Il cane, rispetto ad altri animali non umani come ad esempio quelli da allevamento, possiede molti privilegi, infatti la sua carne non è oggetto di consumo. Il cane nella società occidentale ha raggiunto uno status di ”pet”, sancendone di fatto, la fine dell’animalità in virtù di un’accomodante presenza, sempre più assoggettata a canoni estetici, bisogni e aspettative umane.

Il fatto di condividere con noi gran parte della loro esistenza ha invisibilizzato le forme di abuso continuo, manipolazione, deprivazione a cui i cani e le cagne sono sottopostx, in una relazione sempre più assimmetrica. Anche l’educazione ”gentile” si fonda in gran parte sulla ricerca di comportamenti sempre più normati, plasmati dalle aspettative umane.

Segue un dialogo con Davide Majocchi in cui ci si interroga sulla gerarchizzazione del rapporto tra cani ed animali umani.

Davide Majocchi è un attivista antiautoritario per la liberazione animale e operatore di canile. Ha girato il docufilm “No Pet” e ha pubblicato diversi contributi su riviste e volumi antispecisti.

S – Spesso si usa il termine co-evoluzione per descrivere la millenaria relazione che intercorre tra i cani e gli animali umani. Se in parte il processo di domesticazione operato dall’uomo ha avuto dei vantaggi evolutivi per entrambe le specie, quali sono secondo te le criticità di tale processo? Si può davvero parlare di coevoluzione o questo concetto rivela un’impronta antropocentrica?

 

D – Non mi ha mai convinto la teoria che descrive come coevolutiva dal punto di vista storico la relazione fra cani e umani, proprio perche’ la trovo figlia di una visione antropocentrica subdola e prepotente, molto invasiva.

Gli approfondimenti cinofili costantemente rilevano che una stretta e ispirata collaborazione avrebbe agito come condizione utile al successo evolutivo di entrambe le specie sulle altre, ponendo una spiccata enfasi sull’alleanza che lega le due specie ai reciproci destini. Vivendo da vicino gli effetti pratici che ha portato quest’impostazione concettuale di tipo utilitaristico, noto quanto tale operazione stia servendo a determinare il moderno ruolo del cane rispetto all’umano. Fissare il cane vicino a se’, come se cio’ fosse stato scritto nel suo destino, permette di celare gli aspetti di sfruttamento e assoggetamento correlati alla domesticazione.

Sono consapevole che in questo termine possiamo individuare due radici distinte: “domus” che suggerisce la ricerca di una casa/tana e “dominio” che indica una presa di potere sulle vite degli altri. Comprendo che i bisogni dei cani li abbiano spinti verso una condizione di vantaggio materiale, ma constato essenzialmente due cose: nella maggior parte dei casi la dinamica e’ stata tutt’altro che volontaria e il costo da pagare per i cani nel conseguire questo avvicinamento e’ stato altissimo.

L’impianto d’analisi che va per la maggiore tralascia di prendere in adeguata considerazione l’esito di una supposta coevoluzione cani-umani, ossia tace che ha generato un rapporto fatto di servi e di padroni.

Per queste ragioni sono contrario quantomeno a raccogliere l’enfasi positivista con cui si approcciano spesso i temi della coevoluzione e dell’autoaddomesticamento. Un sapere che, nel fare propaganda di se’, occulta la sofferenza di alcuni attori sociali (i cani) a vantaggio di altri (gli umani), risulta sbilanciato sul piano della presa in considerazione degli interessi di tutti, al punto da aderire acriticamente al progetto sistematico di sottomissione colonialista, che oggi si appresta ad entrare in una fase assimilativa terminale. La cosiddetta terza ondata di addomesticazione[1] descrive l’attuale fase evolutiva in cui i cani si starebbero complessivamente adattando alla vita urbana e domestica, diventando animali da compagnia sedentari, abitudinari e bisognosi. Osservare i cambiamenti comportamentali e biologici in atto rilevando la maggiore dipendenza emotiva e fisica contratta progressivamente nei confronti dell’umano significa, a mio avviso, approciarsi ai cani come individui e gruppi sociali potenzialmente ancora autonomi, piuttosto che a meri e fiacchi surrogati degli umani.

