L’uomo è un essere sociale non economico. (Aristotele)

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è mai stata interiorizzata tanto quanto lo è ai giorni nostri. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”. Guerre, conquiste e schiavitù hanno avuto un ruolo centrale nel trasformare le economie umane in economie di mercato[1].

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma semplicemente perché l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sé della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Con la formazione degli stati moderni gli amministratori del capitalismo finanziario cominciarono a far diventare gli esseri umani la materia prima di una macchina sociale che era necessaria per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi delle popolazioni delle società senza Stato fu distrutto; non perché queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate” come ci vogliono far credere, ma perché dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, o quello dei terreni comuni furono aboliti[2].

Sterminio di bufali nelle Americhe del Nord

Cerchiamo ora, sempre grazie alle ricerche etnografiche, di indagare come viene gestita l’economia nelle società senza Stato. È doveroso rilevare che le società senza Stato sopravvissute all’avanzata della “civilizzazione” non possono essere considerate società immobili, bensì sono culture in transito che attraverso l’incontro e lo scontro con la società occidentale hanno adattato, modificato e ibridato i loro modi diversi di organizzarsi in comunità.

Queste società, lungi dall’esprimere esclusivamente fissità e ripetizione, si trovano inserite nel flusso della storia e nei vortici dei mutamenti. Sono gli incontri fra differenti culture, le migrazioni e le trasformazioni storiche a modellare performance culturali che, al pari delle società, non sono mai prodotti immutabili, ma vengono piuttosto a trovarsi in cantieri sempre aperti e in transiti mai completamente compiuti[3].

Mi sembra qui opportuno sfatare il mito che nelle “società primitive” vige un’economia di sussistenza che a fatica riesce ad assicurare il minimo necessario per garantire la sopravvivenza della società. Troppo spesso si parla in testi accademici di una fantomatica economia di sopravvivenza che impedisce un accumulo di scorte tali da garantire, anche solo a breve termine, la sopravvivenza del gruppo, un’immagine di un fantomatico “selvaggio” come un uomo sopraffatto e dominato dalla natura, minacciato dalla carestia e perennemente dominato dall’angoscia di procurare a sé e ai propri figli i mezzi per sopravvivere. A partire dai lavori sul campo che studiano gli australiani aborigeni della terra di Arnhem e i Boscimani del Kalahari, Marshall Sahlins nel suo L’economia dell’età della pietra[4], procede a una rigorosa quantificazione dei tempi di lavoro nelle società primitive. Ne emerge che lontano dal trascorrere le loro giornate in una febbrile attività di raccolta e caccia, questi “selvaggi” dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di cinque ore al giorno, il più delle volte non più di tre o quattro. Una produzione interrotta da frequenti riposi, in cui il tempo lavorativo quotidiano non coinvolge quasi mai la totalità del gruppo e dove l’apporto di bambini e giovani all’attività economica è quasi nullo.

Gli studi etnologici e le ricerche sul campo condotte da decine di antropologi nel XX secolo su cacciatori e raccoglitori, specialmente quelli che vivono in ambienti marginali, indicano una media di tre-cinque ore giornaliere di produzione alimentare per lavoratore adulto. I cacciatori si attengono a un orario di lavoro notevolmente inferiore a quello dei moderni lavoratori dell’industria (sindacalizzati), che sarebbero ben felici di una settimana lavorativa di ventuno-trentacinque ore. Tra gli Hanunoo delle Filippine, ad esempio, le donne e gli uomini dedicano in media 1.200 ore annue alla coltura itinerante, cioè una media di tre ore e venti minuti al giorno[5].

È un vero e proprio mito quello del “selvaggio” condannato a un’esistenza quasi animale. Dall’analisi di Marshall Shalins emerge infatti che l’economia dei primitivi  non risulta come un’economia della miseria, ma al contrario le società primitive sono le prime vere società dell’abbondanza. È la società occidentale contemporanea quella delle carestie e della povertà diffusa su larga scala; da un terzo a metà dell’umanità, si dice, si corica ogni sera affamata. Nella vecchia Età della pietra, la percentuale deve essere stata molto inferiore. La nostra è l’epoca della fame senza precedenti. Oggigiorno, nell’era delle massime conquiste tecniche, la carestia è un’istituzione[6].

