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Gli eventi del 2020 hanno costretto tutti noi a rivedere il senso di alcune parole utilizzate, a volte, con incuria; una di queste è “Resistenza”. Ivano Dionigi ci avverte del rischio di scambiare le parole con vocaboli (parole inanimate) e di confondere la parola con il mezzo di comunicazione. La parola è materia prima, come carbone e ferro, la parola è corposa, consistente, tangibile e ci appartiene. La parola dovrebbe essere usata con cura e con la stessa cura, dovrebbe essere ascoltata. Nella prefazione del testo di Dionigi Gianfranco Ravasi scrive: ”Ci sono voci che, resistendo al tempo, aiutano ad alimentare una nuova speranza nonostante la crisi.  (Dionigi, 2021)

Se cerchiamo la definizione di resistenti in Treccani scopriamo la sua complessità: può riferirsi a un’azione momentanea o a una capacità duratura, alle fatiche, agli strapazzi, ad un oggetto o materiale che non si deteriora facilmente nell’uso, alla forza in fisica, che si oppone al moto, ad un ostacolato passaggio di calore o di elettricità, ad un materiale che sopporta sollecitazioni, ad un elemento che sopporta gli sforzi interni indotti dalla sollecitazione esterna, a piante che hanno la capacità ereditaria di non contrarre malattie, a chi partecipa ad un movimento di resistenza come combattente, in biologia a microrganismi che resistono all’azione di farmaci o preparati chimici.

Resistenza quindi può essere declinata in vari contesti ma, nel pensiero comune, prima di quell’anno (2020) la parola resistenza evocava in primis memorie legate a storie partigiane oppure caratteristiche elettriche. Dante ha scritto: “considerate la vostra semenza: fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.” Nella storia dell’umanità ci sono sempre stati dei momenti in cui qualcuno ha resistito: uomo, donna, vecchio, bambino, ricco, povero. Duccio Demetrio nel suo: “All’antica” scrive: essere all’antica non dovrebbe nemmeno costituire, tranne in situazioni in cui venissero minacciati i diritti fondamentali, un atteggiamento di carattere resistenziale avventato e Laura Cavana commentando i capisaldi della pedagogia di Vanna Iori, ci parla di “sguardi ricorsivi, cioè sguardi che hanno resistito nel tempo” (Cavana 2020). Demetrio e Cavana ci aprono uno sguardo su una resistenza costruita sull’esperienza, un’esperienza di vita, come a dire che la vita insegna, ritornando a quel “conoscenza” dantesco. Dante usa anche “semenza”: il seme, l’origine, le radici, quanto allora la storia personale, della famiglia, del paese dove siamo nati, ci aiuta a diventare resistenti? Zygmunt Bauman nel suo “Retrotopia” (2017) invita a iterare gli aspetti veri o presunti del passato che, pur avendo dato buoni risultati, sarebbero stati inopportunamente abbandonati o irresponsabilmente mandati in rovina”. Anche se in questo testo postumo Bauman ha un atteggiamento pessimistico nel nostro tempo ci sollecita comunque una riflessione su ciò che Demetrio ha chiamato antico.

Concita de Gregorio nel suo “Esercizi di resistenza al dolore” (pag. 67) ci mostra una resistenza ancora diversa “… e allora Orfeo poté riportare sulla terra Euridice ma con una sola raccomandazione, una condizione: non avrebbe dovuto voltarsi a guardarla finché non fossero arrivati. Proibito: una regola. Però ecco, guarda, proprio quando sono sul punto di arrivare Orfeo non riesce a RESISTERE e si volta a guardarla. Non riesce a resistere. Nemmeno lui. Che sia l’amore o la paura o il desiderio o la rabbia che ti acceca e perché ti succeda tutto questo importa, si, ma non importa più tanto quando l’esito è uno solo: non riesci a resistere, è finita. Ecco, la chiave è tutta qui.”

