Oggi, grazie all’invito di alcune amiche, ho avuto modo di avvicinarmi al mare.

Sono rimasta, al tramonto, a passeggiare sulla battigia, raggiungendo una roccia che si erge solitaria sulla spiaggia di ciottoli. L’istinto di arrampicarsi di noi primati si fa sempre sentire in queste situazioni e, da lì a poco, mi sono ritrovata seduta in cima alla roccia, con il mare sotto e l’orizzonte infinito davanti.

Era come se la roccia mi avesse chiamata.

Sono rimasta seduta lì per un tempo indefinito e, in ogni istante, sentivo il respiro diventare più lento e profondo, le mani incollate alla roccia, a radicare, a tornare al centro, a rallentare.

E solo allora mi sono resa conto di come mi fossi persa.

La roccia lo aveva sentito, e mi ha chiamata…

Così iniziava l’articolo iniziato a scrivere mesi fa, che però non ho terminato. Ho lavorato ad altro, e ho passato più tempo con il mio cavallo e tra le montagne. Le montagne, che tanto continuano a nutrire il mio spirito.

Ci sono posti molto potenti a livello energetico: in riva al mare, dove l’acqua incontra la terra; in un campo di fiori bagnati dalla rugiada; in un ruscello di montagna; alla base del tronco di un albero centenario; nelle rocce che costellano i fianchi di una montagna; e, ovviamente, in cima a una montagna…

Sono posti che possiamo sentire più forti e che effettivamente aiutano a radicarci, più di altri.

Oggi però volevo andare oltre l’aspetto della salute del corpo per ricordarti dell’importanza di qualcosa che dimentichiamo troppo spesso: che la vita, senza magia, non ha molto senso.

*“Ci sono periodi della nostra vita in cui sembriamo avvolte da un manto di insensatezza, un manto che soffoca ogni cosa, che soffoca anche il canto della vita. Non è esattamente depressione, anche se le due condizioni sono strettamente legate. È piuttosto un grande vuoto, che ci priva della forza vitale necessaria per muoverci nel mondo e percepire la meraviglia di ciò che ci circonda, un vuoto che ci priva della capacità di provare gioia – anche solo un barlume di gioia – davanti al miracolo quotidiano dell’esistenza. È un disincanto che possiamo chiamare in tante maniere: burnout, apatia, alienazione. Ed è un disincanto di cui tutte e tutti noi facciamo esperienza nella vita, prima o poi, in una maniera o in un’altra. Un disincanto che pulsa per il desiderio inappagato di qualcosa di elementare e antico, per l’anelito di rivedere il mondo bello e sentirne la magia, di trovarvi rifugio, di entrare in contatto con quell’“alba sommersa della meraviglia”*” – Maria Popova

Come facciamo a liberarci da questo velo di insensatezza che sembra oscurare le nostre giornate? Come facciamo a ritrovare la vitalità e la magia nella quotidianità e a non perderle, e perderci, ancora una volta?

Questo tema è in realtà molto più grande di quanto io possa scriverne qui, ma forse basta poco per riconoscere questo anelito…

Il contatto con la natura

Camminare in un bosco, ammirare un tramonto, immergersi in un prato fiorito o scalare una vetta solitaria. Qualsiasi contatto diretto con il mondo naturale ha il potenziale di risvegliare il senso della meraviglia, dello stupore e della bellezza.

Tutto dipende dal nostro approccio: settimane fa, quando ero in montagna, ho sentito una persona commentare alla sua compagna di passeggiate: *“Dai, vai più veloce, che così non sento i miei addominali.”*

Eravamo in un posto magnifico, circondati da una miriade di fiori, un ruscello di acqua cristallina ci scorreva accanto, una lieve brezza aiutava a non sentire il caldo… e questo tizio dice alla sua amica di andare più veloce per lavorare gli addominali?

Quindi no, il contatto con la natura non ha sempre lo stesso effetto.

E se non fosse il contatto con la natura a fare effetto, ma il modo in cui noi ci rapportiamo a ciò che ci circonda? (Includendo come ci relazioniamo con il nostro corpo e con il suo “essere natura”.)

La consapevolezza di come viviamo

Troppo spesso passiamo le giornate in maniera “piccola”: preoccupandoci di risolvere in maniera razionale i nostri problemi, dissociandoci quando siamo stanche, aggrappandoci solo all’“apparenza” e dimenticando di fare spazio alla magia.

Non c’è posto per lo stupore e la meraviglia, e non c’è tempo per alzare lo sguardo al cielo.

Diventiamo degli automi, e tutto intorno a noi comincia a sembrare grigio e senza gioia.

Eppure, la natura prova sempre a svegliarci. Cerca la nostra attenzione, ogni istante: dal cinguettio degli uccelli al frinire delle cicale, dal vento che fa cadere le cose in balcone al sole che fa capolino tra le tende.

Dall’insetto che ci finisce addosso appena usciamo da casa alle foglie che gli alberi hanno fatto cadere sul nostro cammino. Dal minuscolo fiore che spunta in una fessura nell’asfalto alla ragnatela che il ragno ha costruito nel nostro ripostiglio. Dal nostro corpo, che implora riposo, nutrimento e quiete, oppure movimento, aria e luce…

Quasi sempre, con un gesto incurante e a volte disprezzante, ignoriamo queste chiamate. Calpestiamo il fiore, risistemiamo gli oggetti caduti dal vento, chiudiamo meglio le tende. Prendiamo il caffè per svegliarci, gli antidolorifici per calmare il mal di testa e la melatonina per dormire.