Secondo Pierre Clastres la società “primitiva” è una struttura che funziona sempre al di sotto delle proprie possibilità, e che potrebbe, se lo volesse, produrre rapidamente un surplus. Se questo non accade, è perché le società primitive non lo vogliono. Australiani e Boscimani, un popolo quest’ultimo che vive nel Kalahari (tra Sudafrica, Namibia e Botswana), raggiunto l’obiettivo alimentare che si erano proposti, cessano di cacciare e raccogliere, poiché sanno che le scorte di riserve alimentari sono inglobate in permanenza dalla natura. Sempre Marshall Sahlins demistifica nel suo testo quel pensiero che assume il produttivismo contemporaneo a misura di tutte le cose. Nelle società primitive, al contrario, il processo lavorativo è sensibile a interferenze di vario tipo, soggetto a interrompersi a beneficio di altre attività importanti come un rituale propiziatorio o frivole come il riposo. La tradizionale giornata lavorativa è spesso breve e se si protrae più del previsto, subisce frequenti interruzioni.

Abbiamo la dimostrazione che, se l’uomo primitivo, è alieno allo spirito imprenditoriale e alle logiche del lavoro salariato, è perché la categoria profitto non lo interessa: se non reinveste, non è perché ignora il fatto, ma perché non rientra tra gli obiettivi che persegue.

Nelle comunità nomadi, ma anche in quelle sedentarie, dagli amerindiani alle tribù della Melanesia si cerca di produrre il minimo necessario a soddisfare tutti i bisogni, una tipologia di lavoro ostile alla formazione di un surplus, una struttura che impedisce che una parte della produzione ricada all’esterno dell’ambito territoriale controllato direttamente dal gruppo produttore. A differenza delle società statali occidentali in queste società non si vive per produrre, ma si produce per vivere, il modo di produzione domestico delle società primitive è produzione per il consumo, nel cui svolgersi si pone un costante freno all’accumulo di surplus e si tende a mantenere il complesso degli immobilizzi a un livello relativamente basso[7]. Se la produzione è esattamente commisurata ai bisogni immediati della famiglia, la legge che governa il sistema contiene un principio anti-surplus, adeguato alla produzione per la sussistenza non legata a una retribuzione. Superata la produzione necessaria si tende dunque all’arresto del lavoro-produzione.

Il fatto etnograficamente documentato è che le economie primitive sono sotto-produttive, che solo una parte della collettività lavora, su tempi brevi e a bassa intensità, imponendo così di fatto che le società primitive siano società dell’abbondanza.

Pierre Clastres nel suo Archeologia della violenza afferma che le società “primitive” sono società “contro l’economia” intendendo con questo che la società primitiva assegna alla produzione un compito ben preciso e determinato, impedendole di andare oltre:

Là dove così non è, l’economia si sottrae al controllo della società, la disgrega introducendo la separazione tra ricchi e poveri: l’alienazione degli uni dagli altri. Stiamo parlando di società senza economia o meglio: società contro l’economia[8].

Nelle “società contro l’economia” non solo le forze produttive non tendono a svilupparsi autonomamente, ma nel modo di produrre è deliberatamente affermata una volontà esplicita di sottoproduzione.

Nelle società “primitive” è ormai chiaro che non poteva esistere un concetto di lavoro con il significato che oggi si dà a questo termine: l’attività di produzione coincideva del tutto con quella di riproduzione dell’individuo e della specie ed il tempo di lavoro era quindi immediatamente tempo di vita. Il numero degli uomini su di un territorio era regolato da un equilibrio naturale, perciò essi disponevano dell’occorrente secondo i bisogni di quel tipo di società.

“Noi” occidentali, capitalisti, non riusciamo a concepire la preistoria umana come un’era di abbondanza e, confrontando il nostro modello di vita con quello di esseri ritenuti poco più che bestie, ci è utile vederli come abbrutiti dalla privazione, dediti alla ricerca continua di che sfamarsi.

