Tratto da Gategate.it 

Sono un mendicante, senza cibo; sono uno che vive nudo, senza vestiti; sono uno che vive di elemosine, senza ricchezze; sono uno che sta qui, ma che qui non ha dimora.

La trasformazione di Milarepa

Nella cosmogonia dei ribelli e dei cercatori, la figura di Milarepa (1040-1123) emerge non solo come il più grande yogi del Tibet, ma come l’archetipo di una diserzione ontologica. In un’epoca (la nostra) dominata dall’iper-connessione e dall’accumulo, la sua vita si trasforma in un manifesto politico involontario, è la dimostrazione che il ritiro non è una fuga, ma un atto “istituente” che fonda una nuova realtà.

La storia di Milarepa inizia nel sangue e nel trauma. Tradito dai parenti che avevano usurpato l’eredità del padre, Milarepa (allora Mila Thöpaga) apprende le arti oscure della magia per compiere una vendetta devastante. Questo è il suo primo contatto con la “politica del potere” ovvero l’uso della forza per ripristinare un ordine egoico.

Tuttavia, il rimorso lo spinge verso il maestro Marpa, qui avviene la vera rottura antropologica perché Marpa non gli insegna a diventare qualcuno, ma a disfare pezzo dopo pezzo l’identità costruita sul dolore e sulla colpa. Le famose torri che Milarepa dovette costruire e demolire ripetutamente non erano solo penitenze, ma metafore della futilità delle costruzioni umane, siano esse architettoniche o sociali.

Oggi, che di torri ne dovremmo distruggere molte, la scelta eremitica di Milarepa assume una valenza politica dirompente, se la società moderna, la società dello spettacolo di debordiana memoria, ci impone di esistere in quanto visibili e consumanti, il ritiro nelle grotte del Lachi Snow Mountain è un esempio, è un atto sovversivo.

Trovo interessante leggere in questa chiave la figura di questo personaggio iconico perché in un mondo saturato da opinioni e dati, il suo silenzio (interrotto solo dai suoi Centomila Canti) è una critica alla vacuità del linguaggio sociale, che spesso serve a nascondere il sé piuttosto che a rivelarlo. Da un certo punto di vista possiamo dire che questa scelta di ritiro è un rituale di resistenza all’inutile. L’antropologia definisce spesso il rito come uno spazio che istituisce una nuova condizione, la scelta di Milarepa di vivere in solitudine non è una fuga dal mondo quindi una ascesi negativa, ma una scelta istituente. Egli non scappa dalla realtà, ma scappa dall’illusione della realtà sociale per fondare una dimora nel Vero Sé. Con la sua esperienza eremitica e meditativa suggerisce che la socialità, senza una connessione profonda con la vacuità interna, è solo un gioco di maschere (il Samsara). Disertare la società significa, paradossalmente, diventare più utili ad essa, solo chi ha visto attraverso l’illusione del proprio io può provare una compassione autentica e non manipolatoria per gli altri.

Il significato politico dell’eremismo oggi

Perché la figura di Milarepa è politica? Perché mette a nudo la fragilità dei sistemi di controllo. Un uomo che non desidera nulla, che non teme la morte e che trova la pienezza nella solitudine è ingovernabile. La sua diserzione dal mio punto di vista è un invito a de-mercificare l’esistenza,  ridurre i bisogni per aumentare la libertà. Imparare attraverso il rito ad abitare la solitudine, per viverla non come isolamento depressivo, ma come spazio di ascolto del “suono del vuoto”.

Milarepa, però, non è rimasto chiuso nel suo isolamento; i suoi canti sono tornati tra la gente, portando una saggezza che ha nutrito secoli di cultura tibetana. La sua vita ci insegna l’importanza che può avere la capacità di stare seduti, fermi, davanti alla propria mente, rifiutando di farsi distrarre dalle luci fatue di una società che ci vuole spettatori, mai protagonisti della nostra stessa vacuità. Questa scelta di vita è la dimostrazione che l’unico modo per connettersi davvero con il mondo è, a volte, avere il coraggio di lasciarlo.

Prima di concludere credo sia interessante approfondire i Centomila Canti (Mila Gnumbum) perché  significa entrare nel cuore pulsante della sua diserzione. Se la sua vita nelle grotte è l’atto politico del ritiro, i suoi canti sono il medium comunicativo di quella scelta, una forma di espressione che rifiuta i canoni della letteratura colta e religiosa del tempo per farsi voce nuda, diretta e, in ultima analisi, sovversiva.

I canti di Milarepa non sono poesie scritte a tavolino, ma doha, canti di realizzazione, nati spontaneamente durante incontri con discepoli, cacciatori, demoni o semplici passanti. Rappresentano il passaggio dalla liturgia istituzionale alla trasmissione esperienziale, nei suoi canti, il paesaggio del Tibet non è uno sfondo, ma un interlocutore, compie un’operazione di de-antropocentrizzazione. Mentre la società dei consumi e del dominio vede la natura come una risorsa da sfruttare o un territorio da dominare, Milarepa la canta come la Mente Stessa. Il ghiaccio e la roccia, il freddo estremo non sono nemici, ma  maestri che distruggono l’attaccamento al comfort fisico, sentendosi una parte del tutto, cantando alla montagna, egli distrugge l’idea di isolamento. L’eremita non è solo; è connesso con l’interezza dell’esistente, una connessione che la società “connessa” ma alienata ha perduto.

In un mondo che ci chiede di aggiungere – titoli, vestiti, follower, beni – la poetica di Milarepa si basa sul togliere, i suoi canti celebrano la povertà gloriosa.

Non ho vestiti, quindi non temo i ladri. Non ho cibo, quindi non temo la fame. Non ho casa, quindi non temo gli incendi.

Questa non è rassegnazione, ma una liberazione strategica, politicamente, Milarepa è l’uomo che ha rimosso ogni leva che il potere potrebbe usare contro di lui, se non desideri nulla, non sei ricattabile. I suoi canti sono il manuale d’istruzioni per questa invulnerabilità, dove emerge prepotentemente il tema del Tummo (il calore psichico). Milarepa trasforma la biologia in spiritualità, questo sposta il sacro dal tempio esterno (l’istituzione) al tempio interno (il corpo).

I Centomila Canti sono l’eredità di chi ha disertato il rumore per trovare la musica del vuoto, essi ci dicono che il Vero Sé non è una scoperta solitaria e muta, ma una realtà che, una volta trovata, vibra e si comunica. Milarepa non ha lasciato trattati filosofici, ha lasciato canzoni: perché la verità, per essere davvero “istituente”, deve essere cantata, vissuta e respirata, non solo pensata.

In questo senso, è il primo “punk” della spiritualità, ha preso il sistema (la religione formale), lo ha spogliato di tutto il superfluo e ha urlato al mondo che la libertà è un pezzo di ghiaccio, una grotta e una mente vasta come il cielo.

Andrea Staid

Questo articolo fa parte della serie La scelta monastica

 

Foto di Yiran Ding

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