 

 

S – Secondo te si può parlare di ”libertà” come esperienza condivisa nella relazione cani-persone oppure l’assimmetria all’interno di questo binomio la rende un concetto intangibile?

 

D- Sono convinto che si possa parlare di liberta’ per cani ed umani come di un’esperienza condivisibile, piu’ che condivisa. Non solo lo penso, lo desidero fortemente e mi ci impegno come meglio riesco. Sappiamo bene come la parola liberta’ sia abusata oggi forse piu’ che mai. Ora che persino le destre la utilizzano, ma con “destrezza”, capisco che ci si interroghi una volta di piu’ sul significato da attribuire alle liberta’. Per distinguerci potremmo parlare piu’ spesso di liberazione. In ogni caso sono una di quelle persone che non e’ disposta a dismettere tale evocazione, perche’ ne continuo ad avvertire la potenza creativa.

Se intendiamo la liberta’ come un fatto correlato, una “liberazione da”, siamo portati a compiere atti concreti che spingono per far emergere le condizioni necessarie al cambiamento. Fintanto che noi e i cani agiremo, ognuno a suo modo, per contrastare il rapporto di potere assimmetrico che ci opprime, i discorsi sulla liberta’ punteranno a bucare le norme imposte, le normalita’ assodate, ad evadere dal binomio che ci assegna gli uni agli altri in un regime di proprieta’, che ci spinge ad assomigliare sempre di piu’ a cio’ che ci confina e ci conforma. George Ivanovich Gurdjieff suggeriva di essere di piu’, non di sapere di piu’.[2]

Ma per parlare davvero di liberta’ condivisibile credo sia necessario decostruire l’idea di cane che abbiamo maturato socialmente: solo riconoscendo ai cani soggettivita’ propria potremo porci domande sui loro comportamenti con complicita’, per accedere alla dimensione emotiva che ci muove, affinche’ le impostazioni tradizionali -o falsamente progressiste- vengano stravolte. Solo entrando in quel flusso di scoperta saremo disposti ad interagire diversamente, facendo dell’aspirazione alla liberta’ una tensione trasformativa che si batte centimentro per centimetro.

Circola una falsa idea di liberta’ che contribuisce ad indebolire le resistenze, una impostura narcisistica che aderisce acritica allo status quo. A mo’ di esempio, mi piace proporre, in controtendenza rispetto al vieto principio secondo cui “la tua liberta’ finisce quando comincia quella altrui”, un’idea di liberta’ che inzia e si realizza quando incontra la tua, la sua, la vostra, la nostra.

Cerco una liberta’ che si misuri sulla creazione di nuovi spazi di espressione, dove il dissenso puo’ rimanere comunicativo laddove cerca dialogo, oppure generare distanze nelle differenze da tenere vive a garanzia di tutti.

Nel mio percorso la parola chiave sta diventando “differenze”. Si manifesta cruciale sempre di piu’ dentro di me la grande questione di come potermi disporre ad una compartecipazione meticcia. Un esempio: sono in citta’ col cane sciolto (e vorrei essere da un’altra parte). Devo attraversare. Rischiare un investimento per rivendicare un concetto astratto di liberta’ oppure mettere il guinzaglio e magari puntare liberi verso il parco? Si puo’ attraversare senza guinzaglio spesso solo dopo aver addestrato il cane a starti al passo. Secondo me e’ meglio che il cane porti un momento il guinzaglio piuttosto che lo si lasci a casa o lo si sottoponga ad addestramento. Vedo piu’ liberta’ nel non rendere la liberta’ l’immagine buia di se’ stessa.

