
All’interno del vasto corpus metodologico della BTE l’Autocaptazione terapeutica rappresenta una pratica fondamentale e per certi versi esemplare, perché permette di comprendere la specificità e le caratteristiche di un intervento di psicoterapia BTE e perché richiede di saper padroneggiare diverse mappe e metodi della BTE. Per questo, oltre che una pratica in sè, l’Autocaptazione terapeutica può dirsi un intervento applicativo integrativo di buona parte della metodologia BTE.
Il presente scritto è composto delle seguenti parti:
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AUTOCAPTAZIONE TERAPEUTICA IN BTE
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CONTESTO E ANTECEDENTI DELLA SEDUTA
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TRASCRIZIONE DELLA SEDUTA
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ANALISI E COMMENTO DELLA SEDUTA
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BIBLIOGRAFIA
AUTOCAPTAZIONE TERAPEUTICA
Nell’Autocaptazione terapeutica il terapeuta BTE, per orientarsi nella comprensione del processo terapeutico in corso e saper scegliere come intervenire, potrà infatti avvalersi della Mappa degli 8 Pilastri della trasformazione e delle 4 Fasi dialogiche (ma potrà anche tenere conto delle Chiavi di consapevolezza e della Mappa dei 7 dualismi). Potrà inoltre ricorrere a diverse opzioni metodologiche e tecniche: offrire metafore e parole magiche, fare domande e affermazioni riconducibili alle 5 categorie maieutiche (e all’occorrenza mettere in atto tocchi, soffi, suoni, ecc…). Tutto questo nel rispetto della creatività terapeutica, messa al servizio del paziente e dell’unicità di ogni singolo processo terapeutico per come si manifesta momento per momento.
Le diverse mappe, infatti, costituiscono un insieme di strumenti teorici, che permettono al terapeuta di orientarsi attraverso lo svolgersi del processo, per riconoscerne i passaggi più salienti, presupposto imprescindibile per un agire terapeutico appropriato e tempestivo. Analogamente gli strumenti metodologici e tecnici non sono scelti e applicati in modo aprioristico, ma costituiscono un corpus, a cui il terapeuta BTE sa di poter attingere selettivamente, nel corso dello svolgersi del processo terapeutico, per facilitarne l’evoluzione, passo dopo passo, in una direzione trasformativa.
La pratica vera e propria può essere suddivisa in due macro-momenti (che possono anche essere ricorsivi nel corso di una stessa seduta):
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Il terapeuta invita il paziente a verbalizzare il proprio vissuto nel qui e ora, presidiando la persistenza del contatto sui cinque livelli (livello fisico, energetico, emotivo, mentale, transpersonale). In altri termini il terapeuta invita il paziente a osservare e a restare in contatto con ogni contenuto che percepisce a livello di sensazioni, emozioni, desideri, immagini, pensieri, ecc…, e a darne espressione attraverso il linguaggio verbale e non verbale: parole, ma anche suoni e movimenti.
Questa fase consente l’emersione di un contenuto, ovvero del materiale grezzo, che fornisce al terapeuta le informazioni di base da cui partire per lavorare più in profondità nella seconda fase del lavoro.
La persistenza del contatto sui cinque livelli permette al paziente di sperimentare in modo quanto più integrale la propria esperienza nel qui e ora e/o rispetto al tema che intende esplorare, sulla base del presupposto che un processo trasformativo è tanto più profondo quanto più è in grado di coinvolgere l’interezza organismica del corpo- mente del paziente.
Con riferimento alla Mappa delle quattro fasi dialogiche questa fase permette di chiarire il contesto e di svolgere il testo.
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Nella seconda fase l’intento terapeutico della pratica si focalizza sulla facilitazione della realizzazione di un processo profondamente trasformativo (Ciclo secondario), che si attua proprio a partire dalla persistenza del contatto con l’esperienza del qui e ora (contatto), da cui può emergere la mobilizzazione delle energie ferme (mobilizzazione) e il loro reindirizzamento (direzione) in una direzione trasformativa (trasformazione). Si ricorda a tale proposito che, qualora nel corso di una seduta non fosse possibile realizzare il Ciclo secondario, è sempre possibile per il terapeuta facilitare nel paziente la realizzazione del Ciclo primario (osservazione, accettazione, consapevolezza) che permette al paziente di sapere dove si trova rispetto a una certa tematica, e di concludere una gestalt, anche in assenza di un processo trasformativo profondo, che potrà magari essere affrontata in un secondo momento.
Con riferimento alla Mappa delle quattro fasi dialogiche questa fase richiede di Smascherare il pretesto e se il processo si compie, consente una Riorganizzazione del testo di partenza.
