“Se tu cambi, il mondo cambia con te… quello che serve è un bel sorriso”

Questa è una delle frasi che mi sento dire quando esprimo la mia difficoltà a partecipare a questa società, quando condivido la mia resistenza all’espormi, il mio rapporto con il denaro, la mia diffidenza verso il potere. Quando nutro dei dubbi sul fatto che esprimere pienamente me stessa debba combaciare con l’iniziativa individuale, in cui ognuno, diventando “imprenditore di sé”, entra performativamente nel mercato.

Sarò io ingenua, ma non mi sembra che un sorriso possa bastare ad affrontare un quotidiano basato sullo sfruttamento delle risorse e delle persone, a fermare un genocidio o una guerra, a creare comunità, a garantirsi una casa, il pane e figuriamoci le rose. Con un sorriso non riesco e non voglio negare la violenza strutturale di questo sistema in cui o hai la possibilità di consumare o sei destinato a essere consumato, in cui il dominio non è la deriva ma il presupposto.

“È solo la proiezione di un tuo vissuto interno”

Così, mentre ovunque il dissenso è marginalizzato, anche la terapia patologizza la radicalità.

“È ora di finirla di stare ai margini, trova il tuo posto”

E in un attimo resistere all’invasività delle tecnologie è ridotto a ideologia, desiderare vivere in natura e nel rispetto di essa è interpretato come un difetto di incarnazione o il desiderio infantile ancora inappagato di unione con la propria madre, come utopia di un mondo nuovo o nostalgia di un mondo antico.

Questa è la norma in una società in cui viene condannato per devastazione e saccheggio chi difende un territorio e non chi lo distrugge, in cui partorire grazie ai soli propri ormoni diventa un estremismo ai limiti della legalità, mentre violare l’integrità di una donna durante il parto è considerato inevitabile al processo. In cui impegnarsi a restare umani, oggi impresa faticosa come pedalare controvento, è considerato disobbedire – e la disobbedienza è vista come una condizione infantile irrisolta, mentre l’obbedienza no.

Eppure proprio nei cosiddetti margini ho incontrato coraggiosi tentativi di muoversi attraverso la rabbia, la paura, il disagio alla ricerca di un cambiamento. Negli spazi dissidenti e nelle comunità intenzionali ho trovato modalità sperimentali di organizzazione cooperativa, di risoluzione dei conflitti, di condivisione delle risorse e del sapere. Nelle esperienze dei migranti ho testimoniato audaci racconti di resistenza e capacità di creazione di reti solidali, oltre che l’inesauribile volontà di rischiare la propria vita alla ricerca di migliori condizioni. Nelle cosmogonie delle culture native ho scoperto una visione più ampia dell’essere umano e della vita stessa. In questi margini trovo spesso ispirazione, in questi margini tante volte mi sono soffermata e mi soffermo ancora.

“È il momento di assumersi le proprie responsabilità, accettare la realtà, diventare adulta”

Adultità come sinonimo di “entrare nel sistema”.

Davanti all’arroganza di un’affermazione così sicura della propria legittimità sento un calore che dalle viscere sale rapidamente fino a diventare una palla infuocata in gola. Le mandibole si serrano ma ciò che dentro si agita resta lì. E io resto schiacciata dal peso di questa frase che può essere pronunciata così amorevolmente solo da chi ha interiorizzato il pensiero dominante e si fa forza della posizione della maggioranza e del potere costituito.

Mi sento sopraffatta. Non riesco a urlare ma neanche a sussurrare. Realizzo che il mio sentire non trova spazio, contatto l’impotenza. Trattengo il respiro, lasciando tacere quella voce che vuole descrivere un modo di vivere più semplice, più vicino ai bisogni della natura, più insieme.

“Deve arrivare il momento in cui accetti le cose come sono”

Sento il disgusto all’idea di avere anche io quella posizione. Si unisce la fatica di essere incompresa, il dolore, l’isolamento. E un ostinato impulso ad allontanarmi da chiunque sento che vuole ridurre, correggere, rimodellare, accomodare, addomesticare. Queste le informazioni che vibrano silenziose nelle cellule del mio corpo sin da quando il sistema nervoso si è formato. Risuonano nelle vicende delle antenate, nella storia di una terra resa colonia, nell’aria che si respira oggi, plasmando lo sguardo con cui osservo (purtroppo) anche ciò che è nuovo. Diventano sensazioni che si sovrappongono, pensieri che si susseguono. Un gran groviglio. Di cui non riesco a trovare il bandolo.