Ovviamente l’uomo primitivo non aveva la nostra percezione del tempo. Alcune decine di millenni più vicino a noi, anche gli uomini delle società pre-classiche, già arrivate ad un alto grado di urbanizzazione e di suddivisione in gerarchie sociali, non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro, per loro infatti non aveva nessun senso né la parola “lavoro” nell’accezione moderna, né tanto meno la frase “tempo libero”. In seguito, in una società ormai divisa in classi e basata sullo sfruttamento di masse di schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali in genere, tant’è vero che in greco (ponos) e in latino (labor) il termine che oggi traduciamo con “lavoro” significava semplicemente sforzo, fatica, pena, sofferenza.

Esistono molti esempi etnograficamente interessanti per capire il tempo del lavoro nelle culture “altre”, per esempio i Tikopia abitanti delle isole melanesiane hanno una concezione del lavoro molto diversa dalla nostra:

[…] seguiamo un gruppo di lavoratori Tikopia che escono da casa in una bella mattinata diretti ai campi. Vanno a scavare radici di curcuma, perché è agosto, la stagione in cui si prepara questa pregiata tintura sacra. Il gruppo parte dal villaggio di Matautu, costeggia la spiaggia in direzione di Rofaea e poi penetrando all’interno, comincia a risalire il sentiero […] Il gruppo è formato da Pa Nukunefu e sua moglie, la loro figlioletta, e tre ragazze più grandi. […] Il lavoro è semplicissimo Pa Nukunefu e le donne si dividono equamente il lavoro; lui si occupa della maggior parte del lavoro di rimozione della vegetazione e di scavo, loro di parte dello scavo e della piantagione e di quasi tutta la pulitura e la cernita… il lavoro è lento. Di tanto in tanto i membri del gruppo si ritirano in disparte a riposare e a masticare betel […]. L’intera atmosfera è di lavoro inframmezzato a svago a volontà[9].

Altro interessante esempio di gestione del lavoro lo danno gli abitanti Kapauku della Nuova Guinea:

Avendo i Kapauku una concezione equilibrata della vita, pensano di dover lavorare soltanto a giorni alterni. Una giornata di lavoro è seguita da una di riposo allo scopo di riacquistare la forza e la salute perdute. Questo monotono alternarsi di lavoro e svago è reso più piacevole dall’inserimento nel loro calendario di periodi di vacanze più lunghi, trascorsi danzando, facendo visite, pescando o cacciando. Di conseguenza, generalmente si notano soltanto alcune persone avviarsi verso gli orti, le altre si prendono il loro giorno di riposo[10].

Elizabeth Marshall Thomas scrive che il Boscimane non possedeva nulla e regalava tutto ciò che gli passava per le mani[11]. Nella vita del primitivo è prassi regalare, “dare via”, e questo vale per ogni bene. Nella vita sociale degli Hazda o Hadzabe’e, (un gruppo etnico della Tanzania che vive attorno al lago Eyasi) la carne viene divisa fra tutte le persone di un accampamento indipendentemente dalle relazioni di parentela. Non si tratta di un sistema basato sullo scambio e la reciprocità del tipo: ti do della carne oggi, per poterla poi richiedere domani. Sono pochi i cacciatori di successo in una comunità, eppure anche coloro che non abbattono mai grosse prede, e perciò non procurano mai carne, hanno diritto alla spartizione di qualsiasi tipo di cacciagione che arrivi all’accampamento. Il desiderio di dare qualcosa a qualcuno non richiede necessariamente reciprocità, nella vita degli individui delle società primitive l’enfasi è posta sulla spartizione piuttosto che sullo scambio[12].

L’Andamane[13] che sia pigro o indifeso riceve comunque del cibo, nonostante l’eventualità o la certezza di una mancata contropartita, lo confermano nei loro scritti sia Radcliffe Brown che Edward H. Man. Fra gli Arunta (gruppo di tribù australiane stanziato nella regione a Nord Ovest  dei monti Macdonnel), nella stagione magra, ognuno spartiva le provviste disponibili, a prescindere dalle normali considerazioni di generazione, sesso e status parentale.

2.1 Inuit e Irochesi.

Gli Inuit[14] sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik: il termine “eschimesi” fu usato dai nativi americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Il nome che gli Inuit usano per definirsi significa, invece, semplicemente “umanità”.