Tornando all’intento terapeutico di facilitare la realizzazione del Ciclo Secondario, è fondamentale per il terapeuta riuscire a riconoscere e/o agire alcuni passaggi, che possono essere così riassunti ed esemplificati:
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Come in tutte le pratiche BTE, dare alimento al campo terapeutico attraverso le modalità che il terapeuta riterrà più opportune anche in base al contesto in cui si trova ad operare (può essere attraverso canti, tocco di Nanà, ma può essere anche un lavoro privato, che accade nell’interiorità e nella presenza del terapeuta). Questo perché ogni processo trasformativo richiede energia per potersi attivare e compiere;
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Come in altre pratiche BTE chiarire la domanda e formulare l’intento.
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Con particolare riferimento all’Autocaptazione teraputica: favorire nel paziente la persistenza del contatto con la propria esperienza, così come vissuta nel qui e ora, in modo il più possibile integrale, tenendo presente la Mappa dei cinque livelli;
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A fronte di eventuali tentativi di fuga dal contatto, o al persistere di resistenze, favorire un processo di osservazione, accettazione, consapevolezza (Ciclo primario) e una conseguente responsabilizzazione del paziente rispetto al suo intento di procedere nel lavoro terapeutico, o scegliere legittimamente di non procedere oltre;
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Riconoscere l’emersione del transe cronicizzato, che si manifesta come interruzione del processo avviato attraverso la persistenza del contatto ed espanderne l’esperienza sui cinque livelli, affinché il transe cronicizzato possa essere sperimentato (e quindi raggiunto) in modo il più possibile integrale;
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Favorire lo svelamento del pretesto che ostacola un possibile processo trasformativo e opera per mantenere attivo il transe cronicizzato;
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Riconoscere l’energia da mobilizzare (cosa il paziente ha bisogno di esprimere e portare alla luce per uscire dall’identificazione con il transe cronicizzato);
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Scegliere e agire nel momento giusto le “strategie-non strategie” per facilitare la mobilizzazione dell’energia bloccata nel transe cronicizzato;
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Riconoscere l’emersione di risorse e analogamente espanderne l’esperienza in modo quanto più possibile integrale, sui cinque livelli;
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Assistere ed eventualmente rinforzare il processo di re-direzionamento e di trasformazione delle energie mobilizzate.
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Proporre una eventuale celebrazione della chiusura del processo e invitare il paziente a radicare l’avvenuta riorganizzazione del testo attraverso un feedback finale.
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Come sarà evidente nell’analisi della seduta seguente, questi passaggi (ad eccezione dei momenti di apertura e di chiusura della pratica) non sono rigidamente conseguenti l’uno all’altro e possono presentarsi ricorsivamente all’interno di una stessa seduta.
CONTESTO E ANTECEDENTI DELLA SEDUTA
Il contesto in cui si è svolta la seduta presa in esame è quella del Seminario condotto dal prof. Pierluigi Lattuada l’11/12 maggio 2024 presso ITI, via Montalbino, Milano, all’interno del Corso di Psicoterapia Transpersonale. Il seminario è stato dedicato all’esplorazione dell’archetipo di Oxossi (Principio Vitale).
Quella che segue è la trascrizione di una seduta con una volontaria del gruppo in formazione
sulla pratica dell’auto-captazione terapeutica nel contesto di un setting individuale.
TRASCRIZIONE DELLA SEDUTA
Terapeuta = T
Terapeuta in formazione/paziente = P Gruppo dei presenti= C (Cerchio)
La numerazione a sinistra della trascrizione della seduta indica le parti in cui è stato suddiviso il testo della trascrizione della seduta per facilitarne l’analisi seguente.
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Paziente e Terapeuta sono seduti su un materassino, uno di fronte all’altro.
T: …Stai qua seduta un attimo prima… non so… Se dici dove sei?
P: Nel limbo. [Ride]. Sto lottando sul confine tra le mie resistenze a buttarmi nel vuoto e [parole incomprensibili] con tutte le forze per evitare di lasciarmi trascinare giù e quindi…[parole incomprensibili]. Il contesto di vita è un periodo un po’ fragile, difficile, e questa cosa, appunto, è la porta che mi ha consentito di accedere a questo contatto di forte desiderio di trasformazione e di cambiamento e allo stesso tempo una grande paura.
T: Esatto. Perché, se confermi quello che era, alla fin fine non sei arrivata a dire sì. So che dovrei buttarmi e lasciarmi andare nel vuoto, ma no. Siamo qua. Giusto? Però a che cosa dedichiamo questo lavoro? Stante questo punto, cioè, sono in questo periodo fase di vita dove so che dovrei lasciarmi andare nel vuoto, ma no.
P: Prima durante il cerchio di…viaggio sciamanico ho portato l’intento di ritrovare la mia natura, inteso non quella che ero prima, ma me stessa nuova, avere proprio la fiducia di superare questo…uscire dalla mia zona comfort, superare quella che è la S. vecchia e aderire alla nuova me stessa, quella autentica.
T: Ritrovare la tua natura e aderire alla S. autentica.
P: Eh.
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T: Vieni qua, va.
