Il termine resilienza si utilizza in metallurgia ed è la misura specifica della capacità di un corpo di resistere agli urti senza rompersi. Questo termine in realtà deriva dal latino resiliere e ultimamente si è molto diffuso perché il significato corrisponde alla capacità umana di affrontare e superare gli eventi sopraffacenti e gli stress prolungati della vita tornando ad uno stato di armonia e di equilibrio.

Secondo Peter Levine, lo scienziato le cui intuizioni sono all’origine dell’approccio chiamato Somatic Experiencing, il trauma non è nell’evento ma nel sistema nervoso, per cui incontrare una diagnosi di cancro non coincide inevitabilmente con un evento traumatico anche se uno sviluppo in tal senso è altamente probabile.

Questa breve premessa riguarda ciò che in qualche modo ha influenzato la mia ricerca clinica in campo oncologico, iniziata come fisioterapista con la tesi presso l’Istituto dei tumori di Milano sulla riabilitazione delle donne mastectomizzate (1980), fino alla mia ricerca sul dolore come insegnante del metodo Feldenkrais ( 1988/ 2002).

Ho incontrato spesso gli effetti psicofisici e spirituali di questa particolare patologia. Durante una conferenza ho sentito affermare da un’oncologa che a sua volta si era ammalata, che il cancro è l’unica malattia che, anche raggiunta la “guarigione”, non consente al paziente di parlarne al passato. L’impatto di questa diagnosi è così potente che il senso dell’incognita che porta con sé rimane spesso inalterato nel corso degli anni.

Nei primi anni 2000, proprio in coincidenza con la mia prima tranche di formazione come operatrice di Somatic Experiencing (S.E.), ho incontrato personalmente questa diagnosi e anche per me è stato un punto di svolta da un lato devastante e dall’altro fondamentale. Vivere il trauma e contemporaneamente avere l’opportunità di sperimentare in prima persona gli effetti risananti degli strumenti di S.E, mi ha regalato il coraggio e lo stimolo a condividere le pratiche fisiologiche che lo caratterizzano. Infatti nel 2012, in seguito a una mia collaborazione come fiduciaria presso la Onlus attivecomeprima di Milano, che offre da oltre 40 anni un supporto gratuito globale al paziente oncologico e ai suoi familiari, è nato un corso di gruppo per apprendere le strategie di autoregolazione somatica che la nostra specie ha a disposizione.

Era una grande sfida.

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I gruppi di donne che frequentano la Onlus sono gruppi eterogenei in cui ci sono sia persone che hanno incontrato un piccolo evento di patologia primaria, che persone con la patologia in corso affrontata più volte, con la presenza di metastasi. Questo significava che gli effetti del trauma non solo esistevano nel momento presente, ma in più erano situati nello stesso spazio dove gli strumenti di S.E cercano la potenza fisiologica che ci consente di espandere la nostra capacità di fluire nel fiume della vita: il corpo!

La decisione di sperimentare comunque con un gruppo pilota di 16 persone fu presa e una mia collega ed io cominciammo a aprire la porta del sentire e delle sensazioni a queste donne che avevano già affrontato il trauma sia a livello emozionale che psicologico con la competenza messa a disposizione dal team di psicologi della Onlus.

 

La resilienza per S.E. è la capacità di contenere in modo sempre più naturale e integrato le onde fisiologiche di paura e di rabbia che gli eventi traumatici attivano nel nostro sistema di sopravvivenza.

Sappiamo che la parte più recente del nostro sistema nervoso (la neocorteccia) sa far fronte in modo efficace a malattie cosi destrutturanti e sa farsene una ragione, ma fino a che non si ristabilisce una qualche connessione positiva con il sentire fisiologico, tutto questo ha un prezzo energetico molto alto. La tensione e la contrazione dell’organismo sono una barriera che non ci consente di contattare a pieno l’altra sponda della guarigione: la fiducia fondamentale nell’esperienza dell’esistere e la coerenza del fluire della vita che scorre in noi.

Così il nostro viaggio di gruppo in ciò che il sistema di sopravvivenza aveva messo in atto, per alcune diversi anni prima, per altre in modo decisamente attuale è cominciato. Insieme abbiamo incontrato il benessere delle risorse, il sostegno e la pace del radicamento, la voglia e la curiosità di poter scappare, la forza e il calore di poter lottare e lo spazio interiore che il nostro organismo mette a disposizione per accogliere il dolore e per scaricare la paura. Ciò che colpiva tutte loro era la possibilità di tornare al proprio corpo, sede dell’evento traumatico, con un atteggiamento di curiosità e di interesse, non per ciò che poteva avvenire ancora di brutto, ma al contrario diventando consapevoli che piccoli movimenti, semplici contatti e l’attenzione alle sensazioni che arrivavano, guidate da un’esplorazione rispettosa e delicata, potevano trasformare la percezione di sé e del mondo che le circondava, qualunque fosse il loro stato di salute.

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Gli incontri si sviluppavano nell’ arco di tempo di due mesi circa e in questo lungo processo di vita, due mesi in chemioterapia sono davvero infiniti, accadevano diversi eventi legati ai controlli non sempre con risultati positivi. Fiduciose nelle potenzialità di gestione da parte dell’organismo, affrontavamo ogni minaccia dando lo spazio e il modo alla persona di accostarsi con gradualità e lentezza, se si sentiva in grado, alla realtà incontrata sul piano medico. L’intenzione era di osservare insieme cosa l’idea di ciò che era stato comunicato stava effettivamente facendo accadere nel sentire e nella fisiologia percepita nel momento presente. Nella maggior parte dei casi contattare l’esperienza data dal Sé corporeo in un ambiente sicuro e con il conforto di un gruppo consapevole e accogliente, sembrava coincidere con la possibilità di rimanere aperte e reali, senza negare o rimuovere i sentimenti difficili e spaventosi, ma includendoli come parte di ciò che come specie cosciente siamo attrezzati ad affrontare. Sono ormai quattro anni che incontriamo donne meravigliose che si cimentano con tutto ciò che il loro essere mette a disposizione per assaporare l’inesplorato organismico che nessuna diagnosi e nessuna terapia può eliminare o impoverire. Il dono che il trauma rivela nei casi da noi osservati, è spesso il senso ovvio e profondo del mistero vitale che sembra impossibile da descrivere a parole ma che dal momento in cui lo si incontra entra a far parte del bagaglio con cui ci lasciamo vivere.

 

Sappiamo bene quanto la Consapevolezza abbia in sé un dinamismo che ci sposta da ciò che ci sembrava di aver compreso perfettamente illudendoci di non poterlo dimenticare. Ma il fiume sotterraneo dell’Esperienza, integrata almeno in parte utilizzando anche le parti più antiche del nostro sistema nervoso, ci consente di essere diversi nella vita di sempre. L ‘intimità di relazione col mondo utilizza uno sguardo fiducioso più a nostra misura. Possediamo finalmente un luogo fisiologico in cui la parola “ascoltarci” ha un significato preciso e una modalità semplice per realizzarsi.

 

Marina Negri

marina.negri@fastwebnet.it