianesimo in Occidente, in questo quadro, può essere analizzato da due punti di vista. Da una parte, esso istituisce un Dio trascendente, cioè separato dal mondo, e rappresenta chiaramente un rifiuto dell’universo magico-religioso pagano, ancora diffuso e pregnante nel mondo romano sia fra le classi popolari che fra le élite, sebbene il Pantheon romano fosse dominato da divinità trascendenti e umanizzate e l’uso personale e privato della magia fosse già in parte contrastato dalla legge. Dall’altra parte, nella storia dell’Occidente, gli insegnamenti del Cristo costituirono una forma di resistenza diffusa a un impero in via di putrefazione. Ritorno alla semplicità, alla reciprocità, alla caritas, la dottrina cristiana degli inizi può essere – e di fatto è stata – interpretata come un movimento di rifiuto dell’accumulazione di potenza. Ma – come ben si sa – questo movimento non rappresentò la fine dell’apparato di accumulazione di potere politico-spirituale. Esso fu piuttosto utilizzato per un suo rinnovamento, per una sua trasformazione. La persecuzione e il massacro dei ribelli fu accompagnato dal fagocitare delle loro istanze – una capacità che il potere ha sviluppato e perfezionato nel tempo, fino a farne una delle sue caratteristiche principali nelle sue forme contemporanee di massima espansione.

Ed è così che (ri-)nacque questo Essere Supremo, ancora un Dio che esigeva il sacrificio della vita, lo sterminio e la schiavitù dei popoli, la sottomissione dei corpi e degli spiriti, l’umiliazione e la persecuzione della femminilità. Per centinaia e centinaia di anni, sotto il dominio cattolico, il rapporto diretto tra l’umanità e le entità spirituali non umane continuò a sussistere, ma si trovò a fronteggiare una feroce repressione. Paradossalmente, l’esaltazione dell’elemento celeste divenne il pretesto per una guerra spietata, la guerra contro la libertà e l’autonomia, la guerra contro i saperi e le pratiche legate alla Terra, la guerra contro il mondo magico e pagano. Imponendo uno schema dualistico rigido in cui Dio era associato allo Spirito e il Diavolo al Corpo, il clero cattolico continuò ad alimentare il Moloch di carne umana: quella delle Crociate contro i musulmani, quella degli eretici e delle donne condannate per stregoneria, quella delle società colonizzate accusate di praticare culti diabolici, quella di oppositori, liberi pensatori e omosessuali. Ed è alimentandosi di queste milioni di vite che il potere e lo sfarzo della Chiesa romana crebbero in modo spropositato.

Su queste basi nacque quello che oggi pretende essere il migliore e il più razionale dei mondi possibili. La riduzione dell’Altro a oggetto di conquista e di sfruttamento, il godimento nella sottomissione e nell’umiliazione del prossimo, non si spiegano unicamente attraverso delle finalità utilitaristiche. Se intendiamo qui tracciare un filo conduttore che inizia con le prime società portatrici di una mistica dell’accumulazione di potenza vitale per sottrazione ed arriva all’espansione globale dalla potenza tecno-industriale, è perché sentiamo che – al di là dello spazio e del tempo – esiste uno stesso rapporto all’Alterità, intesa in senso umano – come rapporto alla parte profonda di sé stessi e come rapporto al prossimo – e non umano, come rapporto al mondo spirituale e all’alterità. Lo “spirito del capitalismo” nasce nei roghi delle donne e degli eretici realizzati dall’Inquisizione, nello stupro e nel genocidio dei popoli di Abya Yala, nella deportazione, la tortura e la schiavitù degli Africani. Questo rapporto di predazione della vita ha un qualcosa di metafisico ed oggi, analizzando gli esiti estremi a cui esso sta conducendo su scala planetaria – non possiamo che rimettere totalmente in discussione l’ottimismo progressista di coloro che pretendevano portare la luce nel mondo attraverso la Scienza.

Dietro il razionalismo cartesiano, possiamo scorgere infatti una nuova versione del vecchio dualismo, o piuttosto della separazione radicale tra Anima e Corpo. Se il dominio della Chiesa instaurava la supremazia della prima sul secondo, quello della Scienza produce una gerarchia in cui la Ragione – un supposto spirito intellettuale distaccato dalle sue contingenze fisiche (sebbene prodotto di interconnessioni neuronali) – deve controllare e dominare il mondo fisico – ridotto a materia priva di ogni intenzionalità e riflessività, determinata unicamente da leggi riproducibili in laboratorio. Non è un caso se nel momento in cui l’Occidente capitalista comincia a porre le basi del suo impero, riducendo l’Altro umano, animale, vegetale, minerale a pura materia da estrarre, commerciare, sfruttare o distruggere, emerge in quello stesso Occidente il rapporto scientifico di oggettivazione dei corpi umani e non umani, intesi come materiale da analizzare, scomporre, scorticare, trasformare da parte di un Soggetto che pretende ormai essere il solo legittimo detentore della conoscenza.