[La paziente si sdraia sul materassino, supina con la testa rivolta verso il terapeuta, che resta seduto a terra, dietro la testa della paziente. Il terapeuta appoggia entrambe le mani sotto la nuca della paziente, mettendo in atto il tocco di Nanà (Arte del dono di sé)].
T: Ovviamente siamo, non dico vincolati, ma in qualche modo ci muoveremo all’interno della struttura che ci siamo dati dell’Autocaptazione, anche se potrebbe magari essere stato necessario qualcos’altro. Mi sembra che ci stia bene l’Autocaptazione.
[Tutto il cerchio, compreso il terapeuta, intona un canto cerimoniale, che informa il campo e apre il lavoro]
C: Oi daime força pelo amor de Deus meu Pai, oi daime força pelos trabalhos meus 3Volte
[Trad.: dammi forza per l’amor di Dio, mio Padre. Dammi forza per i miei lavori]
T: Quindi reduce dai miei travagli…sono in questo viaggio di ritrovare l’avventura e incontrarmi con la mia vera natura. Non so bene cosa incontrerò in questo viaggio, ma so che sto enunciando l’intento perché questo possa avvenire. Sento l’abbraccio di Madre Terra, sento che sono sostenuto. Qualsiasi cosa io possa vivere, posso percepire questo abbraccio, questo silenzioso, presente, amorevole vuoto, che emana la sua disponibilità incondizionata a sostenermi e a nutrirmi. Cercherò di considerarti, Madre, di sentirti Madre nel mio viaggio, di non dimenticarmi di te, così come il [parola incomprensibile] soffio, Madre della libertà, principio, soffio che mi abiti ti sento e mi lascio attraversare da te. Ti sento [parola incomprensibile] la mia anima, ti sento suggerirmi di venire con te, lasciare tutto e seguirti. Cercherò di tenere la tua mano per non perdermi nel viaggio. E guardo questo fiume della coscienza, che mi porta verso me stessa, guardo le sensazioni, le emozioni, i pensieri le memorie, i ricordi, sogni, fantasie, paure. Qualsiasi sia il contenuto che mi stai offrendo io lo osservo e lo racconto, racconterò al presente senza giudicare o selezionare quello che mi stai portando.
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P: Percepisco il mio corpo come adagiato sulla terra in modo storto. C’è una parte, la parte destra dritta… e tutto il fianco sinistro distorto.
T: Parte destra dritta, fianco sinistro storto.
P: Come se la parte destra fosse appoggiata…la parte destra, tutto il lato destro è appoggiato, dritto, si affida. E invece per la prima volta sto come leggendo questa mia posizione come se la parte sinistra fosse…
T: Bene questo è interessante. Il mio conflitto tra lasciare andare e trattenere lo sto sentendo scritto nel corpo. E anche sto sentendo una buona cosa: che una parte è già pronta, già si sta lasciando andare. Quindi posso dedicarmi a te parte sinistra che resisti, vengo lì e ti guardo amorevolmente, mi avvicino a te e osservo. Dimmi…
P: [Con voce flebile e tremante] Solo a sentire la parola “guardo” mi torna un gonfiore alla testa e… le pelvi si chiudono, tutto il primo chakra si chiude se resto.
T: Aspetta, aspetta…intanto ho visto che c’è una zona di comfort che è la mia parte destra, dove posso stare adagiata e anche trovare una tregua. E ho visto che c’è un confine, dove se solo metto fuori la testa… boom… succede un po’ di tutto. E allora… io intanto sono lì. Il confine so che, non solo che posso esplorare un po’, ma che è quello che ho deciso e ho scelto in qualche modo, per cui… magari posso trovare una distanza di sicurezza da cui guardarti parte sinistra…
P: Attraverso il respiro.
T: Attraverso il respiro. Padre, anzi Madre della libertà in questo caso, Madre della Libertà, attraverso il respiro io posso magari sentire anche che questo mio abbandono piacevole piano piano si spinge nelle zone oscure più a sinistra, oppure posso anche ascoltarti così protetta dal respiro e curiosare un po’, magari chiederti anche da lontano “Cosa posso fare per te, parte sinistra? Ti piacerebbe venire con noi nell’abbandono? Cosa ti impedisce di farlo?”
P: [Respira affannosamente]
T: Tranquilla, hai tutto il tempo che vuoi, sai? Puoi anche stare così alla fin fine, se lo preferisci. Non è che ti vogliamo meno bene per questo.
P: [Il respiro si acquieta]
T: Se vuoi, la mano è tesa. Se vuoi pian piano lascio che con il soffio l’abbandono, la fiducia, piano piano ti
pervada, con delicatezza, senza fretta.
P: [Con voce tremante e flebile] È un misto tra impotenza, rabbia, paura. Sento una vibrazione dietro la…nella parte posteriore.
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T: Mmm… Impotenza, rabbia, paura. Se scegliessimo la rabbia come sarebbe? P: Spaccherei tutto.