In un misto tra superiorità di specie, completa indifferenza, mancanza di attenzione e incapacità di vedere le cose, continuiamo a correre e ad affannarci dietro ai problemi proposti dalla mente.

Per ri-animarci e tornare a percepire la magia nella quotidianità, incanalarla attraverso la mente e il corpo ed esserne sostenuti, dobbiamo iniziare a volerlo fare.

Tutto parte dal rendersi conto che manca qualcosa, che la vita è diventata troppo sterile e che non proviamo gioia.

Quando è stata l’ultima volta che hai riso? Quando è stata l’ultima volta che hai pianto di gioia?

Partendo dalla consapevolezza che qualcosa si è perso, dobbiamo avere l’intenzione di ritrovarlo e ritrovarci.

L’intenzione di voler cambiare le cose

È con questa intenzione che il mondo diventa un campo di intima connessione.

Con il desiderio di tornare a ridere e a piangere e a meravigliarci. E con il voler tornare a sentirsi parte di qualcosa di più grande possiamo alzare gli occhi al cielo in una notte stellata e ammirare la “volta celeste”, con i suoi spazi infiniti e le sue distanze inimmaginabili.

Possiamo tuffarci in mare e nuotare tra le onde e riconoscere il piacere dell’acqua che rinfresca il corpo, il moto ondoso che ci movimenta, il sale che lenisce le ferite.

Possiamo coltivare fiori in giardino e contemplare la loro crescita e la loro morte.

Possiamo osservare una persona o un animale caro mentre dorme, e riconoscere come la loro presenza arricchisce la nostra vita.

Possiamo semplicemente fermarci ad ascoltare i suoni lontani e quelli più vicini: ci sono uccelli, insetti, anfibi che provano ad attirare la nostra attenzione?

L’ostacolo della velocità

A volte, però, non riusciamo a “connetterci”. Possiamo essere consapevoli che qualcosa nella nostra vita deve cambiare, possiamo avere la sincera intenzione di cambiare le cose, ma a volte è come se qualcosa ci impedisse di aprire gli occhi.

Viviamo in una società in cui vogliamo tutto e subito, in cui l’intensità è più importante della perseveranza, in cui diamo più importanza alla razionalità che all’intuito, alla mente che al corpo. In cui i ritmi di tutto quello che ci circonda sono troppo veloci perché il nostro corpo e il nostro sistema nervoso possano rimanere in salute: dagli smartphone ai mezzi di comunicazione e ai mezzi di trasporto, la velocità è il modus operandi.

È un po’ come la differenza tra il raggiungere un posto con l’aereo, in auto o a piedi: in quale dei tre casi avremo più possibilità di soffermarci sui dettagli del paesaggio, cambiare rotta, tornare indietro…?

Cosa succede quando rallentiamo

Quando rallentiamo, abbiamo più tempo per osservare. E sì, vedremo anche cose che preferiremmo non vedere: la malvagità umana, gli scempi in natura, le ombre interiori che ci perseguitano.

Per questo fa paura rallentare, fa paura fare yoga e fa paura stare in natura. Ma rallentando, possiamo anche scoprire i dettagli, sentire meglio il corpo, la Terra, il respiro…

Possiamo sentire l’esplosione di vita sotto i nostri piedi quando camminiamo accanto a un albero, possiamo renderci conto – sentire – che nell’intreccio delle sue radici quest’albero sostiene milioni di microrganismi che rendono il suolo fertile e adatto alla crescita.

Camminare invece di correre

Camminare – con passi lenti e lievi – ci aiuta a riscoprire la magia di quello che ci circonda.

All’inizio siamo preoccupate che le scarpe non siano così comode, che faccia troppo caldo o troppo freddo, che la borsa o lo zaino sia troppo pesante e *“non so se ho tempo”*.

Lentamente, un passo alla volta, possiamo cominciare a guardarci intorno. Il panorama, una libellula di colore brillante, quell’albero così contorto, le lucide rocce che spuntano dal terreno.

Un dettaglio potrebbe indurci a rallentare ancora, e forse a fermarci. Forse anche la fretta si dissolve. Forse si riscopre qualcosa nella lentezza…

All’aria aperta, in contatto con gli elementi della natura

Forse non è qualcosa che facciamo spesso, forse non lo facciamo da tanto, ma se ne abbiamo le possibilità, dedichiamo qualche ora nelle prossime settimane per stare in natura.

Non deve essere un parco nazionale in Trentino a 3000 m di quota. Basta un piccolo giardino. Un prato. La riva di un lago. Il tronco di un albero. Uno scoglio sul mare.

Un luogo in cui puoi stare in tranquillità a contatto con gli elementi primordiali: sole, vento, mare, terra, luna, il tuo sangue…

Può anche essere la tua immaginazione, che ti riporta in un posto caro.

Quando sei lì, fermati un attimo e ascolta.

Forse ritrovi una certa prospettiva sulla vita. Forse le domande che cercavano una risposta si affievoliscono. Forse i sogni si fondono con la realtà, la creatività si rianima, il fuoco interiore si risveglia.

Forse inizi a sentire qualcosa di più grande nel tuo cuore. Anzi, nel tuo intero essere.

Quella connessione con il tutto. Quel sublime e quell’immensità che sai essere, che sai di essere e che avevi dimenticato.

Il mio è un invito: fermati, sospendi ogni giudizio e riposa nel respiro della Terra, che è il respiro sacro, che ti respira.

Forse il respiro è la chiave, forse il respiro non è altro che il sussurro divino.

Con affetto,

Caterina Allegra

www.sicilyoga.com

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