Gli Inuit sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia, luoghi che il clima naturale rende difficilmente abitabili dall’essere umano. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove vi è perennemente uno strato di permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva.

Anche se alcuni gruppi vivono su fiumi pescosi ed altri cacciano caribù nelle zone interne, gli Inuit vivono tradizionalmente della caccia di mammiferi marini (foche, trichechi e balene), e la struttura e l’etica della loro cultura si sono sempre rivolte al mare. La capacità degli Inuit di adattamento a un ambiente freddo e difficile è legata alla loro particolare abilità nel costruire attrezzi e altri utili accorgimenti da ogni tipo di materiale.

Gli Inuit sono vestiti di pelli, utilizzano arpioni d’avorio o di corno, con lame di pietra, i pattini dello loro slitte sono fatti all’occorrenza con strisce di carne gelata, tutti questi sono piccoli esempi dell’adattamento indigeno ai materiali naturali.

Nei periodi di caccia si spostano per molti chilometri, per questo costruiscono gli iglù come riparo di emergenza. Per spostarsi sulla neve usano slitte trainate dai cani, anche se oggi l’incontro con l’occidente e soprattutto con il motore a scoppio ha sostituito le vecchie slitte in legno con le motoslitte che sempre più stanno rimpiazzando il tradizionale modo di viaggiare. Ancora oggi però usano materiali naturali per la caccia: arpioni d’avorio o di corno e lame di pietra.

Centrale per la mia analisi del potere e del lavoro è la loro organizzazione della società che si basa sostanzialmente sulla solidarietà fra villaggi; la proprietà è, per la maggior parte, collettiva, e la famiglia in genere è poco numerosa. Questa solidarietà, questo mutuo appoggio all’interno della comunità è veramente molto forte tanto che nella vita degli eschimesi, in periodi di penuria di cibo, era il cacciatore fortunato e la sua famiglia a patire i morsi della fame, perché generoso com’era regalava tutto ciò che gli passava per le mani[15]. La generosità era la regola più seguita tra i cacciatori nelle società senza Stato e anche queste popolazioni dei ghiacci ne facevano una norma fondamentale, lavorare per sostenere la comunità non per produrre un surplus o per ricevere un salario. Un’economia che non produce disuguaglianze ma che promuove una società di eguali.

Gli Inuit hanno una loro religione che si basa sulla credenza che molti animali e fenomeni naturali abbiano un’anima o uno spirito. La principale personalità religiosa è lo sciamano, spesso di sesso femminile, che durante le cerimonie può cadere in trance grazie all’ausilio del suono del tamburo. In questo stato, lo sciamano, sarebbe in grado di contattare l’aldilà popolato dalla dea-tricheco Sedna per porgerle le istanze della sua gente e prevedere il futuro. Le storie che venivano narrate dallo sciamano erano sempre storie di condivisione e mutuo appoggio comunitario, quantomeno fino all’avanzata dell’occidente.

Quali sono i popoli indigeni dell’Artico?  Principalmente gli Inuit che ancora oggi popolano le costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale, della Groenlandia e della punta nord orientale della Siberia, quel popolo che spesso riconosciamo con il nome di Eschimesi. Gli Yupik che vivono sulle coste dell’Alaska occidentale, nel delta del Yukon-Kuskokwim e lungo il fiume Kuskokwim, nell’Alaska meridionale, nell’estremo oriente russo e nell’isola di San Lorenzo, anche loro spesso vengono confusi con gli Eschimesi. Ci sono gli Aleuti delle Isole Aleutine tra Alaska e Russia, i Jakuti che vivevano principalmente tra quella che oggi si chiama Repubblica Sacha o Jakutija nell’immensa e desolata Siberia, e poi ci sono i Komi e i Nency sempre inclusi in territorio Russo dalla Baia dell’Esej a est fino alla penisola di Kanin a ovest, e ancora i Tungusi tra Siberia, Mongolia e Cina settentrionale e i Sami conosciuti anche come Lapponi che vivono in un territorio che si estende dalla penisola di Kola fino alla Norvegia centrale.