T: Spaccheresti tutto. Proviamo a sentirla questa forza. Vedi se puoi permetterti di sentire la forza che spaccherebbe tutto. Dato che è un mio alleato il respiro posso chiedere al respiro di prendere questa forza e cominciare a esprimerla con il suono. Ssssh
P: [Respiro affannato. Voce tremante, piangente] Entra dentro i miei pugni. [Serra i pugni ] T: Mi sembra un buon punto di partenza.
P: [Con voce tremante] Sono i pugni ambivalenti della paura e… della protezione e pugni… della lotta, pugni della rabbia.
T: Sì, sì. Vedi che siamo a un punto cruciale? Perché rabbia, paura e impotenza. C’è la rabbia che vuole esprimersi, la paura di farlo e di conseguenza c’è impotenza. La chiave però è la forza che c’è in questa rabbia, che c’è nei miei pugni. Adesso io posso decidere se voglio fare un passo oltre la rabbia, chiedendomi di ascoltare questa rabbia, … intanto la vado a prendere con il respiro.
P: No, no, no, non la voglio tenere dentro, non me ne frega niente di averla dentro.
T: Appunto. Andiamo a prenderla con il respiro e la portiamo fuori. Il respiro porta fuori ciò che è dentro. È qui, il mio alleato. Comincia a uscire con il suono.
P: [Respira profondamente]
T: È una forza rossa, che esce con il suono dell’espirazione e anche con i pugni. I pugni si contraggono. Puoi tenere fuori i pollici? Provare? Perché così è ambivalente. Se tiri fuori i pollici forse c’è più forza.
P: È che questo lo riconosco.
T: Eh! Però forse…Non volevi andare da quella nuova e vera? Questa qui è quella vecchia. Riesci a fare questo piccolo passaggio? Pugni in fuori.
[Silvia libera i pollici mantenendo i pugni chiusi]
T: Ecco qua la nuova! Questa è la nuova S. Vai! [Si rivolge agli altri partecipanti ] Mi date due cuscini? [Rivolgendosi a P ] Respira. Vediamo…Aiutiamoci con la tecnica. Il respiro… l’espirazione lunga, lunga, lunga, che ssshhh [Espira con forza e rumorosamente]. Anzi posso anche fare quello di Ogun, sai? Tre respiri profondi, al terzo fuori [Compie tre respirazioni brevi, profonde, rumorose e al terzo respiro espira rumorosamente e con forza].
P: [Fa i tre respiri, con l’espirazione del terzo più lunga. Resta stesa sul materassino e con la terza espirazione batte i pugni sui cuscini posti ai lati delle sue braccia]
T: Vai così.
P: [Continua la respirazione in tre fasi] T: E il terzo fuori.
P: [Continua la respirazione in tre fasi e a battere i pugni] Ahia!
T: Aiutiamoci con la tecnica. Mentre dò i pugni contraggo la pancia e spingo la mandibola in fuori [ Emette un suono dalla “seconda bocca” ] Alla fine dell’espirazione. Fuori, contraggo la pancia, spingo la mandibola e do i pugni. Alla fine dell’espirazione. Inspiro. Espiro [emette un suono]. So quello che sto facendo, sto portando la rabbia fuori.
P: [Continua la respirazione in tre tempi con un suono urlato alla terza espirazione]
T: Vai così. Vado così. Madre della Libertà, portami…
[La paziente entra in un processo catartico in cui alterna l’espressione della rabbia con grida a momenti in cui scoppia a piangere. Il terapeuta sostiene la catarsi di rabbia emettendo suoni dalla “seconda bocca”]
T: Finché ce n’è, finché ce né. Attenzione. Fermezza. Madre della libertà, soffio, Portami con te. Fin che ce n’è. Costi quel che costi. La sto facendo fuori, finché ce n’è.
P: [Scoppia di nuovo a piangere]
T: In questo sogno dico tutto quello che devo dire a chi deve sentirlo. Dai dai dai. [ Il terapeuta intona un canto di evocazione della fermezza].
P: [Respira affannosamente e piange]
T: Ah! Ah! Ah!Il soffio, il soffio, Madre della libertà, Madre della Libertà portami con te. P: [Piangendo] Intanto mi scortico la pelle.
T: [Emette suoni in captazione] Meglio fuori, meglio fuori che dentro. Meglio fuori, che ne dici? Andiamo, dai. [Emette un suono] Esci. Apro, apro. Non mi servi più, non mi appartieni. So da dove vieni. Non mi appartieni. [Emette un suono]
P: [Respira affannosamente. Riprende a battere i pugni e a battere anche il bacino. Alterna urla e pianto] T: Ecco! Posso anche fare così… Batto…
P: [Batte di nuovo i pugni e il bacino, urla e poi scoppia a piangere]
T: Sai cosa posso fare? Sollevo e batto giù forte il bacino. Dum dum dum. Fallo rimbalzare giù, ecco così e fuori il suono mentre esce. [Emette un suono] Oh! Oh! Oh!
