Essere, umani.

Siamo organismi complessi evoluti negli ultimi 4 miliardi di anni dalla prima comparsa della vita cellulare sul pianeta Terra. Sistemi viventi meravigliosamente coerenti, le cui parti sono connesse tra loro e con l’ambiente in cui siamo immersi in modo multidimensionale, dinamico e quasi istantaneo.

Ma la civilizzazione e il ritmo frenetico della società  tecnologica a cui stiamo assistendo, sembrano allontanarci dalla possibilità di riconoscerci ancora oggi come natura.

Siamo spesso identificati al flusso dei pensieri, isolati nella nostra mente, incapaci di ascoltare ciò che ci arriva dal corpo, come estranei a noi stessi. Ad ogni istante la nostra attenzione, infiniti dati percettivi nel campo della consapevolezza, un brulicare di impulsi bioelettrici tra neuroni, posa le sue ali su qualcosa. O sta.

 

Lo scorrere del sangue, il vento tra le foglie, il battito del cuore, un bimbo che piange, il respiro che ci riempie, giovani amanti intrecciati nell’estasi, le onde del mare, un uomo che muore da solo per strada… Percepiamo la realtà in base al nostro stato interiore e la nostra mente è fortemente attratta dagli eventi più carichi emotivamente.

Quando veniamo sopraffatti da un’esperienza travolgente il nostro organismo adotta degli espedienti fisiologici di origine primordiale per proteggerci e permetterci di sopravvivere o non provare dolore fisico. Dissociamo, ci spegniamo o scindiamo delle parti. La forza vitale scatenata dagli ormoni riversati nel torrente circolatorio per permetterci di fuggire o lottare rimane implosa. E qualcosa si blocca in noi.

Questo modifica il flusso della vita che ci anima, ci separa dal tutto in divenire e determina gli schemi di adattamento che andranno a scolpire il nostro ego.

Possiamo identificarci facilmente con questi schemi e vivere per anni automatismi legati ad esperienze irrisolte che si ripresentano sotto varie sembianze nella vita desta o in sogno. In questo stato non siamo capaci di essere lucidi, presenti ai nostri bisogni reali, a ciò che ci comunica il nostro organismo. Possiamo diventare oltremodo reattivi a ciò che ci circonda, perdendo il senso del nostro  spazio vitale e delle relazioni. Una forza immane ci spinge verso ciò che vuole essere completato.

Cosa ci può aiutare?

Quali risorse abbiamo a disposizione come esseri umani?

Abbiamo solo bisogno di avere fiducia in noi come esseri viventi. Tornare a sintonizzarci con ciò che c’è nel presente attraverso le sensazioni, i pensieri, le emozioni, le immagini che ci arrivano, senza esserne sopraffatti.

La resilienza è l’intelligenza biologica che ci spinge incessantemente verso l’equilibrio. E’ la possibilità di affrontare un evento doloroso e trasformarlo in una possibilità di apprendimento e crescita personale. E’ la forza che rimargina la ferita e ci fa andare avanti.

In questo senso la medicina allopatica e di sintesi ha svolto nell’ ultimo secolo un ruolo chiave, permettendo di debellare malattie epidemiche e salvare intere generazioni. Ma in gran parte dell’Occidente il metodo scientifico è stato assunto come unica verità oggettiva, l’uomo osservato in maniera meccanicista come caso clinico, come insieme di valori biochimici estranei alla sua storia e al suo vissuto. Il medico e lo specialista sono divenute le figure alle quali delegare la nostra salute. E in genere, l’assunzione di farmaci facenti parte di protocolli  legali è divenuta l’unica risposta ad una serie di segnali provenienti dal corpo.

Ma per non rimanere solo un cospicuo mercato per l’industria farmaceutica, la salute può essere compresa anche come parte di un fenomeno più complesso che riguarda le continue trasformazioni dell’intero equilibrio del nostro organismo e quindi della nostra crescita come individui. Essere consapevoli di quanto ogni esperienza influenzi questo equilibrio è la base fondamentale per un approccio evolutivo alla vita.