Donne e uomini che abitano l’estremo nord della terra che, anche se poco ricordato, hanno conosciuto come per i popoli del Sud del mondo una lunga fase storica di colonialismo e post colonialismo, capitalismo e proletariato, sfruttamento delle risorse e disastro ecologico. Queste popolazioni indigene sono convinto che possano giocare un ruolo cruciale nella riflessione sul dibattito post-coloniale.

L’avanzare della “nostra” società Occidentale è stata una tragedia che si è manifestata anche con la scolarizzazione forzata per gli indigeni e della conseguente perdita della lingua nativa, con l’obbligo alla sedentarietà o con la confisca delle renne. Ma non solo: l’uomo bianco e civilizzatore ha arrestato e ucciso gli sciamani, perché considerati pericolosi dai colonizzatori per la loro forza e il loro carisma, ha obbligato alla conversione del pastore-cacciatore in operaio-minatore o contadino. Culture millenarie di caccia e raccolta, strettamente dipendenti da raffinati saperi ecologici, naturalistici, venatori, che usavano l’animismo come un collante cognitivo, sono state distrutte per meglio colonizzarle.

Come ci ricorda Matteo Meschiari nel suo Artico nero[16] un altro aspetto dirompente della colonizzazione è stato quello all’interno dello spazio abitativo, i popoli del nord dovevano ripensare le case sulla scia delle città dei colonizzatori, un aspetto da non sottovalutare perché la casa per l’uomo non è solamente un luogo dove risiedere ma è un essere tra lo spazio e il tempo. La creazione della città e della casa moderna ha contributo alla distruzione della cultura Inuit, un mondo dinamico che è stato fatto scivolare in uno stato nazione con le sue angoscianti simmetrie, gerarchie, teologie claustrofobiche e distruttive per la popolazione indigena che in molti, troppi casi ha preferito togliersi la vita piuttosto che vedersi addomesticata dai colonizzatori.

La stessa problematica è stata vissuta anche dai Sami i quali, costretti in una casa “moderna”, si sono sentiti incarcerati. Il loro sistema nomadico incorporava il paesaggio nello spazio domestico e lo spazio domestico, a sua volta, si dilatava fino a incorporare il paesaggio. Il corpo Sami si muove nello spazio e anche la sua casa si muove perché anche la casa è un corpo, l’Iglù non era trasportato ma ricostruito ogni volta e questo concerne il saper far delle culture indigene, quello che il capitalismo ha cercato di espropriare per renderli più docili, grazie alla falsa utopia del comfort.

Il processo di sedentarizzazione ha portato a una trasformazione radicale nella concezione dello spazio domestico. La casa prefabbricata non ha più rappresentato un corpo, non è più il meta-animale, la meta-persona che cura, nutre e si occupa dei suoi abitanti, di fatto si è converta in un dispositivo di chiusura e di esclusione. Con le nuove case, per i Sami, è venuto a mancare l’intenso regime di visite che rinsaldava la comunità; l’economia della condivisone, del dono, dell’assenza di proprietà privata ha cominciato a crollare in nome del progresso e del comfort occidentale; la casa, un tempo rifugio aperto e includente, si è convertita nel processo di colonizzazione in un apparecchio di cancellazione e riprogrammazione culturale. Una colonizzazione violenta che ha separato famiglie, saccheggiato, inquinato, militarizzato e distrutto territori vergini, da sempre in equilibrio con gli abitanti indigeni.

Altra comunità ed economia su cui vorrei soffermarmi è quella degli Irochesi conosciuti anche come Hau-dè-no-sau-nee, che si concentrava originariamente sulla produzione collettiva e su elementi misti di orticultura, di caccia e raccolta.

Anche per queste comunità nord americane l’obbligo di condividere il cibo e qualsiasi altra cosa era considerato una necessità fondamentale, la base della moralità quotidiana in una società i cui membri si reputavano uguali. In queste società la condivisione non solo era una regola ma era uno dei grandi piaceri della vita. Di conseguenza il bisogno di condividere era particolarmente acuto nel bene e nel male; durante le carestie, ma anche durante i momenti di estrema prosperità[17]. Le relazioni sui nativi nordamericani dei primi missionari includono quasi sempre sgomente riflessioni sulla generosità indigena in tempi di carestia, generosità riservata anche a perfetti sconosciuti.