P: [Riprende a battere i pugni. Il respiro è affannato]
T: Fai così. I pugni anche aiutano, apro il petto, apro la gola. P: [Batte i pugni e poi piange]. Mi odio, mi odio…
T: Cosa ho fatto di male per odiarmi? Cosa ho fatto di male? P: [Si acquieta. Il respiro si calma].
T: Cosa ha fatto di male S. per meritare di odiarsi? Mi sto liberando. Se non mi fermassi a questa tentazione? Ti riconosco tentazione. Ti riconosco Exù. Non ti seguo. Seguo la Madre della Libertà.
Epa ei oyà [Cantando]. Portami con te, Madre della Libertà. Non mi ferma questa tentazione di odiarmi. Non ho fatto nulla di male, non lo merito [parole incomprensibili]. Mi sto liberando dai ciò che mi intossica, che mi ha intossicato e che non mi appartiene.
P: [Sembra voler dire qualcosa] T: Dimmi…Sì?
P: [Ansima] Mi sono bloccata.
T: Come ho fatto? Come ho fatto? Dove? Quale è il pensiero che mi ammala? Quale è quello stupido pensiero che mi blocca?
P: Non riesco neanche a raggiungerlo. È come se si fosse bloccato tutto.
T: Si è bloccato tutto e non so bene. Questo è tipico, questo è il mestiere che fa l’Exù. Si nasconde, si dissimula, blocca, opera per il male, opera per l’odio. [Parole incomprensibili] Dove sei finito? Vieni qua, fatti sentire, fatti vedere. Forse non lo sai, ma io ho deciso di liberarmi di te. I tuoi minuti sono contati. Non hai nessun potere se non quello che ti do. Non lo sapevi, adesso lo sai, ti stai spaventando, perché sai che il tempo sta per scadere. Vero? Vero? Eh? Mi do la colpa per quello che ho subito…
P: Ecco io adesso torno a posto. È finito tutto e me ne vado. [Ansima] T: Sì. Bravo, bravo. È questa la storiella che vuoi raccontare?
P: [Parole incomprensibili]
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T: Ma non c ‘era una guerriera che voleva trovare sé stessa? C ‘è ancora? P: Sì, sì.
T: Ecco allora la chiamiamo.
P: Ho tutto qua.
T: Ok. S.! Cosa sente S.? La guerriera, la cabocla S. cosa sente? P: La cabocla…
T: Cosa sente? [Canticchiando] Cabocla guerreira…
P: La cabocla è guerriera, tira pugni T: E sente cosa?
P: Ma… T: Ma?
P: Sente proprio di essere al posto giusto, di avere tutti i suoi strumenti, di essere posata sulla terra, a gambe large, bella decisa, forte. Pum! Di una potenza di un puma.
T: Così si fa, così si fa. C ‘è una cabocla guerreira assistita dalla forza del puma. P: Sì, sì. Non ha neanche bisogno di scudi.
T: Dai, sentiamo il ruggito di questo puma [emette un suono come un ruggito]. P: Non dobbiamo neanche più combattere.
T: Non dobbiamo più combattere…
P: È proprio… è già tutto a posto. T: È già tutto a posto.
P: È già tutto a posto, lo sento proprio qua, qua. T: Ecco. Sto lì in contatto con questo… cosa…
P: È come…non ho da combattere, è già tutto giusto. T: È già tutto giusto.
P: È giusto perché io sono viva, oggi qui. Io sono formata. T: È giusto perché sono viva, oggi, qui.
P: Sono ferma in quello che è stato il mio intento. E quello che sono oggi – e che non ero ieri – quella che sono oggi è che sono qui, adesso…
T: Eu estoi aqui [Tr.Io sto qui]
P: È proprio una cosa che sento qua e ci ho proprio…
T: Dai stiamo lì in contatto…
P: E sono proprio appiccicata alla terra dove nessuno mi smuove.
T: Mi porti con te? In contatto, in contatto con quello che sento nello stomaco, nel plesso solare, con quella forza del mio potere personale, che mi radica alla Madre Terra. Sono al mio posto, radicata alla Madre Terra e sento il potere, il potere personale…
P: È la mia giusta via, è il mio giusto posto, è la mia giusta vita.
T: Questa è la mia vita, questo è il mio posto, eu esto aqui, io sono qui.
P: Sono qui, sono senza…, sono centrata, sono forte, sono determinata, sono dentro tutte le mie risorse. Sono nel centro che nessuno può smuovere. Dentro quel centro in cui la lotta dei Titani non esiste.
T: Qui la lotta dei Titani è solo un’illusione.
P: Sì.
T: Non esiste.
P: C’è la mia parte più saggia, la mia parte più potente, la mia parte…
T: …che mi parla e mi dice…cara Silvia…Posso prestare la voce alla tua parte più saggia, per aiutare la cabocla? P: Sììì. Mi dice “Che cazzo fai? Dove ti stai perdendo? Quando vai dentro tutte quelle… [sospira]
T: Sì. Ti ascolta. Cabocla saggia, ti ascolto.