 

S – La cultura occidentale si fonda prevalentemente su un’ordine di idee binarie: mente-corpo, natura-cultura, maschile-femminile, animale-umano… Questo dualismo dicotomico non è solo teorico ma genera sistemi di oppressione sui corpi di milioni di individui. Se le assi di oppressione dello specismo, sessismo e colonialismo spesso convergono, anche le forme di resistenza possono condizionanarsi reciprocamente. Quali pratiche secondo te possono nutrire questo dialogo in una prospettiva intersezionale?

 

D – Mi viene un po’ difficile esprimermi in termini intersezionali, perche’ mi sentirei di compiere un’operazione di adesione teorica poco onesta, mentre ci tengo a rispondere restando piu’ vicino al pensiero che viene dalla mia esperienza.

Da contestatore e sperimentatore assiduo di relazioni interspecifiche sto attento a non farmi sedurre da paradigmi antagonisti che rischiano di diventare semplicistici.

Condanno la netta separazione tra animale e umano. Individuo tuttavia lo specismo come un’ideologia giustificazionista dello sfruttamento che razionalizza, cela e incrementa una conflittualita’ di specie che tuttavia esiste. Non ritengo la specie una pura invenzione culturale, come avviene per la razza umana. Rigetto ogni definizione che da empirica e identificativa per necessita’ diventa rigida e discriminatoria. Per fare un esempio, e’ diverso riconoscere la presenza di un gruppo di cani randagi davanti a noi in quanto cani, dall’attribuire loro una serie di caratteristiche predeterminate su base di specie, che ci spingono ad intervenire nei loro confronti di repressione o di salvataggio. E’ a partire dalle grandi e innegabili differenze biologiche che l’antropocentrismo ha costruito i suoi piani gerarchici. Per combattere gli effetti sistemici di queste gerarchie, negare ciecamente le differenze non ci aiuta. Credo che sia determinante comprendere le contrapposizioni per decidere da che parte stare, come e quando.

Faccio l’esempio di come rappresenta la problematica convivenza umani e altri animali l’animazione La principessa Mononoke di Miyazaki.[3] Le mura del villaggio contengono il nucleo degli umani. Nel bosco prosperano gli animali. Le diverse specie si muovono in gruppi sociali, suddivisi in famiglie e individui a se’ stanti. Una ragazza e un ragazzo migrano fra il villaggio e il bosco, una specie di doppio anello sociale mobile che viaggia tra le singole popolazioni in relazione alle loro attitudini, motivazioni ed esperienze. Non traspira alcuna teoria sociale a guida di nessuno e  di niente. Un Dio bestia veglia su una forza misteriosa e silente.

Rappresentata cosi’, la foresta del vivente e’ una pluralita’ di esistenze interconnesse distinte ma interconnesse e interdipendenti. Secondo questa mappatura, non si dispiega piu’ una serie di poli oppositivi o dicotomie. L’ecologia delle differenze si esprime sia in termini culturali che biologici.

E’ presumibile che i due ragazzi che nel film si muovono fluidamente, Mononoke e Ashitaka, nel tempo modificheranno approcci, convinzioni, usi, costumi e desideri. Perche’ no? Che incappino persino in esigenze che richiedono una ripresa della conflittualita’ che torna a premiare l’interesse dei propri conspecifici.

Cio’ che voglio sottolineare e’ che trovo molto importante che le diverse lotte si supportino e influenzino in quanto espressione di singole esistenze situate. Il rischio altrimenti e’ convincersi di progredire inserendo queste lotte in uno schema umanista super-avanzato che, sottatraccia, procede per inclusioni ammutolenti. Frequentare cani e umani testardi e reticenti ha finito per convincermene: nessun socialismo antispecista e’ per me ne’ possibile ne’ auspicabile. In conclusione, vedo le teorie come un vestito cangiante: alla forma delle teorie omologanti prediligo la sostanza sporca delle singole vite che scalpitano.