Mi chiedo anche se il margine è l’angolino sicuro in cui nel tempo mi sono ritirata per proteggermi, e magari ora il pericolo non c’è, almeno per me. O se in fase di trasformazione ho solo paura di lasciare la forma che mi ha garantito di essere qui oggi per assumerne una che ancora non conosco. In questo momento dubito di ogni cosa. Dicono che è necessario indossare una maschera per muoversi in questa società, intercambiabile a seconda delle situazioni, dicono che basta non identificarsi con essa. Ma potrebbe essere anche questa una risposta all’impossibilità di essere se stessi in una società distante dalla nostra essenza e da modalità rispettose di essere gruppo. Sento una gran confusione.

Forse se questa allerta si abbassasse riuscirei a percepire la realtà in maniera diversa. Eppure ovunque osservo persone affaticate all’interno di un ambiente sempre più disconnesso. Come si può separare una persona dal contesto in cui vive? Come si possono risolvere a livello individuale meccanismi sociali globali che richiedono un agire collettivo? È davvero sufficiente la mia azione quotidiana? Basterà davvero cambiare me stessa per vedere il cambiamento che desidero nel mondo?

Nel corpo, nelle relazioni autentiche, in natura, sento di essere un coro in cui ogni voce contribuisce con la sua specificità; un ecosistema spontaneamente orientato alla sicurezza, all’interdipendenza, al benessere, alla bellezza.

Ecco un respiro, il mio corpo sa.

Posso fidarmi.

Posso fermarmi un momento.

Solo un attimo, il tempo di un respiro.

Poggio a terra questo groviglio.

Lo osservo da qui, da una certa distanza.

Non è solo il mio groviglio. Ora inizia ad allargarsi nel terreno e poi ad entrarvi dentro, diventa radici profonde che si intrecciano le une alle altre spingendosi sempre più in basso. È il trauma personale che si intreccia al trauma collettivo, quello in cui siamo coinvolti senza renderci più conto dell’origine e dei suoi sintomi. Quello di persone che sin dai primi istanti della loro vita hanno dovuto reprimere sensazioni, espressioni e bisogni per sopravvivere in un mondo organizzato secondo ritmi e interessi sempre meno naturali. Persone che si muovono seguendo ragionamenti e calcoli privati piuttosto che orientandosi verso il piacere e la collaborazione. Siamo noi. Le persone che oggi formiamo questa società capace solo di riproporre gli stessi principi che la alimentano: estrarre, performare, rendere produttivo, trasformare in profitto, vendere, competere e dissociarsi dal dolore che tutto questo provoca.

Vorrei invece che questo immenso dolore sia ora preso in considerazione, legittimato. Ne sento la dignità, ne rivendico l’ascolto. Non solo il rispetto ma l’accoglienza. Voglio che sia riconosciuta la sofferenza provocata dalla profonda ingiustizia a cui prendiamo parte ogni giorno. Quella di essere etichettati, inferiorizzati, ingabbiati, oppressi, respinti se appartenenti a una minoranza resistente – o anche alla natura selvaggia. E anche la sofferenza data dal dover dominare – territori, minerali, piante, animali, altri umani, parti di Sé – per poter sopravvivere.

Respiro.

Voglio dire benvenuta alla parte che ancora stabilisce un confine entro il quale non fare passare il dominio. A quella parte che riconosce il privilegio di poter scegliere da che parte stare.

Voglio agirlo questo privilegio, nella complessità che comporta. Non voglio essere integrata se non posso essere integra. L’interezza è la posizione a cui mi oriento. Quella in cui l’espressione individuale è energia vitale nel respiro della vita comune. Quella in cui la vita è un’esperienza di crescita individuale e collettiva, un’esperienza di cura dell’intero vivente, un’esperienza d’amore.

Sento che la voce è ora più nitida, come anche lo sguardo.

La schiena è più dritta e i piedi sono ben poggiati a terra.

Qualcosa si quieta dentro.

Mi guardo intorno con curiosità.

Il sole, il vento, i monti alle spalle, l’orizzonte davanti. E accanto vedo te.

Ciao, è bello saperti qui. Come stai tu?

Maria Giovanna Casu

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