P: …quelle cose dove ti perdi. Tu sai chi sei. E quando sei qui non hai bisogno di niente. Sei completa. T: E come posso restare qui, mia Maestra?
P: Stare nel momento presente. Qui e ora. Stare con le tue mani tra le mie, palmi contro palmi. In contatto col mio
Sé, con la mia anima…
T: Come potrò ricordarmi di te?
P: Come potrò ricordarmi di te quando mi sento persa, quando mi perdo nel labirinto? Non dovrei neanche ricordarmi di te. Sei qua. Eppure…mi dimentico.
T: Beh, intanto potrei cominciare ad accettare che può capitare… P: Sì.
T: E poi accettare che tu ci sei, ci sei, sempre. Ti sento. Basta che vengo qua. Ti sento.
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P: Ora sto contattando come il senso – lo so che non ha senso alcuno – avere vergogna di questo lato di forza e di doverlo come… mettere sotto terra, non poterlo esprimere [piangendo] … perché c ‘è una parte dove è giusto, che è parte della mia natura e l’altra invece che dice di no, che non posso, non è giusto [piange].
T: Sì, sì, ma guarda… Adesso ti guardo, tu che dici che non è giusto, da dove vieni? P: Lo so da dove viene.
T: Io ti conosco, conosco la tua storia, sai? Non fare la furba, non nasconderti, guarda che ci sarà posto anche per te [parole incomprensibili] , ma io ti conosco, io ti conosco. Come si può dire che non è giusto seguire la propria natura, la saggezza, la bellezza, la grazia, la presenza, il radicamento?
Si può farlo solo se si è nel lato oscuro. Solo se non mi appartieni, vieni da fuori, viene da chi non sa riconoscere la forza e la grazia dell’essere se stessi. Tu non mi appartieni.
Sì, è vero. Anche da lì forse nasce il mio odio per me stessa, perché io ti ho ospitata, ti ho incorporata, ti ho fatta mia, ma so da chi vieni, so molto bene da chi vieni. Tu non mi appartieni, tu non hai lo stesso potere della mia cabocla, che è qui. Basta sentirla e vederla. Tu sei uno stupido pensiero che viene…
P: Uno stupido pensiero.
T: … Che viene da voci, voci, voci reiterate dal passato…non so bene di chi. P: Ora ti vedo.
T: Ora ti vedo.
P: Ora ti vedo come se fosse più chiaro. Come delle figurine che si sovrappongono, in cui quella più in superficie celava quella posteriore, perché era opaca e non mi faceva vedere niente. Adesso è come se quella in superficie si fosse schiarita, fosse diventata trasparente e vedo un pezzo in più e questo…
T: Ti ho smascherato.
P: E questo pezzo mi fa sentire più… libera, più…[sospira] di respirare.
T: Sto in contatto, sto in contatto. Eccoti qua Madre della Libertà, mi hai portato la libertà. Smascherato l’ombra…
P: …del padre
T: Che non mi appartiene. P: Che non mi appartiene…
T: Io non sono te, io ti vedo e vedo anche che non hai nessun potere, se non quello che io ti ho dato; quindi che tu sia o no, mio padre non ha importanza, non hai nessun potere.
P: Oh! [sospira]
T: Sei come un soprammobile, di quelli un po’ vintage, datati. P: Lo metto lì sulla mensolina.
T: Nei miei ricordi [parola incomprensibile] di quanto io sia ormai altrove… e mi goda il contatto con la Madre della Libertà e la grazia che mi sta portando.
P: I muscoli si sono rilasciati, anche qua dentro la pancia è tutto più libero.
T: [Intona un canto alla Madre della Libertà] …Aquila sono e aquila vado, là nell’altezza, portami Madre della Libertà, vado. Aquila sono e volo nell’altezza, libera, radicata. Questa è la mia natura
P: [Sussurrando] Questo è il mio giusto posto.
T: Io sono qui, io sono questo…Mi sembra che sia un buon posto dove stare. [Tutto il cerchio intona un canto finale: Oxalà meu pai…]
[Silenzio] T: Evviva!
P: Grazie! Grazie a tutti.
T: Grazie a te. Ce l’abbiamo fatta. È stato più facile del previsto.
ANALISI E COMMENTO DELLA SEDUTA
L’analisi della seduta è stata suddivisa nei seguenti passaggi:
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Ascolto della domanda e formulazione dell’intento
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Preparazione del campo e invito alla persistenza del contatto
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Emersione delle prime risorse e del transe cronicizzato
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Mobilizzazione dell’energia della rabbia
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Direzione e trasformazione: il risveglio della “cabocla”
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Un ultimo ostacolo da superare: vergogna del potere personale
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ASCOLTO DELLA DOMANDA E FORMULAZIONE DELL’INTENTO
La seduta inizia con il terapeuta che chiede alla paziente di raccontare “dove” si trova in quel momento. Dal breve racconto della paziente emerge il tema di un conflitto tra desiderio e paura di cambiamento.