 

 

S -Nel libro Cani ai margini di cui sei co-autore, parli di violenza originaria e violenza epistemica compiuta nei confronti dei cani e delle cagne. Puoi approfondire questo concetto?

D – Il ruolo concepito per i cani che vivono nelle nostre societa’ e’ legato alla condizione di proprieta’ in cui vertono: se hanno un padrone sono relegati all’interno dei perimetri di pertinenza, mentre per i cani di nessuno si aprono le porte dei canili. Un confine esistenziale dunque riferito alle disposizioni impartite dalle politiche d’igiene veterinaria incaricate di far rispettare cio’ che prescrivono le istituzioni in tema di benessere animale e pubblica incolumita’.

Le ragioni di benessere hanno persuaso della loro bonta’ anche chi non e’ refrattrio alla presenza dei cani liberi all’interno del villaggio umano: la caccia al randagio da mettere “al sicuro” (ovvero nelle case e nei canili) ha visto protagoniste le stesse rappresentanze animaliste, con il risulato che la stragrande maggioranza della popolazione che occupa le zone ricche del mondo e’ convinta che il randagismo costituisca una piaga sociale da combattere, per il bene degli animali. Tutto cio’ a protezione dei cani, che altrimenti sarebbero esposti a maltrattamenti, investimenti, malattie, infestazioni parassitarie, mancanza di cibo e acqua, intemperie e -udite utite!- alla mancanza di un essere umano che funga da costante guida e riferimento.

Ed ecco aggiungersi la questione della sicurezza pubblica: con la trasformazione dell’immaginario sociale del cane, anche in conseguenza al massiccio intervento della selezione razziale (che ha accresciuto taglie, potenza fisica, reattivita’ e squilibrio emotivo), vedere un cane incustodito fa paura ai piu’, soprattutto se si muove in gruppo, bazzica vicino alle scuole, mette una zampa nei quartieri altolocati, dove magari passeggiano i cani piccoli, cani piu’ deboli e spesso incattiviti dalla cattivita’, dalla vita ritirata e asociale a cui sono costretti.

Con disinvoltura si e’ realizzato un abile intervento sistematico contro le comunita’ di cani che, dopo migliaia di anni, in pochi decenni hanno avuto “progressivamente” la peggio. Dalla rivoluzione industriale in avanti, si sono intensificati gli insediamenti urbani, sono nate nuove esigenze e moderne mentalita’, sono esplose le proiezioni affettivo-accuditive degli amanti degli animali, divenuti “da compagnia”. Con l’affermasi del capitalismo, la competizione e la frammentazione sociale hanno indotto un dirottamento oltre la specie d’appartenenza di interessi autoreferenziali (non ci siamo veramente aperti alla convivenza con gli altri animali).

Un disastro relazionale intra e interspecifico che e’ persino riuscito nell’ardua impresa di assegnare i destini dei cani ad un elite borghese impegnata a farsi bella decentrando l’umano, ma per inglobare il cane nella propria sfera di interessi e privilegi.

Alla corte del re un suddito in fondo puo’ star bene, se ben pulito, ben alimentato, ben curato, ben allevato e ben educato. Se il progetto del cane dell’umano non dovesse andare a buon fine, restano i canili. Perche’la proprieta’ si acquisisce e si dismette. Abbiamo separato i cani dai loro gruppi famigliari e sociali e li abbiamo resi nostri dipendenti. Divide et impera: la violenza piu’ vecchia del mondo.

 

S -Si può parlare di canile come istituzione totale? Se si’, per quali motivi secondo te?

 

D – Il sociologo Erving Goffman descrisse in Asylum (1961)[4] le istituzioni totali come luoghi chiusi in cui ampi gruppi di individui si ritrovano isolati dalla società, vivono e lavorano in regime forzato. Sono regolati da uno staff che spersonalizza l’internato eliminandone l’identità precedente tramite standardizzazione e privazione.

