Ogni società sceglie quali competenze trasmettere ai propri figli.

Se per i romani bisognava padroneggiare perfettamente la retorica, le arti della persuasione, ma anche la musica e l’astrologia, oggi le scuole ancora faticano a trovare la quadra tra saperi tradizionali quali leggere, scrivere e far di conto; competenze trasversali che camminano in bilico tra impegno civico e educazione alla legalità; nuove tecnologie e loro utilizzo.

Ci sono però una serie di competenze più sottili, che si apprendono vivendo, e che vengono perseguite a vari livelli da più generici attori sociali adulti: riconoscere quando una conversazione sta per interrompersi; capire da un’espressione del volto se qualcuno desidera intervenire o rimanere in silenzio; attendere il momento giusto per parlare; orientarsi in una città sconosciuta; restare immobili davanti al mare senza cercare qualcosa da fare; approcciarsi alla musica in modo organico anziché normativo.

Nessuna di queste capacità compare esplicitamente nei programmi scolastici, eppure ogni civiltà dedica una parte enorme delle proprie energie a trasmetterle. Questo alla fin fine è il più significativo motore di trasformazione che abbiamo, modificare il tempo dedicato all’esercizio di determinate e specifiche competenze, a scapito di altre.

Le priorità sono poi spesso legate ad alcune evoluzioni tecniche molto impattanti. L’invenzione dell’automobile ha trasformato il rapporto con la distanza. La televisione ha modificato la vita domestica. Internet ha cambiato la circolazione della conoscenza. Ogni innovazione fa sì che alcune abilità diventino centrali, mentre altre si esercitino più raramente. È un processo normale, la questione però è capire ciò che accade alle competenze che smettiamo di allenare. Ciò che viene praticato tende a consolidarsi, ciò che non viene esercitato perde precisione. Vale per la scrittura a mano, per una lingua straniera, per uno strumento musicale. Vale anche per il modo in cui osserviamo il mondo.

Negli ultimi vent’anni il tempo trascorso davanti agli schermi è aumentato in modo consistente in quasi tutte le fasce d’età. Parallelamente si sono moltiplicati gli studi sulla qualità dell’attenzione, sulla frammentazione della concentrazione, sulla riduzione del gioco libero infantile, sulla progressiva rarefazione delle occasioni di incontro non mediate da dispositivi digitali. Attraverso lo schermo tutto ciò che prima apparteneva alla sfera dell’esperienza fisica ha lasciato il posto al mero passaggio di informazioni, che si è voluto sempre più rapido, privo di odori, di spessore, di sapore. Neutro. Virtuale.

Così è accaduto che una parte crescente della nostra formazione si sia spostata verso ambienti progettati per ottimizzare la velocità di accesso alle informazioni, informazioni che a loro volta hanno sostituito oggetti reali, fisicità, corpo. La presenza è diversa, ha dinamiche tutte sue e tempi di consapevolezza dettati da meccanismi diversi. Riconoscere la qualità della luce durante il giorno. Seguire il ritmo di una conversazione o meglio ancora di una relazione. Osservare il contesto come un marinaio conosce la corrente prima di affrontare un approdo. Sostare in una piazza senza una funzione precisa. Lasciare che un paesaggio modifichi la qualità del pensiero. Accettare che alcune domande rimangano aperte.

Questi gesti costituiscono il terreno sul quale si formano l’empatia, la cooperazione, la capacità di interpretare il comportamento altrui, la creatività.

In questo ambito il percorso dell’arte contemporanea assume un significato diverso da quello che gli viene generalmente attribuito. Negli ultimi trent’anni numerosi artisti hanno dedicato sempre meno energie alla produzione di oggetti e sempre più attenzione alla costruzione di condizioni nelle quali potessero accadere incontri, relazioni, scambi, convivenze temporanee, esperimenti sociali, occupazioni dello spazio pubblico, laboratori condivisi.

Molti osservatori superficiali hanno interpretato questa trasformazione come una presa di distanza dall’opera, ma più che rinunciare a qualcosa gli artisti che hanno scelto questi linguaggi volevano riconquistare un terreno altrimenti irrevocabilmente perduto.

Esperienze di questo tipo hanno iniziato a esercitare capacità che la società stava praticando sempre meno. Le residenze artistiche hanno creato spazi vuoti di riflessione e relazione. I laboratori hanno ricostruito forme di apprendimento fondate sull’osservazione reciproca. Le opere partecipative hanno chiesto a individui comuni di assumersi la responsabilità di creare qualcosa che potesse essere definito arte. Gli interventi nello spazio pubblico hanno dato centralità all’incontro e alla conversazione. L’oggetto finale rappresentava soltanto una delle conseguenze possibili. La materia principale era il comportamento umano.

Il mondo contemporaneo, poi, quello economico e divoratore a cui siamo abituati, ha preso consapevolezza di questo bisogno e lo ha trasformato in prodotto commerciale. Fare esperienza di qualcosa significa rispondere al bisogno di recuperare saperi, modalità, stili di vita che il mondo di oggi raramente consente, per gratificare bisogni non solo intellettivi ma fisici.

Gli artisti avevano iniziato a esplorarne il valore antropologico molto prima. L’artista spesso lavora in territori dove il linguaggio non è ancora all’altezza di descrivere ciò che sta accadendo, per questa ragione molte opere vengono comprese soltanto più tardi, il loro tempo raramente coincide con quello del dibattito pubblico.

Gli aruspici, nel mondo romano, erano tenuti in grande considerazione. La loro funzione era quella di interpretare le viscere degli animali. Mettevano il naso dove nessun altro avrebbe osato farlo, per far emergere segni che poi loro stessi interpretavano. Quel sapere contribuiva a orientare decisioni collettive spesso di grande portata.

Tornando all’arte, l’opera rappresenta soltanto la parte visibile di un’indagine molto più ampia. Prima dell’opera esiste un lungo esercizio di osservazione. Esiste il tentativo di riconoscere mutamenti ancora privi di nome. Esiste la costruzione di immagini capaci di rendere condivisibile ciò che fino a quel momento apparteneva soltanto all’intuizione. Forse è proprio questa la funzione pubblica che gli artisti stanno lentamente recuperando. Anticipare il presente, abitando quartieri, situazioni, risvolti dell’animo umano che hanno la necessità di trovare spazio e rappresentazione. La loro responsabilità riguarda la manutenzione delle facoltà attraverso cui una società continua a riconoscere se stessa mentre cambia.

Ogni epoca inventa strumenti. Molte meno riescono a conservare le qualità umane necessarie per usarli con intelligenza. È su questo terreno che il contributo degli artisti non appartiene più esclusivamente all’arte, ma diventa una questione che riguarda la politica, l’educazione e l’organizzazione della vita collettiva.

Una società che riconosce questa funzione coltiva la propria capacità di comprendere non solo ciò che è, ma anche ciò di cui ha bisogno.

Cristina Fiore e Andrea Penzo

www.penzofiore.it

Cover di Loris Tagliapietra

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