
È fine dicembre e sono sdraiata su un divano a Beirut, in visita alla mia famiglia in Libano.
Sono in un appartamento, è sicuro e tranquillo. Eppure dall’interno di questo “spazio sicuro” posso sentire il ronzio di un drone di sorveglianza israeliano: una tensione lenta, costante e continua.
Il tipo di suono che mette a disagio anche quando non se ne conosce la fonte o il significato. Ma io ne conosco il significato. Significa che i miei confini personali e collettivi vengono violati. Significa che sono osservata. Significa che i dati sul mio telefono vengono raccolti. Significa che la sicurezza e la dignità della mia gente e della mia terra non vengono rispettate.
E questo attiva il mio sistema nervoso.
Voglio combattere, ma l’avversario è invisibile. Nascosto e protetto dalla distanza, dall’altezza e da un diritto internazionale tanto inutile quanto insignificante.
Il disagio diventa sempre più insopportabile. Potrei, naturalmente, dissociare. Scrollare sul mio telefono o indossare le cuffie. Ma non voglio che questa esperienza si radichi in me, che viva nel mio soma come veleno e sedimento. Quindi, dopo circa un’ora di paralisi, mi alzo, vado in camera da letto e comincio a tirare pugni sul materasso. E mentre lo faccio, dopo un paio di ripetizioni e pause, mi ricordo della “Finestra della tolleranza”.
Ricordo ogni volta che mi sono sentita una fallita perché non riuscivo a “regolare” il mio sistema nervoso nei tranquilli e sicuri Paesi Bassi. Come, negli abissi della mia mente, non riuscissi a spegnere questa profonda consapevolezza somatica del fatto che non è che io non riesca a tollerare lo stress, è che ho tollerato troppo stress. Uno stress che i miei terapeuti non riuscivano a capire o a comprendere, quindi non sapevano perché i loro strumenti con me non funzionassero.
Questa è l’origine somatica della Finestra di Tolleranza, i cui semi sono stati piantati all’inizio dello stesso mese. Ma ne parleremo più avanti.
RIPENSARE LA FINESTRA DI TOLLERANZA
La teoria della Finestra di Tolleranza (WoT/ FdT) è attribuita allo psichiatra Dan J. Siegel, laureato (1) ad Harvard. Il termine e i modelli ad esso associati sono diventati una sorta di Santo Graal nella pratica che tiene in considerazione il trauma/ in una pratica trauma-informed. Viene utilizzata per descrivere l’intervallo di attivazione del sistema nervoso all’interno del quale possiamo agire, provare emozioni, pensare e relazionarci con gli altri con relativa stabilità ed equilibrio.
Secondo il modello, una volta che usciamo dalla nostra WoT /FdT– la nostra zona ottimale di funzionamento – entriamo in stati di iperattivazione (lotta/fuga) o ipoattivazione (immobilizzazione/compiacenza/dissociazione). Questi stati di attivazione del sistema nervoso sono più orientati alla sopravvivenza e all’azione piuttosto che al riposo e alla connessione.
Per molto tempo, sia il nome che il quadro concettuale mi sono sembrati neutri. Essi offrono una metafora visiva, mappano gli stati del sistema nervoso e forniscono a coach come me, medici specializzati ed educatori un linguaggio comune. Inoltre, favoriscono l’empatia inquadrando la “disregolazione” emotiva come un processo complesso piuttosto che come un difetto caratteriale.
Ma quando ho iniziato a esaminare la WoT/FdT attraverso una lente di lettura basata sull’idea di trauma collettivo e liberazione, hanno iniziato a emergere delle crepe. Non perché non funzioni per gli individui, ma proprio perché funziona – funziona per gli individui. Per essere più precise, funziona per certi individui.