Anche in queste comunità il lavoro era totalmente slegato dal surplus o da una paga.
Le tribù della Confederazione irochese vivevano nella regione che ora include lo Stato di New York e la regione dei Grandi Laghi, insieme ad altri popoli, non conoscevano il concetto di proprietà privata e il lavoro consisteva in una sfera variegata di mansioni per tutta la comunità che non occupava mai troppe ore al giorno.

Gli Irochesi fino alla totale conquista delle loro terre da parte dell’avanzata occidentale erano un popolo prevalentemente dedito all’agricoltura, si occupavano della raccolta delle “tre sorelle” comunemente coltivate dai gruppi di nativi americani: mais, fagioli e zucca.

Queste comunità del nord America svilupparono un sistema economico molto diverso da quello ora dominante nel mondo occidentale, caratterizzato da elementi quali la proprietà comune dei terreni, la divisione del lavoro in base al sesso ed un commercio basato principalmente sull’economia del dono.

Marcel Mauss, antropologo e sociologo, ha scritto tra le sue varie opere il Saggio sul dono in cui mette in luce come l’invenzione dell’uomo in quanto homo oeconomicus sia in realtà una cosa molto recente. Scrive di alcune culture organizzate socialmente sull’esercizio del dono e  sintetizza il funzionamento di un’economia basata su tre obblighi: dare, ricevere, restituire.

Queste tre leggi ci dicono che così si crea un circolo, perché il dono è come un filo che tesse una relazione tra persone diverse, anche tra persone che non si conoscono. In tutte le società, afferma Mauss, la natura peculiare del dono è di obbligare nel tempo. Il dono è come se creasse una situazione di indebitamento reciproco. Si crea un legame, un senso di solidarietà e alla fine ognuno sa che riceve più di quello che ha dato[18].

Nella società irochese la divisione del lavoro riflette la divisione dualistica tipica della sua cultura: gli dèi gemelli Sapling (est) e Flint (ovest) rappresentano due metà complementari. Il dualismo era applicato al lavoro nella forma per cui ognuno dei due sessi acquisiva un ruolo chiaramente definito e che completasse i compiti dell’altro. Le donne svolgevano tutto il lavoro relativo ai campi mentre agli uomini competeva tutto ciò che si collegava alla foresta, compresa la fabbricazione di qualsiasi oggetto in legno. Gli uomini irochesi erano responsabili della caccia, del commercio e del combattimento, mentre le donne si occupavano dell’agricoltura, della raccolta del cibo e dei lavori domestici. Questa assegnazione dei compiti in base al sesso era la maniera predominante con cui si divideva il lavoro nella società irochese. La produzione combinata di cibo rendeva la fame e le carestie eventi estremamente rari, tanto che i primi europei che vennero in contatto con queste popolazioni spesso invidiarono il successo degli Irochesi nella produzione del cibo.

Il sistema lavorativo irochese corrispondeva alla gestione della proprietà terriera, ovvero legato alla dimensione collettiva e comunitaria. Così come condividevano la proprietà della terra, gli Irochesi condividevano anche il lavoro. Le donne svolgevano i compiti più difficili in grandi gruppi, andando di campo in campo aiutandosi a vicenda a lavorare la terra dell’una e dell’altra.

Anche l’organizzazione del lavoro maschile tra gli Irochesi era improntata alla cooperazione: la caccia e la pesca contenevano elementi cooperativi simili a quelli delle donne.

Il contatto con gli europei agli inizi del XVII secolo ebbe un profondo impatto sull’economia irochese e l’espansione degli insediamenti europei sconvolse l’equilibrio della loro economia. Nel 1800 queste comunità indigene erano ormai confinate in riserve e dovettero perciò adattare il loro sistema economico tradizionale. La conseguenza fu che si trovarono costretti ad accettare il concetto e l’organizzazione del lavoro capitalista delle società occidentali.