Lasciandoci alle spalle il secolo delle guerre mondiali e della competizione gerarchica tra individui e comunità possiamo oggi guardare al presente con maggiore coraggio. Entrare in contatto con la consapevolezza che la nostra vita è in relazione costante con ciò che ci circonda può aiutarci ad essere empatici con noi stessi e verso il resto dei viventi.

Vivere in un ambiente sano, bere un’adeguata quantità d’acqua e alimentarci in modo piacevole ed equilibrato rispondente alle caratteristiche del nostro fisico e in sintonia con i cicli della natura, possono già essere delle solide basi su cui fondare un’ esistenza resiliente.

Prestare attenzione alla respirazione può divenire un modo di avere più vitalità ed energia o di coltivare presenza e centratura, peculiarità oggi sconosciute ai più, ma tipiche delle antiche tradizioni fondate sul soffio vitale.

Se il modo più primitivo di gestire le difficoltà e le tensioni è la contrazione, quello più salubre sembra essere la socialità: saper essere in empatia con gli altri ha infatti enormi risvolti sulle relazioni, sulla fisiologia e sulla longevità del nostro organismo.

Oggi ci è chiaro quanto la comunicazione interpersonale sia basata principalmente sulla risonanza somatica non verbale e la scoperta dei neuroni a specchio è un’ulteriore testimonianza del valore evolutivo della capacità di “sentirsi negli altri”. La specie umana, più degli altri mammiferi, ha in età neonatale un’infinita necessità di contatto fisico e cure parentali per la sua sopravvivenza.

La gestazione e il parto vissuti in modo armonioso dalla madre e dal nascituro assicurano un buon atterraggio. La presenza di adulti competenti e adeguatamente sintonizzati con il piccolo, genera un attaccamento sano e dinamiche neuro affettive efficaci per la sua crescita e il suo coinvolgimento sociale.

Essere innamorati della vita a prescindere dagli eventi e avere una sana e giocosa sessualità sono ottimi presupposti per non accumulare dolorose ansie e frustrazioni. Imparare a conoscere i nostri ritmi biologici e dedicare adeguato tempo al attività e al riposo ci permettono di evitare inutile stress.

La percezione del giusto spazio vitale e la capacità di farlo rispettare, della nostra vulnerabilità e forza come esseri viventi, ci aiutano a essere padroni di noi stessi e a non entrare in dinamiche di lotta o fuga.

Per questo, per non rimanere in preda al passato dobbiamo imparare a orientarci nel qui e ora, ampliare l’immaginario oltre gli angusti limiti del conosciuto, sapere cogliere qualsiasi tipo di risorsa a nostra disposizione e liberare la nostra creatività.

Dedicarci ad attività psicomotorie di consapevolezza che coinvolgono cinestetica e propriocettività, promuove equilibrio nell’intero sistema  migliorando l’ossigenazione e stimolando la circolazione sanguigna, l’allungamento e la tonificazione muscolare, lo scarico delle tensioni e soprattutto il coordinamento tra sistema nervoso centrale (responsabile delle nostre attività volontarie) e quello autonomo (adibito alle attività involontarie le cui cellule innervano organi interni e ghiandole).

Quest’ultimo, più primitivo, riveste in realtà un ruolo fondamentale nelle dinamiche di autoregolazione.

Affinare inoltre pratiche contemplative permette di osservare la natura della mente e i suoi automatismi di risposta, cogliere quali elementi possono aiutarci a interrompere i condizionamenti e gli schemi che non ci lasciano fluire liberi nella danza della vita.

Ricordiamo che ogni tipo di esperienza ci modifica nel profondo, interagendo con la memoria cellulare e determinando perfino la trascrizione genica del nostro DNA.

Nulla è colto dal sistema che abitiamo come “superficiale”.

Ogni azione ed ogni pensiero modificano la realtà, tutto è interconnesso.

Viviamo dunque, impariamo a scegliere ciò che realmente ci fa sentire bene… La nostra è una specie relativamente giovane nella storia dell’evoluzione del pianeta…

 

di Jerry Diamanti

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