RIGUARDO AI LIMITI DEI SISTEMI DI CONOSCENZA TERAPEUTICA OCCIDENTALI
Il lavoro di Dan J. Siegel sul sistema nervoso opera all’interno di quadri più ampi dei sistemi di conoscenza psicologica occidentali, sistemi che attribuiscono gran parte del nostro sviluppo psicologico all’attaccamento e ai traumi infantili e che danno priorità alla crescita personale e all’autorealizzazione rispetto ad una risignificazione collettiva e ad obiettivi comunitari. (2)
All’interno di questo paradigma, il lavoro sulla regolazione emotiva è in gran parte messo al servizio dell’auto-miglioramento, e il suo strumento principale è l’autoregolazione: un processo di costruzione di una sicurezza somatica con e attraverso il proprio sistema nervoso.
Certo, a seconda del lignaggio e della formazione del terapeuta, lascia spazio alla co-regolazione.
E sì, sicuramente questo lavoro migliora le relazioni interpersonali. Ma non è questo il suo obiettivo primario: è un risultato secondario. E proprio a causa del contesto in cui questo lavoro è stato sviluppato, le relazioni in questione raramente si estendono oltre la famiglia nucleare, o addirittura oltre il campo relazionale umano.
Questa enfasi si allinea bene con le culture occidentali, dove le persone sono plasmate più dalla loro famiglia nucleare che da esperienze collettive o spirituali e dove l’autoconservazione e lo sviluppo personale sono al centro della vita umana.
Ma che dire rispetto ad altre culture e persone?
Cosa succede quando la visione del mondo di una persona non è incentrata sullo sviluppo personale? E se il suo benessere personale non potesse essere scisso da quello di altri individui?
E se il suo campo relazionale si estendesse oltre la famiglia nucleare — o addirittura oltre il campo relazionale umano?
La WoT/FdT presuppone inoltre che siano soddisfatte determinate condizioni prima che il lavoro possa iniziare — condizioni disponibili in modo sproporzionato a persone provenienti da specifici contesti socio-economici e razziali, spesso protette dal proprio sistema di stabilità geografica e politica.
Una di queste condizioni è l’assenza di fattori di stress potenzialmente letali, che consente a una persona di esercitarsi in sicurezza nell’espandere la propria finestra all’interno di un contenitore prevedibile, mentre impara a tollerare i “fattori di stress quotidiani”. Ciò richiede una stabilità politica e contesti sociali in cui i bisogni primari siano soddisfatti e la dignità umana sia protetta.
FUNZIONI DISTINTE
Nell’affrontare un discorso sul trauma, l’attenzione è spesso concentrata sul (C)PTSD — Disturbo da Stress Post-Traumatico — che però rischia di escludere coloro che vivono in condizioni traumatiche costanti e perpetue, o per i quali espandere la WoT/FdT non è né sicuro né logico.
Infine, la psichiatria occidentale ha una lunga storia di diagnosi, controllo e patologizzazione dei corpi considerati “altri”. I suoi schemi e le sue nomenclature sono invischiati con i valori (3) occidentali, con i sistemi di conoscenza dominanti e con un’ideologia suprematista. Introdurre un termine politicamente carico come “tolleranza” nella regolazione del sistema nervoso — senza un contesto culturale o politico — apre la porta a pregiudizi, diagnosi errate, controllo e danni.
La tolleranza assume un significato completamente diverso quando il sistema nervoso appartiene a persone con una storia di oppressione.
IL PROBLEMA DELLA “TOLLERANZA”
La tolleranza è una delle virtù morali storicamente richieste ai colonizzati, agli emarginati e agli oppressi molto prima che entrasse nel linguaggio terapeutico. Funziona come un meccanismo attraverso il quale la resistenza, il disaccordo o il rifiuto vengono riformulati come atti di inciviltà, spostando la responsabilità di porre fine al conflitto su coloro che subiscono il danno. (4)
E come osserva Paulo Freire in “Pedagogia degli oppressi”, i sistemi di dominio si consolidano proprio insegnando agli oppressi a interiorizzare la sopportazione come virtù e la ribellione come un fallimento morale.
All’interno del quadro di auto-regolazione della Finestra di Tolleranza, elaborato senza alcuna analisi politica, la tolleranza diventa uno strumento pedagogico: un’esortazione ad adattarsi al danno e al disagio a rimanere funzionali, piuttosto che a smantellarli e rischiare una “disfunzione”.
