Dal 25 Maggio di quest’anno, giorno in cui  negli Stati Uniti l’ennesimo assassinio di una persona afroamericana da parte della polizia ha avuto in sorte di essere filmato in diretta e trasmesso in tutto il mondo, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada nonostante il lockdown, mostrando il loro rifiuto al razzismo e ad ogni tipo di oppressione.

Se le mobilitazioni e le azioni individuali e collettive possono generare consapevolezza e trasformazione, il linguaggio permette di disegnare nuovi immaginari, comprendere vissuti, esprimere emozioni e condividere sogni. “White supremacy”,  “cultural competence” o “B.I.P.O.C.” possono sembrare semplici parole o acronimi anglosassoni estranei alla cultura europea, ma mai come in questi giorni sono al centro di riflessioni, confronti, sperimentazioni volte a risignificare la realtà e liberarla dall’ignoranza del passato…  Al di là dell’oceano…

Dalla vecchia Europa, apparentemente impermeabile ai venti di trasformazione che soffiano altrove, diamo spazio alla voce di Andrea Staid, antropologo e docente della NABA di Milano autore dell’ e-book “Dis-integrati“, che da mesi condivide i suoi insegnamenti anche in rete, portando una visione critica e stimolante rispetto alle origini dei fenomeni di migrazione che rendono il Mediterraneo oggi, una immensa tomba a cielo aperto.

“In questa breve lezione cerchiamo di capire l’importanza di un approccio post coloniale non solo da un punto di vista teorico ma anche per analizzare il presente, per questo nel video si parla di come nel dibattito politico di questi giorni il modo con cui si sta affrontando il discorso sulla sanatoria per i migranti è ancora del tutto coloniale, “vi regolarizziamo, per poco e solo perché ci servite….”

Poi si affrontano dei temi importanti per il pensiero post coloniale come:

-l’urgenza di una decostruzione delle “grandi narrazioni”, di un’unica verità, di un’unica storia che sarebbe quella occidentale.

-una critica dei modelli eurocentrici di modernità, progresso e sviluppo

-l’importanza di pensare a nuove ipotesi interpretative dettate dal soggettivismo decostruzionista”