Nell’antichità si usavano le storie per parlare dei grandi temi della vita. Simone Weil per approfondire la sua idea di resistenza scrive di Antigone, Elettra e Filottete. Antigone: “essere coraggioso e fiero, che lotta da solo contro una situazione intollerabilmente dolorosa; è piegato dalla solitudine, dalla miseria, dall’umiliazione e dall’ingiustizia; alle volte il suo coraggio si spezza ma tiene duro e non si lascia mai abbattere dalla sventura” (Weil S., 2020). Elettra: “Hanno fatto di tutto per domarla, per costringerla a piegarsi davanti a loro…, hanno tentato di soggiogarla con la miseria e le umiliazioni. La picchiano… deve subire tutto…. Eppure non cede. Certo, obbedisce agli ordini, lavora, tace. Non può fare altrimenti. Non le è consentito neppure piangere… Ma pur obbedendo per forza, in fondo al cuore non si sottomette mai. E lo lascia vedere. (ib. Pag.94). Filottete: “il dramma dell’abbandono. Un uomo è stato abbandonato con deliberato proposito da altri uomini… giorno dopo giorno è arrivato, con sforzi sovraumani, a non patire il freddo, la fame e la sete.” (ib. Pag. 109) Tre personaggi che in modo diverso mostrano un atteggiamento resistente.

Oggi la parola resistere ci si è spalmata sul corpo, la sentiamo ripetere insieme a frasi come “andrà tutto bene”, “aspettiamo il vaccino”, “arriverà un’ondata”, ma quanti di noi oggi “sanno” cosa è la loro capacità di resistere? Nel mondo dello sport è chiaro che l’allenamento quotidiano sostiene l’apprendimento di comportamenti che sono acquisiti non innati. (Trabucchi, 2014)

Nella nostra quotidianità cerchiamo strategie, nella mente, nel corpo, nelle relazioni, che ci supportino durante un periodo che nessuno avrebbe immaginato si prolungasse così a lungo. Molti di noi forse per la prima volta, si sono trovati costretti dentro regole di “contenzione” impensate, altri invece hanno dovuto affrontare la paura dell’ignoto, l’incertezza per un futuro prossimo. Abbiamo tutti dovuto limitare i nostri orizzonti ad un domani incerto rinnegando un dopodomani ancora troppo confuso, qualcuno si è rannicchiato nel passato. Le incertezze in alcuni hanno sciolto la rabbia, annegato l’indignazione, in altri, invece l’hanno attizzata, infuocata, portando a obnubilamento i primi e violenza i secondi. Esquirol considera la resistenza una “profonda pulsione umana… una fortezza che possiamo dimostrare nell’affrontare i processi di disintegrazione e corrosione provenienti dall’ambiente circostante e persino da noi stessi” (Esquirol, 2018) .

La domanda che mi sono posta, in tutto questo scenario è stata: “chi sono i resistenti?”. Le riflessioni emerse da queste domande mi hanno sollecitato il confronto con altri professionisti, esperti delle varie dimensioni dell’umano quella chimica, biologica, del pensiero, persone use a considerare l’umano nella sua interezza collocato in un ambiente di vita che dovrebbe essere a lui consono. Da questi confronti ho compreso che “si è” resistenti non “ci si comporta” come resistenti a sostegno di quella “resistenza intima” declinata da Esquirol. Abbiamo, è vero una resistenza immunologica, ma sembra non essere bastante al superamento delle avversità, serve anche altro poiché resistente non è solo colui che guarisce dalla malattia ma è colui che sa andare oltre le difficoltà, che ha strumenti nelle sue bisacce, strumenti che si è costruito da solo o di cui ha appreso le tecniche di costruzione e d’uso da abili maestri; resistente è colui che sa aver cura di sé, poiché ha imparato a conoscere il proprio corpo, allenandolo nella forma e coltivando interessi per aumentare le proprie conoscenze. Resistente è anche colui che sa stare all’interno della propria comunità creando alleanze costruttive, che ha progetti ma non teme di allontanarsene nel momento in cui comprende non essere realizzabili. Resistente è chi ha compreso le regole della fiducia, sa fare buon uso della gratitudine ed ha il coraggio della speranza. Resistente è chi ama la vita anche quando sa essere di breve durata. Resistente è colui che ha imparato dalla vita, che conosce i suoi limiti ma di cui non fa muro. Il resistente è in grado di compiere quel gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, quel gesto ha un nome specifico “resalio”, ecco come il resistente apprende la resilienza.