Vengono riconosciute istituzioni totali per umani i carceri per i pericolosi intenzionali, i manicomi per gli incapaci pericolosi, gli orfanotrofi e le case di riposo per gli incapaci innocui, i conventi come luoghi di ritiro volontario e le caserme, le navi e le basi militari per scopi strumentali dettati dalle stesse istituzioni.

Le caratteristiche principali riscontrate riguardano le attività (lavoro, sonno, svago) che si svolgono nello stesso luogo e sotto una direzione unica: il ritmo coatto che scandisce ogni fase della vita in quanto frutto della programmazione e regolazione operata da un sistema di regole formali: la spersonalizzazione conferita dalle pratiche vigenti, come l’uso della divisa, il taglio dei capelli o l’essere chiamati con un numero. Usi e costumi dell’organizzazione che mirano a discipliare il prigioniero, finendo per annientare nel profondo il se’. Infine ci sono le barriere fisiche che determinano il raggio d’azione, dato che gli istituzionalizzati sono circondati da ostacoli permanenti che impediscono i contatti con il mondo esterno.

Goffman analizza la “carriera morale” dell’internato, descrivendo il processo di adattamento e la progressiva istituzionalizzazione che porta alla perdita di autonomia. Michel Foucault[5] pone l’accento sul disciplinamento impartito nelle e dalle istituzioni totali per mano di un potere pervasivo e gerarchico che controlla ogni aspetto della vita. Basato sul modello del panopticon, questo sistema mira a creare corpi docili, trasformando gli internati attraverso la sorveglianza continua e la normalizzazione. Il filosofo francese individua un potere disciplinare che va oltre la coercizione per agire in modo cellulare attraverso la sorveglianza gerarchica educando le condotte.

Il carcere dunque rappresenta e incarna un modello posto in un luogo in cui l’architettura rende il potere visibile ma inverificabile, provocando un’auto-sorveglianza automatica. Resi i corpi docili, e’ piu’ facile raggiungere l’obiettivo di formare remissivita’ pronte per la riproduzione sociale e la sottomissione, essendo passati attraverso la gestione del tempo e dello spazio. Foucault sottolinea il meccanismo evolutivo del potere che si unisce al sapere, denunciando il ruolo delle istituzioni totali: micro-sistemi che riflettono una più ampia strategia di controllo e di normalizzazione del comportamento umano.

Ora: nei canili gestiamo i cani confinandoli in pochi metri quadri, facendoli uscire (laddove capita) con una corda al collo o ai fianchi, fornendo loro cibo ottenuto dallo smembramento meccanicizzato di altri animali, sterlizzandoli ed evitando accoppiamenti, impostando regole di (a)socialita’, addestrando ed educando i cani di nessuno con lo scopo di renderli “cani di qualcuno” disposto a rivendicarne la proprieta’. Se stanno morendo nei box dei canili, li preleviamo per procurare loro una morte medicalizzata negli ambulatori.

Eppure, a differenza delle gestioni lucrative, i canili di tipo solidaristico sono istituzioni totali atipiche, che si muovono in un’anomalia che merita di essere indagata: quando l’interesse del carceriere tende alla scarcerazione del carcerato, allora viene minata dall’interno la funzione repressiva e falsamente riabilitativa del carcere/canile, il quale non perde la sua dimensione totalitaria, ma può attenuare la sua azione punitiva o addirittura agire per evitare l’internamento.

 

 

S – Esempi di agentività/resistenza canina.

