La spiritualità è una pratica incarnata

A febbraio sono tornata in Sri Lanka portando con me un gruppo di donne italiane. Le avevo preparate a un viaggio il cui intento non era ricevere, ma offrire.

Offrirsi al disegno delle stelle e del mistero.

Un pellegrinaggio in cui il centro non fosse l’esperienza personale, ma il gesto.

Perché è nel dare, quando il dare è autentico e non autocelebrativo, che può accadere qualcosa che la mente non può programmare né controllare.

Da due anni facilito pellegrinaggi femminili in questa terra anche per essere parte attiva della sua guarigione. Non come osservatrici ma come donne disposte anche a entrare in una ferita storica ancora viva.

Io sono tamil.

La casa della mia famiglia negli anni 80 è stata bruciata più volte perché aveva un’insegna con su scritto “Yoga Ashram”, sinonimo di induismo e di un’etnia in minoranza.

All’ennesimo incendio mio padre ha capito che non potevamo più restare. Siamo arrivati in Italia portando nel corpo la memoria di un genocidio che spesso è stato chiamato in altri modi: guerra civile, conflitto etnico, lotta al terrorismo.

Per chi l’ha vissuta, da una parte e dall’altra, è stata una frattura profonda.

Il conflitto tra maggioranza singalese e minoranza tamil è durato oltre venticinque anni, fino al maggio 2009. È nato da tensioni etniche, ma affonda le radici nel periodo coloniale britannico, quando politiche amministrative divisive alimentarono squilibri e risentimenti tra le comunità.

Prima della colonizzazione, singalesi e tamil avevano conosciuto lunghi periodi di coesistenza, scambi culturali, religiosi e sovrapposizioni territoriali. Tuttavia, la possibilità di abitare insieme è stata spesso ostacolata dalle dinamiche politiche e dai giochi di potere tra regni e autorità anche nei secoli precedenti, ben prima dell’arrivo dei bianchi. Queste tensioni avevano più a che fare con strategie di dominio e controllo che con le relazioni quotidiane tra le persone.

Negli ultimi mesi della guerra, nel nord-est dell’isola, centinaia di migliaia di civili tamil rimasero intrappolati in una stretta zona di conflitto. Le forze governative singalesi bombardarono aree densamente popolate mentre il movimento armato tamil delle LTTE si ritirava. Le LTTE nacquero negli anni precedenti come movimento di resistenza alla marginalizzazione politica, linguistica e sociale vissuta da parte della popolazione tamil. Tuttavia, nel corso del conflitto anche questo movimento compì azioni estremamente violente e terribili, colpendo e ricattando i tamil civili stessi e alimentando ulteriormente il ciclo della guerra.

Le stime internazionali parlano di decine di migliaia di morti civili tamil nella fase finale. È una ferita che racconta quanto il dolore e l’odio presenti nella coscienza collettiva, quando non vengono riconosciuti e trasformati, possano attraversare le generazioni ed esprimersi attraverso popoli, etnie e corpi diversi. In questo senso la guerra non è solo uno scontro tra gruppi, ma anche la manifestazione di una sofferenza profonda che l’umanità intera è chiamata, prima o poi, ad assumersi la responsabilità di guarire.

Nel caso del Sri Lanka, il mondo l’ha chiamata guerra civile. Per chi l’ha attraversata nel corpo, è stata un’esperienza di annientamento. Un tentativo di cancellazione. Per me, e per molti tamil, la parola che più si avvicina è genocidio.

Ma il dolore non è un termine giuridico. È un’eredità nel sistema nervoso. Ecco perché sento che la guarigione di questa terra riguarda anche noi che viviamo in Europa.

Riguarda il privilegio bianco. Riguarda l’eredità coloniale transgenerazionale. Non per senso di colpa. Ma per responsabilità energetica.

C’è bisogno che chi porta nel corpo la storia dei colonizzatori si sieda nella terra ferita e dica: sono qui. Non sopra. Non fuori. Qui.

La spiritualità è una pratica incarnata.

Se non entriamo nei territori lacerati della storia, la nostra pratica resta un privilegio.

A febbraio di quest’anno (2026) abbiamo creato cerchi di donne tamil, singalesi e italiane in due foreste diverse dello Sri Lanka.

Gli uomini di quella terra hanno scavato un buca per noi.

Noi donne abbiamo mescolato legumi, cereali italiani con semi locali, dolci, erbe secche e fiori tropicali portati dalle donne srilankesi e abbiamo interrato il tutto con amore, gioia e bellezza.

La terra non ha etnia.

La terra trasforma tutto.

All’inizio c’era tensione.

“Nel primo rito ho provato inizialmente incertezza, paura di non poter capire e accogliere…” scrive una delle donne italiane.

“Ho sentito un poco di tensione per il timore che loro non si sentissero a loro agio.”

Gli occhi si schivavano.

Poi qualcosa ha ceduto.

“Da una fase di incertezza e imbarazzo c’è stata una fusione pazzesca di energia che è diventata movimenti, sorrisi e apertura totale di sguardi con occhi che prima schivavano l’incrocio.”

Non è stato un atto politico.

È stato un atto somatico.

Un sistema nervoso che smette di percepire l’altro come minaccia è già rivoluzione.