La divisione del lavoro in base all’età e al genere è un tratto universale delle società umane, la divisione specializzata del lavoro si sovrappone alla prima, aggiungendo complessità ed eterogeneità alla società. Questa separazione crea differenze di interessi e prospettive e quindi un potenziale conflitto, ma come ha osservato Emile Durkheim, produce anche interdipendenza e mutualismo. Nel caso in cui consideriamo solo una divisione del lavoro per età e genere, come negli esempi sopra citati degli Inuit e degli Indiani del nord America o più in generale nelle società di cacciatori e raccoglitori, ognuno si può occupare di tutto, non vanno ignorate l’interdipendenza degli anziani che non possono svolgere tutto il lavoro dei giovani e delle donne che dipendono dagli uomini così come gli uomini dipendono dalle donne.

Una divisione specializzata del lavoro come nella “nostra” società occidentale invece crea più facilmente una gerarchia di mestieri e professioni, alcuni dei quali implicano notevole prestigio e potere come avvocati, politici, professori e medici, mentre altri sono inferiori e taluni persino spregevoli, come operai, operatori ecologici, donne e addetti alle pulizie. Questa specializzazione del lavoro contribuisce in modo significativo alla creazione del dominio e al cammino che porta alla creazione dello Stato[19].

Le società “primitive” non vivevano la contraddizione di lavorare per produrre un surplus inutile o per una moneta, non obbedivano a un padrone, ma lavoravano per la comunità nella quale si riconoscevano. L’aspetto caratteristico dell’economia primitiva è l’assenza di qualunque desiderio di trarre profitti. Dalle loro esperienze non riproducibili in modo uguale nella nostra società del consumo possiamo però prendere spunto per criticare l’assurda logica del lavoro salariato che ci annienta quotidianamente. Non tutto era perfetto, non tutto è da prendere come esempio, basti pensare alla rigida separazione nel lavoro in base al genere.

Possiamo capire osservando e studiando queste società senza stato quanto sia fondamentale tornare a produrre per la comunità e non solo per il salario, come sia importante la gestione collettiva del lavoro, come sia fondamentale non far diventare tutti i prodotti merci, possiamo porre l’accento sul mutuo appoggio e il dono invece che sul denaro e il profitto, ma soprattutto possiamo facilmente comprendere che lavorare troppe ore al giorno ci toglie la gioia della vita. Il lavoro nella società occidentale e in tutte le società statali rappresenta una delle relazioni di potere coercitivo più forte che è servita a costruire lo scheletro della società statale capitalista.