Come, quindi, prepararsi alla resistenza? E’ possibile una educazione alla resistenza? Senza far diventare resistenza una materia di studio teorico ma, allenandone la pratica in tutte le su sfaccettature, quelle che incontriamo nella nostra quotidianità dalla resistenza: al cibo, all’indolenza, alla fatica, al dolore, poiché la vita va vissuta con consapevolezza, sempre. Le neuroscienze ci vengono in aiuto: nel 2001 i neuroscienziati Wellmann, Cross e Watson con “Theory of Mind” (ToM) hanno definito l’abilità di comprendere gli stati mentali nostri e degli altri (ToM cognitiva) ed anche le credenze, i desideri, i pensieri, le intenzioni ed i sentimenti (ToM affettiva) e, nel 2013 D. C. Kidd ed E. Castano, due psicologi cognitivisti, pubblicano un articolo intitolato “Reading literary fiction improves Theory of Mind” nella rivista Science dimostrando che la lettura di narrativa letteraria ha portato a prestazioni migliori sia in ToM affettiva che cognitiva, aumentando quindi i livelli di empatia intesa come capacità di identificare quello che qualcun altro sta provando e di rispondere con un’emozione corrispondente. La narrazione è funzionale all’uomo, ognuno di noi ha un archivio in ippocampo, lì ci sono tutti nostri ricordi, plausibili implausibili, finzionali e reali. I ricordi prima di arrivare in ippocampo passano per l’amigdala che li tinge dando loro caratteristiche emotive. I racconti ci permettono, attraverso questi meccanismi, di vivere la vita degli altri, di tutti gli altri, di entrare in empatia. Le narrazioni quindi sono strumenti, utensili, di grande rilievo, per poter migliorare la percezione sociale, rendere più affinata la nostra intelligenza emotiva, come ci hanno dimostrato i cognitivisti, ma anche la condizione corporea, come Paul Zak nel suo “La molecola della fiducia” (2015), ha dimostrato che l’ossitocina aumenta dopo una narrazione o story telling. L’ossitocina è anche chiamata ormone del senso morale e dell’empatia, incrementa, quindi, anche la coesione sociale. Con gli studi di Zak abbiamo la dimostrazione che anche la nostra configurazione corporea biologica cambia quando siamo di fronte ad una narrazione.

Non posso che concludere con le parole di Luigina Mortari che commenta l’opera di Maria Zambrano: “Nella cultura spagnola la filosofia non risponde all’ansia di sapere, ma al bisogno inaggirabile di trovare un modo giusto e buono per affrontare le vicissitudini della via, per sostenere il nostro esserci destinalmente arrischiato”. (L. Mortari, Maria Zambrano. Ed. Feltrinelli, 2019. Pag.17). A mio avviso questo può essere raggiunto attraverso un sistema educativo che, oltre allo svolgimento dei programmi base, accolga le nuove conoscenze delle neuroscienze educando alla narratività per, come ben dice Morin, “insegnare a vivere” (E. Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione. ED. Raffaello Cortina 2015).

Marisa Del Ben

Cover by Yinkai Li

Bibliografia

Cavana L., “Aver cura dell’esistenza”, Ed Franco Angeli pag. 33, 2020

Demetrio D., “All’antica”, ed. Raffaello Cortina pag. 21, 2020

Dionigi I., “Parole che allungano la vita”. Ed. Raffaello Cortina 2021

Esquirol J.M., “La resistenza intima”, Ed. Vita e pensiero, pag. 10, 2018

Trabucchi T., “Tecniche di resistenza interiore”. Ed. Mondadori, Pag.15, 2014

Weil S., “Filosofia della resistenza”. Ed Il melangolo pag.80, 2020