A livello somatico, la tolleranza implica disciplina e controllo. Quando viene applicata alla regolazione emotiva, suggerisce che l’obiettivo sia quello di sopportare le esperienze intime e interiori piuttosto che rispondere alle condizioni esterne, che potrebbero includere anche il danno.
Si considera la resistenza interocettiva come più preziosa dell’embodiment o dell’espressione di un disagio e si allena il soma a dare priorità a un rivolgersi alla propria interiorità per ristabilire un senso di sicurezza.
Questo inquadramento lascia poco spazio alla necessaria complessità del lavoro per una giustizia sociale e ambientale; come inquadrare il disagio emotivo, lo sconvolgimento, il dolore, la paura e l’inquietudine che derivano dall’aderire a movimenti collettivi di liberazione e resistenza.
La giustizia sociale complica la regolazione emotiva. Il dolore può trascinarci in uno stato di ipoeccitazione; la rabbia sacra può catapultarci in uno stato di ipereccitazione. Sebbene ciò possa sembrare controproducente per il benessere individuale, ha senso all’interno di un contesto che tiene in conto degli effetti di un trauma collettivo e di un anelito alla liberazione, dove l’autoconservazione non è il valore centrale.
Il trauma collettivo non si cura espandendo la capacità di una popolazione di tollerare lo stress, specialmente quando tale stress è inflitto da un oppressore. Si sana attraverso la costruzione collettiva di significati, con l’espressività, con la connessione e con una scelta, anche quando tale scelta comporta il sacrificio del comfort personale alla ricerca di dignità, indipendenza e liberazione.
Un sistema nervoso modellato da un danno cronico non cerca maggiore resistenza; cerca completamento, sicurezza e agentività, spesso accessibili solo compiendo scelte “disregolatorie” rischiose e destabilizzanti.
Inoltre, per le persone storicamente oppresse, inquadrare la regolazione attraverso la tolleranza può essere ritraumatizzante. Rafforza l’idea che sia il problema che la soluzione risiedano nel soma individuale, assolvendo così i sistemi oppressivi da ogni responsabilità.
Ma le strategie di sopravvivenza e gli adattamenti del sistema nervoso non sono una patologia. La patologia risiede nei sistemi e nelle persone che rimangono soddisfatte – o convenientemente ignare – mentre traggono beneficio dal spingere intere popolazioni ed ecosistemi sull’orlo della sopravvivenza, della cancellazione e dell’estinzione.
LA CONFORMITA’ COME REGOLAZIONE EMOTIVA
Una delle conseguenze più preoccupanti della normalizzazione della WoT/FdT senza una critica politicizzata è la facilità con cui essa si trasforma in un’istruzione morale. Nelle mani di un professionista “apolitico”, un “Espandi la tua Finestra di Tolleranza” può tranquillamente diventare un “Impara a tollerare il danno”.
Nelle relazioni abusive, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e persino nei contesti terapeutici, le persone sono ancora incoraggiate ad autoregolarsi piuttosto che affrontare o cambiare condizioni dannose, e talvolta vengono persino lodate per essere rimaste “in controllo” in dinamiche che violano i loro confini.
Quando l’autorità premia l’obbedienza e punisce la resistenza, la sottomissione viene riformulata come cooperazione piuttosto che come coercizione. (5)
La tolleranza può far passare l’obbedienza come resilienza e la sopportazione del disagio come virtù. Ciò è particolarmente comune tra le popolazioni condizionate a soffocare il potere per accedere alla “sicurezza”.
Ad esempio, tratti culturalmente associati alla femminilità, alla remissività, alla cooperazione, alla modestia e passività – risuonano risposte di congelamento o di compiacenza. (6)
Un sistema nervoso che non protesta può sembrare “sano”, ma non è necessariamente indipendente o incarnato. Il congelamento, la compiacenza/l’adulazione, la dissociazione e l’impotenza appresa possono facilmente mascherarsi da regolazione finché non iniziano a interferire con altre vie di benessere e salute, o iniziano a manifestarsi in sintomi debilitanti come la stanchezza cronica o la depressione.
Quando la tolleranza diventa sinonimo di salute del sistema nervoso, il danno sistemico rimane intatto. Finché si è funzionali e produttivi, perché sconvolgere lo status quo?