Gli Hau-dè-no-sau-nee, o confederazione Irochese delle sei nazioni, sono su questa terra dall’inizio della memoria umana. La nostra cultura è tra le più antiche che ancora esistano nel mondo. Noi ricordiamo ancora i primi atti del comportamento umano. Noi ricordiamo le istruzioni originarie dei creatori della vita a questo luogo che noi chiamiamo Etenoha, Madre Terra. Noi siamo i guardiani spirituali di questo luogo. […] Al principio ci è stato detto che gli esseri umani che camminano sulla terra sono stati dotati di tutto ciò che è loro necessario per vivere. Abbiamo imparato ad amarci gli uni con gli altri, ad avere un grande rispetto per tutti gli esseri della terra. Ci è stato mostrato che la nostra vita esiste grazie alla vita degli alberi, che il nostro benessere dipende dalla vita vegetale, che noi siamo i parenti più prossimi degli esseri a quattro zampe. […] Noi salutiamo ed esprimiamo la nostra riconoscenza alle numerose cose che mantengono la nostra vita: il granoturco, i fagioli, le farine, il vento e il sole. Allorquando le genti smettono di rispettare e di esprimere la loro gratitudine per tutte queste cose, allora tutta la vita comincia ad essere distrutta, e la vita umana su questo pianeta arriva alla sua fine. Le nostre radici sono profonde nella terra dove viviamo. Noi nutriamo un grande amore per il nostro paese, perché il luogo della nostra nascita è là. Il suolo è pieno delle ossa di migliaia di nostri antenati, ciascuno di noi fu creato su queste terre, ed è nostro dovere averne grande cura, poiché da queste terre scaturiranno le future generazioni. Noi proseguiamo il nostro cammino con grande rispetto perché la terra è un luogo estremamente sacro. […] A tutt’oggi, i territori che ci restano sono coperti di alberi, pieni di animali e di tutti gli altri doni della Creazione. In questo luogo riceviamo ancora il nutrimento della nostra Madre Terra. Noi abbiamo sottolineato che tutti i popoli della terra non mostrano lo stesso rispetto per questo mondo e gli esseri che esso reca. Il popolo indoeuropeo, che ha colonizzato le nostre terre, ha mostrato assai poco rispetto per le cose che c’erano e mantengono la vita. Noi pensiamo che questi popoli hanno cessato di rispettare il mondo già da molto tempo. Migliaia di anni fa tutti i popoli del mondo credevano nella stessa maniera di vivere, quella dell’armonia con l’universo. Tutti vivevano in accordo con la natura. […] Gli europei attaccarono ogni aspetto dell’America del Nord con uno zelo incomparabile. I popoli nativi furono implacabilmente distrutti poiché essi erano un elemento non assimilabile dalla civilizzazione occidentale. […] Ma il nostro messaggio essenziale al mondo è fondamentalmente un appello alla presa di coscienza. La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. Le tecnologie e i sistemi di organizzazione sociale che hanno distrutto la vita animale e vegetale stanno distruggendo anche la vita dei popoli naturali. Questo processo è la civiltà occidentale. […] Se deve esserci un avvenire per gli esseri viventi su questo pianeta, noi dobbiamo cominciare a cercare le vie di cambiamento. Il processo di colonizzazione ed imperialismo che ha colpito gli Hau-dè-no-sau-nee non è che un microcosmo del processo che ha colpito il mondo. […] Ciò di cui abbiamo bisogno è la liberazione di tutte le cose che sostengono la vita: l’aria, le acque, gli alberi, tutte cose che sostengono la trama sacra della vita. […] Noi siamo impegnati in una lotta di decolonizzazione delle nostre terre e le nostre vite, ma non possiamo compiere questa lotta da soli e senza aiuto. Da secoli sappiamo che ogni azione individuale crea condizioni e situazioni che mutano il mondo. Da secoli ci preoccupiamo di evitare tutte le azioni che non offrono una prospettiva a lungo termine finalizzata all’armonia ed alla pace nel mondo. In questo contesto, con i nostri fratelli e le nostre sorelle dell’emisfero ovest, siamo venuti fin qui per parlare di questi importanti problemi con altri membri della famiglia dell’uomo[20].

Andrea Staid

andreastaid@gmail.com

 

 

[1] D. Graeber, Il debito. I primi 5000 anni, Il Saggiatore, Milano 2012, p. 373.

[2] Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, Roma 2003, p. 16.

[3] S. Allovio, Culture in transito, Franco Angeli, Roma 2008.

[4] M. Sahlins, Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980.

[5] Ivi, p. 47.

[6] Ivi, p. 49.

[7] M. Sahlins, Economia dell’età della pietra, cit.

[8] P. Clastres, Archeologia della violenza, La Salamandra, Milano 1982, p.118.

[9] R. Firth, 1936, pp. 92-93, in M. Sahlins, Economia dell’età della pietra, cit, p. 67.

[10] L. Popsili,1963, Ibid.

[11] E. M. Thomas, The Harmless Peoples, 1959, in M. Sahlins, Economia dell’età della pietra, cit., p. 248.

[12] J. Woodburn, An introduction to Hazda ecology, in M. Arioti, Produzione e riproduzione nelle società di caccia e raccolta, cit., p. 153.

[13] Andamane o Jarawa (anche Järawa, Jarwa) sono un popolo nomade di cacciatori e raccoglitori delle Isole Andamane, in India.

[14] Popolo dell’Artico discendente dei Thule.

[15] R. F. Spencer, The North Alaskan Eskimo: a Study in Ecology and Society, 1959, in M. Sahlins, cit., p. 196.

[16] M. Meschiari, Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci, Exorma, Roma 2016.

[17] Per approfondire: Lewis Henry Morgan, La Lega degli Ho-dè-no-sau-nee o Irochesi, CISU, Roma 1998.

[18] M. Mauss, Saggio sul dono, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2002.

[19] H. B. Barclay, Lo stato. Breve storia del Leviatano, cit.

[20] Il testo completo è stato pubblicato dalle edizioni la Fiaccola di Ragusa, Per un risveglio della coscienza. Messaggio degli Irochesi al mondo occidentale.