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Viviamo in un mondo che grida pace, mentre il conflitto infuria tra nazioni, comunità e dentro le nostre stesse famiglie. Sembra che come non mai il senso di separazione sia radicato nel nostro mondo.

Come ricercatori spirituali non possiamo ignorare tutto questo, ma abbiamo il dovere in un certo senso di comprendere dove quella sofferenza che vediamo intorno a noi ci tocca e come.

La responsabilità del mondo di cui facciamo esperienza è il primo passo verso una vita davvero consapevole.

Chiedere pace, senza poterla offrire non è qualcosa che un vero ricercatore può ignorare. Non possiamo pretendere pace, quando noi non siamo in pace.

La vera pace non arriva alla fine di un conflitto in cui due parti si mettono d’accordo.

La vera pace è già sempre presente come lo sfondo dell’esistenza stessa, in quella consapevolezza che riposa dietro la mente e le sue storie.

La vera pace è quel Silenzio immobile che impersonalmente testimonia ogni cosa in noi e nel mondo.

Possiamo cercare di portare pace nel mondo attraverso molte azioni e con le nostre migliori intenzioni tentare di porre fine a conflitti e tensioni.

Ovviamente in questi tentativi non c’è nulla di male, anzi, sono un cercare in modo nobile di lenire quelle ferite che vediamo nel mondo e che bruciano in noi.

Quando però cercheremo di mettere insieme quelle parti divise senza cogliere che sono la manifestazione esteriore di una spaccatura che accade nella Coscienza i nostri tentativi non avranno mai un successo completo.

Agire dall’idea che quella tensione sia qualcosa di esterno a noi, di separato, porterà con se’ quella divisione che a un certo punto emergerà di nuovo, o ancora nella stessa situazione o in un’altra simile.

Se mancheremo di cogliere che quel conflitto non è in realtà qualcosa che esiste al di là di noi, ma è una cosa sola con la nostra Coscienza, allora la divisione tornerà ad emergere fino a che non verrà guarita nell’unico luogo dove davvero accade, nella Coscienza stessa.

Ecco che quindi qualunque azione intraprendiamo dall’idea di separazione, inevitabilmente avrà come conseguenza altra separazione e non vera unità.

È molto difficile per una mente ancora immersa nella divisione comprendere che essere uno non è una cosa che dobbiamo realizzare nel mondo, ma è qualcosa che è già vero nella nostra più profonda essenza.

Noi siamo già una sola Coscienza con tutto ciò che esiste. Realizzando la nostra vera natura, come conseguenza, ogni nostra azione porterà con se’ questa vibrazione.

Quell’essere uno non sarà allora qualcosa che cercheremo di realizzare, ma il nostro punto di partenza.

Quando tentiamo  di creare pace mettendo insieme due punti di vista separati, dovremo sempre creare un compromesso in cui entrambe le parti sentiranno che qualcosa viene a mancare.

Come una coperta troppo corta che ci fa sentire freddo alle spalle o ai piedi, quella pace non sembrerà essere mai sufficiente.

Quando invece la realizzazione dell’unità di ogni cosa è il nostro punto di partenza, allora guarderemo quella tensione o conflitto che appaiono esternamente come il riflesso di una dinamica o di un conflitto interiori.

Ecco che da questo punto di vista, che si fonda sulla realtà del nostro essere, potremo davvero portare pace nel mondo.

Come possiamo creare una realtà di pace se i nostri presupposti non si fondano in essa, ma nella separazione, nell’ignorare la nostra vera natura?

Interessante notare come la parola pace venga dal latino pax, che ha la sua radice sanscrita in pak o pag, mettere insieme più parti o riunire. La parola shanti, sempre sanscrita, e che viene dall’antica cultura vedica, parla di una pace profonda di corpo, anima, mente.

Pronunciando la parola pace o la parola shanti sentiremmo immediatamente come l’effetto di queste due parole sia molto diverso.

Il sanscrito come altri lingue antiche come l’aramaico, ha in se’ la capacità di farci sperimentare non solo il significato concettuale di quello che viene espresso, ma anche la sua percezione diretta.

La vibrazione shanti parla di una pace interiore dove nulla è mai separato. Shanti è la vera pace del nostro essere, che non ha bisogno di essere raggiunta ma solo realizzata perché è già presente dietro ad ogni esperienza.

Ed è questa vera pace quella a cui dobbiamo aspirare e che possiamo poi incarnare a nostra volta e portare nel mondo.

Una pace interiore, shanti, che non guarda due parti in conflitto come due cose separate, ma come un solo essere che esprime una sofferenza unica.

Da questa vera pace possiamo sentire una compassione profonda e sperimentare una autentica guarigione in noi stessi e nel mondo interno a noi.

Compassione non significa compatire qualcuno per la sua condizione, ma realizzare che la sofferenza di qualunque essere umano ha profondamente a che vedere con noi.

La sofferenza di ogni essere umano diventa la sofferenza di un solo essere in più forme, di una sola Coscienza che sta cercando di imparare da se stessa la sua profonda unità.

Questo è il senso di amore e unità che possiamo manifestare nella nostra vita. Non possiamo chiedere al mondo di essere in pace, quando noi stessi viviamo in un costante conflitto.

Abbiamo bisogno di sperimentare questa pace in noi e la meditazione è la chiave di tutto questo.

Meditazione non come azione, ma come modo di essere, come postura interiore costante di presenza alla Consapevolezza del nostro essere.

Quando guardiamo il mondo e i suoi conflitti potremmo sentire un dolore profondo per le tante divisioni che accadono.

Ecco che abbiamo l’opportunità di prendere quel dolore nel nostro cuore e meditarlo. Invece che puntare il dito verso una realtà che nasce dalla nostra stessa Coscienza, possiamo cogliere l’opportunità di quel conflitto per realizzare quelle parti di noi ancora divise.

Possiamo letteralmente meditare il nostro mondo, trasformandolo.

Om shanti shanti shanti.

Shakti Caterina Maggi

shakticaterinamaggi.it

Photo by Goutham Krishna