LA FINESTRA DI SCELTA/DISCERNIMENTO: TRAUMA, AGENTIVITA’ E RIPARAZIONE LE 4C: ENTRATE NELLA FINESTRA DI SCELTA/(DIS)CERNIMENTO
Lo scorso dicembre, proprio prima del mio viaggio verso casa, mentre integravo al quadro di riferimento della WoT/FdT a un workshop sul sistema nervoso decolonizzato, qualcosa mi sembrava già stonato.
Tolleranza: cosa sto invitando esattamente le persone a tollerare?
In qualità di coach somatico politicizzato, concentrarmi sulla tolleranza mi sembrava irresponsabile, sapendo che viviamo in sistemi che dipendono dalla nostra sopportazione piuttosto che dalla nostra resistenza o dal nostro rifiuto.
La scelta riguarda l’autonomia/l’agentività/l’azione. Riguarda la consapevolezza, l’orientamento e il movimento. Scegliere significa invitare qualcosa nel nostro campo relazionale espandendo la nostra intimità con la vita.
Nelle esperienze traumatiche, la scelta è spesso ciò che ci viene tolto. Questa perdita di indipendenza contrae il soma, restringendo le sue risposte disponibili. Sotto stress, i nostri muscoli si irrigidiscono, il nostro respiro si accorcia, la nostra visione si restringe e la nostra attenzione si orienta verso la minaccia. Da questo spazio contratto, una scelta integrata e realmente incarnata diventa limitata. Il soma interviene e sceglie la sopravvivenza prima ancora che la cognizione possa intervenire.
Schemi di adattamento basati sulla sopravvivenza (fuga, lotta, paralisi, sottomissione/ compiacenza, dissociazione) sono scelte somatiche. Scelte che precedono il pensiero. Abbiamo associato la scelta ai processi cognitivi, ma gran parte della scelta avviene nel nostro soma prima ancora che possiamo attribuirle un significato.
Quando viviamo un trauma, la narrazione arriva dopo, a volte molto, molto dopo. Spesso, mettere in gioco la vergogna o l’auto-colpevolizzazione causa un’ulteriore disincarnazione/dissociazione.
Ignoriamo il fatto che il soma è sempre orientato verso la sicurezza, l’appartenenza e la dignità, mentre cerca di preservare e salvaguardare la vita.
La riparazione inizia quando torniamo al soma e chiediamo: Perché hai scelto questo? Da cosa stavi cercando di proteggermi?
Queste domande sono i nostri primi passi verso la riparazione e l’integrazione. Le risposte sono spesso essenziali per la guarigione, poiché permettono al soma di spiegarsi e rivelarsi a noi, di farsi sentire come nostro protettore e custode.
Questo è un processo dal basso verso l’alto: il corpo guida, la mente segue e il sistema nervoso si riarmonizza mentre il soma si ripara e si riorganizza.
La guarigione del sistema nervoso riguarda anche il ripristino della fiducia nella capacità e nella saggezza del corpo di scegliere la guarigione. Rivendicare la scelta ripristina l’autonomia/ l’indipendenza, invita all’espansione e alla curiosità e spinge il nostro movimento verso la sicurezza somatica.
Scegliamo sempre attingendo da un profondo pozzo di saggezza somatica, anche prima che arrivi il significato. Ma quando impariamo a entrare attivamente nella nostra Finestra di Scelta, ci si apre una maggiore disponibilità. E più prendiamo decisioni e ci sentiamo coinvolti nella scelta proprio partendo da quello spazio di contatto cosciente, più scelte somatiche si aprono a noi, compresa l’espressione somatica, ossia una gamma di scelte a nostra disposizione per esprimere pienamente noi stessi.
Dalla teoria, vi invito ora a sperimentare con la pratica.
Per lo stress non letale, ho sviluppato le 4C: quattro passi che orbitano attorno alla Finestra di Scelta. cambiando la prospettiva ad ogni passo.
Le 4C stanno per: Centratura, Contatto, Cura e (dis) Cernerimento.