 

D – Parlare di resistenza canina ci permette di vedere qualcosa in più dei cani, che altrimenti non vedremmo. Si vede la resistenza dei cani ogni volta che uno di loro si rifiuta di obbedire a una richiesta, ogni volta che qualcuno morde chi lo maltratta, ogni volta che qualchedun altro fugge da un recinto. E specularmente si puo’ vedere, se lo si sa fare, la resistenza canina ogni volta che un accalappiatore mette mano al cappio, ogni volta che un allevatore predispone “fattrice” e “stallone” all’accoppiamento, ogni volta che un box viene chiuso con lui o lei dentro. Il conduttore non avrebbe bisogno di uno strumento di conduzione se i cani fossero delle macchine prive di pensiero oppositivo. Ogni azione comporta una reazione. I cani non solo interagiscono: reagiscono!

La resistenza umana può svilupparsi in maniere che ci sembrano piu’ complesse perche’,in quanto umani, condividiamo precisi codici di comunicazione e perche’, a fronte dello strapotere raggiunto, riusciamo sovente ad organizzarci su scale più vaste. Con quella animale, tuttavia, condivide molti più aspetti di quanto si possa immaginare. Per esempio, la maggioranza delle azioni di resistenza umana e animale si realizza a un livello ordinario: rallentamento dei ritmi lavorativi, incremento del numero delle pause, opposizione silenziosa all’esecuzione degli ordini, messinscena in cui si finge di non sapere come si debba svolgere un determinato compito. Come gli operai scioperano non solo e non tanto per iniziativa sindacale, cosi’ le mucche “da latte” sono maestre nel rallentare le operazioni di mungitura e cosi’ i cani fanno letteralmente impazzire i proprietari, portandoli a compiere punizioni, abbandoni e percorsi onerosi di addestramento o educazione. La retorica secondo cui la mancata comprensione e accettazione del comportamento canino dipendano esclusivamente dalla cattiveria umana e’ ascrivibile ad un pregiudizio, se non ad una vera e propria discriminazione, che trascura la costante ribellione canina.

Le orche del parco acquatico Sea World si prendono delle pause durante gli spettacoli. Gli elefanti nei circhi si “scordano” spesso e volentieri di come vadano eseguiti certi numeri. Gli oranghi negli zoo amano dare la schiena al pubblico. Possiamo comprendere molto bene questi gesti, dal momento che sono gli stessi che mettiamo in atto anche noi nei nostri posti di lavoro, nelle nostre affaticate relazioni. La domanda diventa: perche’ persino il progressismo cinofilo, oggi in gran voga, stenta a riconoscere agency agli stessi cani dei quali pretende d’interpretare magistralmente bisogni e desideri?

Permane una sorta di miopia che impedisce il riconoscimento della soggettivita’ resistente dei cani. Infinite e continue sono le disobbedienze, i raggiri, i morsi, le evasioni, le false accondiscendenze, le recalcitranti collaborazioni che avvengono davanti ai nostri ciechi occhi di “pet mate” piu’ o meno responsabili.

I cani tendono trappole emotive costruite ad arte, veri e propri inganni all’umano di riferimento. Lo fanno generalmente per ritagliarsi quei momenti di autonomia che non vogliamo nemmeno concepire, per disporre delle loro vite integralmente. Da parte mia, quando ho iniziato a notare quanti e quali adeguamenti relazionali al padrone venivano programmati e attuati dai cani, ho iniziato a distinguere meglio quando i cani accettano in modo altamente resiliente una circostanza, da quando esprimono chiaramente segnali di limite.

Mi viene voglia di raccontare di alcune accondiscenze ingannevoli, come mi prende un’incontenibile ispirazione nel ricordare tra me e me alcune incredibili e irraccontabili operazioni di distrazione a cui mi e’ parso di assistere nei canili. Mi limito a citare Larry, il setter che fuori nello sgambatoio andava a caccia di farfalle, come se stesse cercando di catturare insetti che non c’erano. Le diagnosi di patologia neurologica ricorrente non mi hanno mai convinto: osservavo con partecipazione quel suo inseguire l’immaginario in corse sfrenate e sregolate. Ero certo che attingesse a dimensioni della mente, simili a quelle di chi legge romanzi, per contrastare i penosi fattori ambientali. Larry praticava un’efficiente estraneazione dal contesto privativo in cui era costretto. Una volta uscito dal canile-rifugio, Larry smise definitivamente di farlo.

