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Nel momento che veniamo al mondo ci aspettiamo di essere toccati. Questo bisogno è proprio dentro di noi. I primi momenti dopo la nascita sono fondamentali per il nostro sviluppo. Il contatto intimo e amorevole con la madre può guarire eventuali traumi prenatali e sono la base di una vita sana. Se invece il tocco è assente o violento la vita stessa viene offesa e prima o poi verranno in superficie dei riverberi.

Il resto della nostra vita è un alternarsi di toccare ed essere toccati, di presenza e assenza del tocco, di dolcezza e durezza nel contatto fisico. Meno fondamentale rispetto al contatto nei primi momenti, ma sempre essenziale. Pensiamo solo a questo periodo di pandemia in cui per 2 anni abbiamo portato mascherine e vissuto in una situazione di distanziamento sociale, convinti o costretti. Abbiamo soffocato molto il nostro bisogno del contatto e ci vorrà ancora molto prima di riprenderci.

Cos’è il tocco? Non è un’esperienza uguale per tutti. Ma nello scenario ideale, il tocco è più di una sensazione tattile, più di un atto unilaterale. Un bambino che viene toccato, tende ad andare incontro al tocco. Cioè il tocco è con-tatto. Un gesto di intenzione e/o curiosità può provocare una sensazione di curiosità, sicurezza, apprezzamento nell’altro. Chi tocca sente se stesso e l’altro. Chi viene toccato idem. Io che accarezzo mio figlio percepisco la sua pelle, il suo calore, ma sento anche la mia pelle e lui si sente grazie a me. E dalla pelle al cervello è una via diretta. E dalle mani al cuore ci vuole un attimo. Chi scalda chi non si sa più. I nostri sistemi interagiscono e abbiamo una relazione.

Nel tocco professionale, nonostante si contatti la pelle, il tocco può arrivare agli strati sottostanti, ai muscoli, alle ossa, agli organi, alle emozioni, alla fascia che connette tutto con tutto. Il tocco può agire sui liquidi nei tessuti o sulle loro tensioni. Il tocco può accompagnare il movimento, aumentare la propriocezione, l’enterocezione. Il tocco può essere un contenitore, dare sicurezza, supporto, informazione, un senso di attivazione o calma, direzione, apertura, chiusura, connessione, articolazione, un senso di dettaglio o dell’intero, un senso di volume, un senso di spazio.
Ma c’è di più. Con un tocco che ascolta, tutte queste qualità guadagnano di significato. Il tocco può parlare, come le parole possono toccare.

Quando il tocco è ascolto, il tocco è amore.

Si, guardiamo il tocco anche dal lato spirituale. Quando ci apriamo al Divino – in tutte le tradizioni mistiche delle religioni che conosco – lui entra in noi per farci vivere la sua presenza, dono e compito, che è amore. Noi possiamo dare e ricevere amore attraverso il nostro corpo. Tutto quello che le nostre mani costruiscono, tutte le parole che escono dalla nostra bocca. Ma soprattutto le mani che coprono una ferita, le parole che per-donano, accompagnati da orecchie silenziose e occhi compassionevoli. Gesti rivolti all’altro senza prima pensare a se, che nutrono e si auto-nutrono. Gesti che possono essere diretti anche a noi stessi, la mano sulla pancia, un auto-sorriso. Quando abbraccio mio figlio, lo faccio per lui o per me? E lui dà o prende l’abbraccio? Il dare e ricevere sono fortemente interconnessi. La guarigione ha luogo in una relazione che va oltre un contratto di lavoro o un rapporto sociale. Momenti di guarigione ci ricordano perché esistiamo.

Il dono del tocco lo abbiamo tutti, ma non tutti lo sviluppiamo. Più colleghi incontro, più mi rendo conto che proprio noi che siamo dotati di un tocco che piace agli altri abbiamo in comune che, a noi, il tocco, in qualche momento importante nella vita, è mancato o che siamo stati feriti in modo importante a livello fisico, emozionale o spirituale. Il toccare gli altri è diventato un modo per affrontare il nostro debito di tocco, di trasformare le nostre ferite in un dono per gli altri. Siamo noi che abbiamo incorporato la certezza che con il tocco si può donare e guarire così tanto.

Nel lavoro corporeo possono succedere delle cose bellissime. Secondo me le parole chiave sono pazienza e relazione. Il cliente viene per un motivo ed è da lì che si parte. Io stesso ho iniziato a scoprire e trasformare il trauma della mia nascita solo a 50 anni, dopo anni che facevo e ricevevo lavoro corporeo. Nel frattempo avevo colmato ampiamente il mio bisogno di essere toccato in profondità, senza però arrivare alla radice.
Altri traumi fisici da incidenti, cadute sul coccige, ecc. sono stati tra i primi ad essere risolti. Le cose più importanti vengono in superficie quando gli strati superficiali lo permettono e quando è il loro momento, ma ci vuole una concomitanza di fattori. Ci vogliono anche le persone giuste, il tempo disponibile, il contesto giusto. Per entrambi. E più si va in profondità, più felici diventiamo, più cresciamo.
C’è un mare di possibilità tra il tocco che è cerotto e il tocco che apre il vaso di Pandora. Ma molto dipende dai confini che entrambi pongono, dalle intenzioni che entrambi portano e dall’ascolto attento.

Non c’è nulla di male volere il tocco per sentirsi meglio. Diventa più interessante il tocco che fa scomparire i nostri sintomi cronici affrontando problemi strutturali come nel Rolfing®. E’ fenomenale capire attraverso il tocco chi sono. A tutti i livelli può esserci gratificazione, confronto e trasformazione.

Il cammino del tocco

E poi? Poi il tocco rischia di diventare una missione. Perché sono guarito? A che scopo? La risposta è una ricerca spirituale, un cammino umile con nuovi alti e nuovi bassi. Scoprendo nuovi punti di vista che aiutano a sentire e vivere cose nuove. Ma va sempre bene iniziare con i piedi per terra. Come diceva dott. Ida Rolf:

‘Non puoi liberarti dal corpo finché non liberi il corpo’.

Il dono del tocco nasce dal bisogno di essere toccato e può essere raffinato grazie alla maturazione nel tempo, all’apertura all’ascolto dell’altro e grazie all’esperienza delle proprie ferite che ci stimolano una ricerca del tocco adatto per noi. Così sappiamo che il tocco per la persona che riceve è altrettanto una ricerca. Ricerca vuol’ dire apertura, quindi ascolto, quindi amore. Parola grande, ma è la forza che muove l’universo. L’universo fuori da noi e l’universo che abbiamo dentro.

Marcel Teeuw

 www.marcelteeuw.it