La Centratura inizia quando notiamo che il terreno sotto i nostri piedi si è spostato: ci attiviamo e la nostra visione attraverso la nostra Finestra di Scelta/ (Dis)cernimento si restringe. A questo punto, il nostro soma ha già fatto una scelta per noi e si è orientato verso la sicurezza. Il momento in cui notiamo che questo sta accadendo è anche il momento in cui siamo invitati a dialogare con il nostro soma.
Centrarsi non significa costringere il sistema nervoso alla calma; significa esplorare la posizionalità/la nuova prospettiva e notare se da dove ci troviamo ora emerge qualcosa in più di ciò che osserviamo. La prossima volta che inizi a sentirti “decentrat@”, ti invito a fermarti, ad alzarti in piedi (o a compiere qualsiasi movimento equivalente a tua disposizione), a fare un respiro profondo e poi a compiere un passo intenzionale nella direzione che preferisci. Segui
semplicemente il tuo corpo. Concentrati sul passo mentre lo fai e, una volta che ti sei posizionato in una nuova posizione, nota cosa quel singolo passo ha innescato nel tuo soma. Il centrarsi può anche essere una pratica quotidiana consapevole, che riorganizza il tuo cervello in modo che possa notare più rapidamente i cambiamenti somatici.
Il contatto riguarda la curiosità e la consapevolezza. Più diventiamo consapevoli, più comprendiamo le nostre scelte. Esistono molti modi per esplorare la consapevolezza:
interocettivamente (andando verso l’interno), propriocettivamente (esplorando il movimento), (7) (8) estero-cettivamente (guardando verso l’esterno, i sensi) ed esplorando la nostra intercorporeità (il (9) (10) nostro campo relazionale umano). Possiamo anche esplorare la consapevolezza allo-cettivamente ed eco-cettivamente , estendendola verso gli altri esseri viventi e la natura. Potrebbero esserci (11) altri campi là fuori; questi sono quelli che sono riuscita a mappare attraverso il mio lavoro e la mia conoscenza incarnata.
Nel lavoro che parte da una prospettiva e cosmologia occidentale sul sistema nervoso, l’intercezione e ancora l’intercezione occupano il centro della scena. Siamo incoraggiati ad andare verso l’interiorità o a concentrarci sui nostri sensi, diventando consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi o di ciò che è disponibile ai nostri sensi. Ma non tutti si sentono a proprio agio, al sicuro o riescono a relazionarsi con l’esperienza dell’“andare verso l’interno”. Non tutti
ricevono informazioni solo attraverso i cinque sensi.
La scelta incarnata include la scoperta di quali campi di consapevolezza sono accessibili e significativi per te o per il tuo cliente, lavorando precisamente con quel campo.
Significa rivolgersi al campo che richiede la maggiore attenzione e cura.
Ad esempio, nel caso di violazioni e danni collettivi che colpiscono la nostra comunità ma non noi direttamente, anche se percepiamo il danno nel nostro sistema nervoso, la cura può avvenire anche in un altro ambito, nella nostra intercorporeità (il campo relazionale umano).
La cura è la nostra risposta naturale al contatto. È lì che possiamo imparare a fidarci del nostro cuore aperto, che si prende cura profondamente di noi stessi, degli altri, del pianeta e del mondo in generale. È il modo in cui scegliamo di rispondere a qualunque cosa ci giunga attraverso il nostro contatto e la nostra consapevolezza; la nostra conversazione con il nostro soma e i campi che lo circondano.
Spesso, il contatto ci informa di una rottura — una ferita nel nostro campo personale o relazionale.
Sia che scegliamo di prenderci cura di noi stessi o degli altri, la cura ci ricorda che siamo sempre in relazione con qualcosa o qualcuno e che il nostro soma non è mai completamente solo.
La cura si presenta in infinite sfumature e non è uno stato passivo o docile.
A volte prendersi cura sembra una mano sul cuore. E a volte prendersi cura può essere un urlo forte, un movimento disordinato, un tremore o qualsiasi altra forma di espressione energetica ed emotiva.
La cura è incarnazione/embodiment, è restituire all’informazione che è arrivata attraverso di te e specificamente a te un’espressione e una voce.