 

 

S – So che recentemente, insieme ad altre persone, vi state occupando della campagna NoRa no-razzismo animale. Puoi raccontare qualcosa su questo progetto? Ci sono iniziative in programma da condividere?

 

D – Nora nasce come progetto di contrasto alla produzione canina per affrontare uno degli aspetti potenzialmente piu’ rivoluzionari: sovvertire l’idea e le pratiche secondo cui i cani siano costruiti dall’umano per l’umano significa affermare che i cani esistono in se’ e per se’, indipendentemente dalla funzione che viene loro attribuita. L’obiettivo della campagna è mettere in discussione la percezione del cane a partire dalle false credenze che circolano fra gli addetti ai lavori prima ancora che nell’opinione pubblica. La mercificazione dei cani viene candidamente accettata e cio’ produce effetti devastanti, per lo più nascosti e prima d’ora del tutto incontrastati.

Un deciso “no” al razzismo animale diretto alla cinofilia delle razze, ossia a quel modello economico e culturale che vede i cani (e le specie cosiddette domestiche suddivise in razze), frutto esclusivo della selezione umana, creati a suo uso e consumo. Un’opposizione specifica al dominio e all’oppressione che si riversano sugli animali in vari campi di sfruttamento. Una forma di lotta ascrivibile all’antispecismo e alla liberazione animale che si battono contro il sistema che ha contribuito alla genesi e alla diffusione del concetto stesso di razza anche in ambito umano, con le sue aberrazioni come la segregazione razziale, le sterilizzazioni forzate, le leggi anti-mescolanza, le ricerche eugenetiche improntate alla restaurazione e conservazione della razza che si autoproclama padrona.

Il focus della critica e della mobilitazione e’ posto sugli allevamenti di animali che mettono in atto quello che possiamo considerare un razzismo nel razzismo, perché organizzano e realizzano la sofferenza degli animali non umani, separandoli in un arcipelago di isole genetiche tra loro distinte, funzionali e suddivise per caratteri fisici e comportamentali.

Oltre 400 “razze” canine commercializzate e selezionate nell’ottica di un presunto “miglioramento”, con criteri che riguardano l’estetica e la capacità di svolgere un particolare lavoro al servizio dell’umano, mai nell’interesse dei cani. La salute stessa dei cani è stata sempre subordinata a questi scopi, come dimostrano i recenti scandali legati ad Enci[6] e le corse ai ripari di fronte alle accuse di veri e propri maltrattamenti genetici. Attraverso la selezione, i cani sono condannati a convivere con patologie di ogni genere e sorta. Patologie causate, è utile ribadirlo, dall’opera di selezione dell’umano, da pratiche violente quali le inseminazioni artificiali o gli accoppiamenti forzati, compresi quelli tra soggetti imparentati tra loro.

Chi ne trae vantaggio, oltre ovviamente all’industria zootecnica, di cui anche gli allevamenti di cani di razza sono parte a tutti gli effetti, è da un lato la mastodontica industria del pet, ovvero quella che si definisce “pet-economy”, dall’altro quella che invece possiamo definire “vet-economy”, ossia quel comparto di medicina veterinaria privata, laboratori di genetica e facoltà universitarie, i cui fatturati sono enormemente influenzati da diagnosi e cura delle cosiddette patologie di razza, con terapie e interventi e diagnostica che sono il cuore di questa industria. Ne traggono dunque vantaggio quelle stesse istituzioni che pur di difendere il lavoro del settore zootecnico sono pronte ad accusare di irresponsabilità le persone “proprietarie” dei cani e gli allevamenti abusivi, colpevoli di non rispettare le linee guida ufficiali (di Enci) e di vendere “prodotti difettosi”. Quelle stesse istituzioni continuano a negare che sia la selezione genetica ad aver prodotto razze potenzialmente pericolose o problematiche, nonostante sia ormai chiaro e dimostrato. In ogni canile d’Italia si riscontra una netta prevalenza dei cani di razze o simil-razze soggette alle stesse problematiche, al di là delle fasulle certificazioni di idoneita’ fornite dai pedigree.