Il Moloch tecno-industriale

Nell’epoca della tecno-scienza, l’esistenza di entità spirituali è quindi radicalmente negata. L’universo intero è assoggettato alla tecnica, prodotto di un solo spirito, quello umano, che pretende ormai la padronanza assoluta. Il Moloch contemporaneo è il prodotto di questa separazione dell’uomo dal mondo, è una potenza planetaria che si nutre della linfa della terra, ingurgitando quantità infinite di vita ridotta a pura materia. Esso si basa su una ramificazione di infrastrutture che si espande giorno dopo giorno e che tende a coprire l’intera superficie del globo per assorbirne tutte le energie vitali ed accrescere la propria capacità di conquista e distruzione. I massacri mondiali, le bombe nucleari, le camere a gas, le deportazioni di massa, le armi chimiche, i missili teleguidati, i droni di guerra automatici non potrebbero esistere senza questo processo di riduzione a materia del cosmo, senza quello che viene chiamato oggi l’estrattivismo. Quella che in termini fisici è chiamata energia è vita trasformata e messa al servizio della mega-macchina: basti pensare che ogni litro di petrolio è il prodotto dell’accumulazione di vita marina primitiva durante milioni di anni. Dalle prime macchine a vapore alle cattedrali contemporanee dell’Intelligenza Artificiale, l’accelerazione è stata esponenziale e costante. In un brevissimo arco della storia umana, circa duecentocinquanta sui trecentomila anni di vita dell’Homo Sapiens Sapiens, la separazione della nostra specie dal mondo sembra giungere al suo culmine.

Il Moloch contemporaneo, come nelle antiche profezie bibliche, è un essere legato al fuoco e alla profondità della terra. La sua pretesa immaterialità, la visione eterea e trascendentale dei fanatici di uno spirito universale prodotto dall’Intelligenza Artificiale – come quella celeste delle gerarchie ecclesiastiche – maschera difficilmente la realtà di spoliazione e di devastazione su vasta scala, i cantieri minerari che si espandono dappertutto sventrando la terra e avvelenando i corsi d’acqua, le molteplici forme di vita sacrificate. Il pianeta si surriscalda e brucia per la sua crescita smisurata, le fiamme divorano le foreste, le terre si inaridiscono, i ghiacciai si sciolgono.

Eppure, l’efficacia del Moloch non è più da provare. Il rapporto tra cura e violenza è spinto qui ai suoi limiti estremi: l’industria che produce morte su larga scala è la stessa che permette la moltiplicazione e la sopravvivenza delle masse in questo mondo devastato. L’industria chimica, o quella nucleare, genetica o informatica, servono ugualmente alla fabbricazione di armi di sterminio, alla medicina e alla produzione alimentare. Ma gli esseri prodotti o “curati” dall’industria – umani, animali o vegetali – sono essi stessi degli esseri artificiali, dipendenti dalla mega-macchina, tagliati fuori dal mondo. Esseri storditi, drogati, ipnotizzati, che non riescono più a trovare del senso in un universo incomprensibile e inabitabile, esseri le cui pulsioni tendono verso la follia e la morte, non più verso lo scambio e la riproduzione.

E in effetti, ai vertici di questo mondo totalmente umano e totalmente disumanizzato si trovano individui resi folli e ciechi dalla potenza che hanno accumulato e che sognano di superare ogni limite. I deliri trans-umanisti delle élite della Big Tech rivelano l’essenza profonda del Moloch. In un certo senso, ci stiamo avvicinando al compimento, alla realizzazione di quell’antica profezia biblica, al sacrificio totale della vita e di tutto il ciclo riproduttivo, alla separazione definitiva. L’Intelligenza Artificiale sembra costituirne il prodotto per eccellenza, essa è uno “spirito” alimentato dalla totalità del pensiero, delle interazioni, delle emozioni, delle energie umane che tende a divenire autonomo e – d’ora in avanti – a determinare tali pensiero, interazioni e emozioni. C’è qualcosa di magico anche in questo. Ma è magia nera, quella del patto col Diavolo che conferisce un potere estremo di predazione ma condanna alla solitudine e alla morte. L’affare Epstein o il genocidio di Gaza ne costituiscono le immagini più nitide: sono quegli stessi esseri che si nutrono della morte e della sofferenza altrui, che oggi si accingono a proclamare la fine di ogni limite, la conquista del Cielo, il superamento della malattia e della morte.