La scelta/ Il (dis)Cernimento è ciò che accade una volta completato questo ciclo. A questo punto, abbiamo già scelto; abbiamo incarnato la scelta e l’autodeterminazione centrandoci, entrando in contatto e prendendoci cura (invece di contrarci e cercare di controllare). E se lo desideriamo, possiamo anche fare una scelta attiva e incarnata da questo spazio più ampio. Ora che abbiamo fornito cura, il nostro soma non è più così contratto, la nostra visione è più vivace e abbiamo più spazio per manovrare e muoverci.
Cosa vorremmo fare ora che abbiamo più scelte?
Ripetere questo ciclo rafforza il legame tra le diverse dimensioni del soma. Ricorda a tutte le sue parti che non sono sole, che il corpo somatico è sempre in relazione con il mondo e può armonizzarsi con esso e che ogni scelta racchiude una saggezza profonda e valida.
Ma naturalmente, questo lavoro cambia quando lo stress mette a rischio la vita.
Quando si lavora con qualcuno che sta vivendo uno stress letale, è importante ascoltare e onorare le sue scelte somatiche. Ciò include la scelta di concentrarsi e prendersi cura degli altri, o di dare priorità alla costruzione collettiva di senso rispetto all’autoconservazione.
Quando qualcuno sta vivendo uno stress traumatico dovuto alla perdita di autonomia/indipendenza)agentività e sicurezza, sta interiorizzando un senso di impotenza e disperazione.
Diventare più consapevoli della scelta somatica può aiutare a preservare la dignità; la scelta di fare un respiro consapevole, di fare un passo, di emettere un suono: scelte apparentemente piccole e minime possono fare molta strada. È anche importante non definire la sicurezza per loro, ma piuttosto chiedere cosa significhi per loro la sicurezza in queste condizioni, e concentrarsi sull’espanderla in quel contesto.
Se stai vivendo uno stress che mette a rischio la tua vita, ricorda che il tuo corpo sta facendo del suo meglio per prendersi cura di te. Cerca di concentrarti sulle parti che ti sembrano spaziose e ben radicate, ed esplora le possibilità che offrono.
Se senti di avere un po’ di spazio nel petto, esplora i diversi modi in cui puoi respirare. Se sono i tuoi piedi, esplora i diversi modi in cui puoi appoggiarti al pavimento. Se sono la schiena o le ossa degli ischi, prova a esercitare una pressione contro una superficie. Ricordare al tuo corpo che ha ancora delle possibilità di scelta, dello spazio e della capacità di agire, può aiutarlo a sostenerti.
E sei sempre il benvenut@ a prenotare una sessione sostenuta dalla comunità con me, completamente gratuita.
A livello somatico, la scelta onora l’intelligenza del corpo.
Collettivamente, la scelta afferma la nostra responsabilità e la nostra capacità di agire condivise, anche quando pratichiamo individualmente.
Dal punto di vista decoloniale, la scelta rifiuta la pretesa che i corpi marginalizzati continuino a
sopportare il danno come una virtù morale.
“Regolarci” per resistere al danno/dolore/disagio non è la risposta. Possiamo anche scegliere l’espressione emotiva, così da poter costruire una capacità somatica in grado di combattere l’ingiustizia, oppure scegliere di costruire questa capacità mentre combattiamo.
Per smantellare i sistemi, compresi i sistemi di conoscenza dominanti, dobbiamo interrogare il linguaggio che ereditiamo e il modo in cui ci influenza. La guarigione non è mai apolitica perché il danno è sempre politico. È ora di smettere di chiedere alle persone di sviluppare la loro capacità di tollerare lo stress senza comprendere le condizioni in cui vivono o da dove proviene lo stress.
È ora di smettere di confondere la resistenza con la resilienza.
La scelta/ Il discernimento è il luogo in cui avvengono la riparazione, il cambiamento e il movimento. La scelta ci orienta verso il cambiamento. La scelta è il modo in cui rivendichiamo la nostra capacità di agire/agentività e il nostro potere individuale e collettivo.
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Tania Shoukair
Tradotto da Gaia Dunya Rai