La liberazione dei cani dal razzismo e’ un’assoluta priorita’. Per partecipare alle prossime iniziative di Nora, vi rimando al sito.[7]

Intervista a cura di Sarvega


[1]La “terza ondata di domesticazione” canina, studiata dai ricercatori dell’Università di Linköping, indica un’evoluzione biologica e comportamentale recente dei cani che si adattano alla vita urbana e domestica. A differenza del passato, secondo le ricerche i cani moderni svilupperebbero una maggiore socievolezza, amichevolezza e una maggiore capacità di vivere in casa, diventando compagni piuttosto che animali da lavoro.

I -controversi- punti chiave:
l’adattamento moderno (il passaggio da ruoli di lavoro  alla vita sedentaria in appartamento spinge i cani a diventare più socievoli, riducendo l’istinto di allerta costante); il cambiamento biologico (un’evoluzione non solo comportamentale, ma anche biologica); il ruolo nel contesto urbano (l’urbanizzazione e la crescente necessità di animali “da compagnia” premiano l’adattamento e reprimono il disadattamento, rendendo i tratti meno collaborativi disadattivi).

[2]

Tutto e il Contrario di Tutto” è il titolo della trilogia di Georges Ivanovič Gurdjieff, che include “I Racconti di Belzebù a suo Nipote” 1950, “Incontri con Uomini Straordinari” 1963 e “La Vita è Reale solo quando io sono” 1978. Opera di vita che mira a distruggere le false credenze e a presentare una visione del mondo e dell’essere umano, basata sul risveglio della coscienza e sulla ricerca di una vita autentica attraverso il “Quarto Cammino”.

[3]“La principessa spettro” è un film d’animazione del 1997 scritto e diretto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli. Ambientato in una versione fantasy del Giappone del tardo periodo Muromachi racconta in forma di mito l’inevitabilità dello scontro fra uomo e natura, si incentra sulla lotta tra i guardiani sovrannaturali che proteggono una foresta e gli umani che, sfruttandone le risorse, la stanno lentamente distruggendo.

[4]

“Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza” 1961, è un’opera fondamentale del sociologo Erving Goffman. Il libro, tradotto in italiano con prefazione di Alessandro Dal Lago e postfazione di Franco e Franca Basaglia, è stato cruciale per la riforma psichiatrica, mettendo in luce la resistenza dei pazienti e la necessità di una prospettiva sociologica che vada oltre la retorica scientifica o terapeutica.

[5]

“Sorvegliare e punire. Nascita della prigione” 1975 è un’opera fondamentale di Michel Foucault che analizza la transizione dai supplizi pubblici alla prigione moderna, mostrando come la punizione si sia spostata dal corpo del condannato all’anima, attraverso tecniche di disciplina, sorveglianza e controllo che mirano a rendere gli individui docili e utili. Il libro traccia la genealogia del sistema carcerario, evidenziando come la prigione non sia solo un luogo di detenzione, ma un meccanismo di potere che produce delinquenza, attraverso la sorveglianza, la classificazione e l’esame.

[6]

L’Ente nazionale cinofilia italiana, in acronimo ENCI, è un’associazione italiana fondata nel 1882 per la gestione della cinofilia che si occupa della catalogazione delle razze canine, di tutti i cani con pedigree presenti in Italia e dell’organizzazione e gestione di eventi nazionali e internazionali di sport cinofili. Oggi incaricata,dal Ddl 1572 di istruire, testare e valutare – in regime di monopolio – tutti i cani ritenuti potenzialmente pericolosi sul territorio nazionale.

 

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