P: Il contesto di vita è un periodo un po’ fragile, difficile e questa cosa, appunto, è la porta che mi ha consentito di accedere a questo contatto di forte desiderio di trasformazione e di cambiamento e allo stesso tempo una grande paura.
Nonostante il conflitto dichiarato, questo breve passaggio si conclude con la formulazione di un chiaro intento di cambiamento.
P: Prima durante il cerchio di…viaggio sciamanico ho portato l’intento di ritrovare la mia natura […] superare quella che è la S. vecchia e aderire alla nuova me stessa, quella autentica.
T: Ritrovare la tua natura e aderire alla S. autentica.
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PREPARAZIONE DEL CAMPO TERAPEUTICO E INVITO ALLA PERSISTENZA DEL CONTATTO
Il terapeuta “informa” e nutre il campo terapeutico in vari modi: attraverso il canto cerimoniale di apertura intonato da tutto il cerchio, attraverso il tocco (Arte del dono di Sé: tocco di Nanà) e attraverso Metafore e parole magiche, che riprendono l’intento della paziente e richiamano
nel campo le qualità archetipiche afferenti al Principio di nutrimento (accettazione incondizionata, presenza) e al Principio di libertà.
Esprimendosi in prima persona, il terapeuta invita la paziente a osservare e a esprimere, nel modo più integrale possibile, con riferimento a diversi livelli del Sé organismico, la propria esperienza interiore nel qui e ora:
T: E guardo questo fiume della coscienza, che mi porta verso me stessa, guardo le sensazioni, le emozioni, i pensieri, le memorie, i ricordi, sogni, fantasie, paure. Qualsiasi sia il contenuto che mi stai offrendo io lo osservo e lo racconto, racconterò al presente senza giudicare o selezionare quello che mi stai portando.
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EMERSIONE DELLE PRIME RISORSE E DEL TRANSE CRONICIZZATO
L’osservazione e la persistenza del contatto permettono alla paziente di percepire in modo più integrale il suo conflitto interiore, che trova massima espressione al livello corporeo:
P: Percepisco il mio corpo come adagiato sulla terra in modo storto. C’è una parte, la parte destra dritta… e tutto il fianco sinistro distorto. […] Come se la parte destra fosse appoggiata…la parte destra, tutto il lato destro è appoggiato, dritto, si affida. E invece per la prima volta sto come leggendo questa mia posizione come se la parte sinistra fosse…
Si chiarisce ulteriormente la natura del conflitto sperimentato dalla paziente, che, con riferimento alla Mappa dei sette dualismi, si colloca sul versante lascio/tengo, un dilemma che ci parla di ostacoli alla piena espressione di Sé.
L’intervento terapeutico in questa fase procede cautamente, sostenendo la capacità della paziente di osservare la propria parte difensiva, mantenendo l’attenzione sul confine tra questa e una parte di sé più arresa alla fiducia. Quando emergono in primo piano le difese il terapeuta le accoglie e le rispetta, ma, senza colludere con esse e richiama la paziente alla sua responsabilità. Questo permette alla paziente di riconoscere nel respiro (connesso al Principio di Libertà) una risorsa per procedere nel suo viaggio, risorsa che il terapeuta riconosce e riporta nel campo terapeutico con interventi verbali afferenti alle categorie maieutiche del dissolvere (offre metafore, parole magiche evocative della forza archetipica del Principio di libertà), e dell’espandere:
P: Attraverso il respiro.
T: Attraverso il respiro. Padre, anzi Madre della libertà in questo caso, Madre della Libertà, attraverso il respiro io posso magari sentire anche che questo mio abbandono piacevole piano piano si spinge nelle zone oscure più a sinistra, oppure posso anche ascoltarti così protetta dal respiro e curiosare un po’, magari chiederti anche da lontano “Cosa posso fare per te, parte sinistra? Ti piacerebbe venire con noi nell’abbandono? Cosa ti impedisce di farlo?”
Osservazione, respiro, persistenza del contatto permettono infine alla paziente di entrare in contatto con l’interruzione del processo, che si esprime attraverso rabbia, paura, impotenza e di svelarne il pattern psicodinamico (rabbia – paura della rabbia – impotenza).
Entro questo pattern potremmo dire che, se il vissuto di impotenza rappresenta la manifestazione più superficiale del transe cronicizzato, la paura è il pretesto che mantiene attiva la cronicizzazione e tiene segregato il potere personale della paziente, la rabbia infine è l’energia da mobilizzare.