Nel primo cerchio è emerso il dolore.

“Ho percepito un dolore non mio, ma comune, un dolore femminile che accomuna donne di ogni generazione, di ogni paese, di ogni epoca.”

Un’altra donna lo descrive così:

“Il primo rituale l’ho sentito nello stomaco. E dentro agli occhi. È stato una sorgente di dolore ancestrale e man mano che le acque fluivano si trasformavano in canto di presenza e comunanza, in gesti di unione e forza. Un rituale che è stato portale iniziatico.”

Le lacrime non chiedevano spiegazioni ideologiche.

Chiedevano spazio.

Una donna singalese mi ha riportato: “Mi sono ritrovata a piangere, ma non c’era motivazione. Ero sorpresa nel sentire le lacrime che sgorgavano senza tristezza.”

“La gioia quando è condivisa è raddoppiata, il dolore quando è condiviso si dimezza… e insieme si trova il coraggio, la dignità, l’unione e la forza.”

E qualcuna ha scritto, citando Carl Rogers:

“Quello che è più generale è più personale.”

“Il dolore, la separazione, li sentivamo così chiaramente proprio perché fanno parte della storia di ognuna di noi. Nei cerchi, con l’energia femminile della sorellanza, abbiamo reso sacro quel dolore.

Non per cancellarlo.

Ma perché le ferite potessero essere curate, amate, rese sacre.

Perché non si può fare finta che non sia accaduto. Ma si può guarire insieme, occhi negli occhi.”

Nel secondo cerchio qualcosa era cambiato.

“Il secondo rituale l’ho vissuto come un compimento, una maturazione. La gioia che sgorga dalla lacerazione necessaria per un processo di trascendenza. È stata gioia vibrante dalla terra rossa e calda.”

Un’altra donna lo ricorda così:

“Ho sentito il primo rituale come un faro sulla ferita, la chiamata e il bisogno a esserne consapevoli; il secondo più corporeo, più sciolto, più giocoso.”

Come due passaggi di un unico processo.

Sentire il dolore.

Vedere la rigidità nei corpi e negli sguardi.

E allo stesso tempo riconoscere che quel dolore era più grande delle identità che ci separavano.

Qualcuna ha scritto anche della confusione iniziale:

“Di chi è questo dolore? Dove finiscono i miei confini emotivi e dove iniziano quelli dell’altra?”

Eppure, nel calore del cerchio, nei sorrisi, nella presenza delle donne più mature, come nonne simboliche, qualcosa ha iniziato a sciogliersi.

Il dolore non spariva.

Si integrava nella vita.

La cura nasceva dalla separazione e allo stesso tempo dall’unione.

“Come un cammino di crescita, dall’impotenza bambina alla ferma ma morbida autodeterminazione di Dea incarnata”.

Siamo Una.

Questo è il passo che quasi nessuno osa fare: restare nel disagio abbastanza a lungo da permettere alla trasformazione di accadere.

Non siamo andate lì per sentirci migliori. Siamo andate per incarnare una possibilità.

Seguire un disegno divino non significa aspettare che il cielo intervenga. Significa diventare strumento.

Significa fare quei gesti concreti che la storia ufficiale non compie.

Riconciliarsi con il possibile.

Perché fra donne?

Perché le atrocità vengono trasmesse per sette generazioni attraverso gli uteri. E allora abbiamo danzato in cerchio.

Non abbiamo danzato per dimenticare. Danzare è ricordare con il corpo che siamo più grandi della storia che ci ha divise.

Una donna tamil mi ha confidato: “Non ho mai vissuto niente del genere: essere fra donne, sentire il nostro potere per direzionarlo verso la guarigione”.

In quelle foreste non abbiamo risolto un conflitto geopolitico. Ma abbiamo mescolato dei semi. Abbiamo interrotto una micro-trasmissione di odio.

Abbiamo creato uno spazio in cui il dolore poteva essere visto senza essere armato.

Forse la pace nasce quando una donna decide di non trasmettere più l’odio ereditato.

Una donna ancora racconta: “A volte mi è sembrato che la nostra presenza fosse lì non tanto per fare qualcosa, ma per permettere.”

Permettere.

Non salvare.

Non guidare.

Non spiegare.

Permettere che, guardandosi negli occhi, l’identità si allenti. Permettere che il corpo ricordi prima della mente. Permettere che la vita, anche dopo un genocidio, voglia ancora essere celebrata.

Come un battito d’ali, l’energia di guarigione creata nei cerchi si è diffusa. Nel campo che abbiamo creato, ognuna di noi ha incontrato le donne, gli avi, le persone che amiamo.

Così la medicina della cura si è svelata: un luogo senza tempo che ospita, guarisce e trasmuta.

Benedire il dolore.

Benedire la mancanza.

Benedire e lasciare andare.

Lasciarsi essere.

La riconciliazione è una pratica.

Una pratica minuscola e radicale.

Forse inizia così: un cerchio, dei semi, muovere l’energia, terra tra le mani.

E una donna che decide di non continuare la guerra dentro di sé.

Perché quando una donna interrompe la trasmissione dell’odio, la storia cambia direzione.

Nadeshwari Joythimayananda e le coraggiose donne dei cerchi in Sri Lanka

www.nadeshwari.com

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