Neo-sciamanismo?

Sebbene sempre più ridotti, esistono dei margini, delle popolazioni che continuano a preservare la vita e trasmettere come un tesoro le loro terre e la loro cosmovisione. Ma che sia chiaro, nel ventunesimo secolo, non esiste praticamente più alcun rifugio incontaminato dall’espansione della società tecno-industriale. Nella taiga siberiana, nella foresta amazzonica o sulle cime andine la distruzione avanza come un rullo compressore apparentemente inarrestabile, devastando i territori, e travolgendo le popolazioni che vi abitano e, in molti casi, rendendo impossibile la loro sussistenza materiale tradizionale e le pratiche culturali che la accompagnavano. La colonizzazione degli spiriti da parte della religione, della scuola o del dio mercato, comporta una degradazione del loro modo di vita e in parte anche di questo rapporto con l’alterità non umana. Presso gli Awajùn e gli Shuar dell’Amazzonia nord-occidentale, per esempio, ci si lamenta sempre di più del fatto che “non esistono più dei buoni sciamani” poiché gli sciamani utilizzano il loro potere per arricchirsi, per sedurre o per eliminare i propri rivali.

Eppure, in un’epoca in cui emerge la coscienza di un limite che è stato valicato, provocando conseguenze disastrose e probabilmente irreparabili, questo rapporto di interazione e di ricongiunzione con la parte profonda dell’esistenza sembra riemergere, e non solo in queste regioni ai margini. Anche all’interno del Occidente industrializzato, migliaia di umani cresciuti in mezzo al cemento armato, in quelle terre in cui ogni traccia di magia sembra essere stata definitivamente cancellata, intraprendono oggi lunghi viaggi verso contrade lontane per cercare chi possa riconnetterli con quest’universo. Alcuni, ritornano a casa dopo essersi addentrati nelle profondità dell’esperienza sciamanica e divengono essi stessi delle guide per gli abitanti dei paesi e delle città da cui provengono.

Cosa pensare di questo fenomeno chiamato “neo-sciamanismo”? Difficile e forse futile sarebbe darne un giudizio, farne una pura apologia o condannarlo per la sua mancanza di autenticità. Certo sentiamo che esso costituisca un qualcosa di artificiale, esportato dal suo mondo d’origine e trapiantato nel bel mezzo di autostrade, centrali nucleari e data center. L’afflusso di turismo sciamanico in paesi come il Perù, d’altronde, comporta chiaramente una sua mercificazione e contribuisce alla degradazione e alla distorsione delle finalità di questa pratica. In Sudamerica come in Francia, possiamo assistere alla fagocitazione capitalista dello sciamanismo, divenuto l’ennesima proposta di sviluppo personale in un catalogo completamente funzionale all’ordine neo-liberale.

Eppure, se prendiamo sul serio le affermazioni, le pratiche, il modo di vita millenario di una gran parte delle culture del mondo, quindi se prendiamo sul serio l’esistenza di entità spirituali con cui è possibile stabilire un rapporto – perché mai negare la veridicità dell’esperienza di coloro che sperimentano tale rapporto anche qui, nel cuore dell’Occidente?

Con questo testo intendiamo quindi formulare l’ipotesi – sulla base di esperienze vissute e di riflessioni collettive – che, al di là del contesto geografico e culturale, il rapporto con l’invisibile sia possibile e necessario per ritrovare un legame denso e profondo con il mondo. Sosteniamo ugualmente che gli effetti di questo percorso siano auspicabili a condizione che esso sia dettato da un grande rigore etico e personale, e che resti al di fuori dalle logiche di mercato.


Perché in fondo questa ricerca di contatto con la parte profonda di sé stessi e degli altri è una ricerca del tutto personale, che richiede di guardare in faccia quell’essere oscuro che ci sta dentro ma che ci appartiene solo in parte, poiché è un bagaglio ereditato da secoli di violenza e dominazione. Quella parte che ci indebolisce e che ci divora da dentro, di cui dobbiamo liberarci se vogliamo veramente ritornare a integrare il flusso che è alla base della vita.

Altrimenti, ogni tentativo di resistenza al Moloch sarebbe vano: esso continuerebbe a vivere in noi e noi continueremmo, più o meno consapevolmente, a gettare nelle sue fiamme la parte più preziosa di noi stessi e del mondo.

Lo sciamanismo è quindi un arduo percorso di guarigione e di liberazione, sicuramente uno fra i molti possibili che l’umanità ha trovato nella sua storia millenaria.

 

 

Simone Nanki Garra

simonegarra@yahoo.com

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