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MOBILIZZAZIONE DELL’ENERGIA DELLA RABBIA E SMASCHERAMENTO DELL’OMBRA
Riconosciuto che l’energia da mobilizzare è quella della rabbia, il terapeuta, nella successiva parte della seduta, facilita il processo di mobilizzazione della rabbia, attraverso diverse “strategie/non strategie”: riporta innanzitutto nel campo terapeutico il respiro (risorsa già precedentemente riconosciuta dalla paziente), invita la paziente a esprimersi attraverso il suono e interviene egli stesso con interventi di captazione e di espressione attraverso il suono (Sound Mirroring). Invita la paziente a espandere alcuni movimenti spontanei (i pugni, liberare i pollici dai pugni), la invita a introdurre movimenti e soffi più tecnici (movimenti con il bacino, soffio di Ogun, ecc…), dà voce a metafore, parole magiche, canti che alimentano il campo terapeutico delle energie archetipiche di Jansà (forza di liberazione, Principio di libertà) e Ogun (forza rossa guerriera, Principio di sopravvivenza). Il tutto nella direzione di facilitare un processo di liberazione ed emersione dell’energia della rabbia, che infatti si manifesta nella paziente attraverso un processo di catarsi.
Si noti, in questa fase della seduta, anche il riemergere delle difese della paziente: sotto forma di blocco del processo, sotto forma di pianto (espressione emotiva secondaria che depotenzia la forza della rabbia), sotto forma di pensieri disfunzionali. Difese a cui il terapeuta risponde con interventi atti a favorire nella paziente un processo di disidentificazione, agendo nella direzione di smascherare i pretesti, sia sul piano archetipico (smascheramento della figura archetipica di Exù), che cognitivo (T: “Quale è il pensiero che mi ammala? Quale è quello stupido pensiero che mi blocca?”).
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DIREZIONE E TRASFORMAZIONE: IL RISVEGLIO DELLA “CABOCLA”
A questo punto della seduta, dopo il riconoscimento del transe cronicizzato, la mobilizzazione dell’energia della rabbia, interventi atti a favorire la disidentificazione dall’ombra, al terapeuta basta ricordare alla paziente il suo intento iniziale, perché l’energia, ormai liberata e disponibile, trovi naturalmente la sua direzione nel risveglio del potere personale della paziente, che dal punto di vista archetipico, si riflette nella figura della cabocla, la guerriera della foresta, salda nel suo radicamento alla terra, consapevole della sua forza, accompagnata da un puma, guerriera talmente sicura di sé che può permettersi di deporre le armi e di godere di essere viva (Principio vivente di Oxossi).
Il terapeuta, in questa fase del processo offre suggestioni per espandere l’esperienza della paziente e la invita alla persistenza del contatto con il nuovo stato di coscienza e le sue risorse, perché si radichi in modo più integrale possibile.
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UN ULTIMO OSTACOLO DA SUPERARE: VERGOGNA DEL POTERE PERSONALE
Il processo di guarigione e di pulizia degli elementi di ombra è un viaggio spiraliforme e a strati. In questo caso potremmo dire che il lavoro di liberazione energetica attivato fin qui, permette l’emergere di un nuovo elemento dell’ombra, di un altro aspetto del transe cronicizzato, pronto per essere “liberato”, elemento che si esprime come vergogna del proprio potere personale.
P: Ora sto contattando come il senso – lo so che non ha senso alcuno – avere vergogna di questo lato di forza e di doverlo come… mettere sottoterra, non poterlo esprimere [piangendo] … perché c ‘è una parte dove è giusto, che è parte della mia natura e l’altra invece che dice di no, che non posso, non è giusto [piange].
Si noti che la vergogna è connessa a ferite che interessano il potere personale e il terzo chakra (Judith, 1998) e che i riferimenti della paziente a ciò che è giusto e non è giusto, rimandano da
un punto di vista archetipico al Principio di Giustizia (archetipo di Xangò), anch’esso collegato
al potere personale e al terzo chakra.
Il terapeuta, anche in questa fase della seduta, interviene per favorire nella paziente un processo di disidentificazione.
T: “Come si può dire che non è giusto seguire la propria natura, la saggezza, la bellezza, la grazia, la presenza, il radicamento? Si può farlo solo se si è nel lato oscuro. Solo se non mi appartieni, vieni da fuori, viene da chi non sa riconoscere la forza e la grazia dell’essere se stessi. Tu non mi appartieni.
È suggerito un processo di disidentificazione sul piano cognitivo (T: “Tu sei uno stupido pensiero che viene…”) e, introdotto dalla paziente stessa, sul piano della storia personale (si vedano i riferimenti al padre).
La disidentificazione dallo spazio della vergogna permette alla paziente di tornare in contatto con il proprio potere (Principio di giustizia) e la propria libertà (Principio di Libertà).
Il terapeuta anche in questa parte finale della seduta invita la paziente alla persistenza del contatto con lo spazio delle sue risorse e offre parole magiche per rafforzare il processo di disidentificazione con l’ombra e il radicamento nell’esito finale del processo terapeutico, che si conclude con un momento celebrativo e di ringraziamenti.
Delmonte G., Lattuada P.L.