¨Ti vendo…¨ – risponde ridendo con voce profonda, allegra e sicura, l´anziano indio dalla pelle scura, scavata dal sole bruciante dell´equatore, alla mia ingenua richiesta – ¨Avrei piacere a visitare la tua comunita´ Taita…¨.

Avevo anch´io il sorriso in bocca e nei miei occhi, credo, brillassero ancora calde le lacrime di commozione esplose alla visione interiore improvvisa di un fiume dalle acque tanniniche della verde e rigogliosa selva amazzonica. Quell´ uomo la cui eta´ poteva aggirarsi sulla settantina, aveva accompagnato per tutta la notte, insieme al vibrare ritmico delle stelle piu´ lucenti che ho mai visto in tutta la mia vita, l´esperienza con la pianta sacra.

Partito dalla grigia Europa per prendere una pausa dalla sua pur decorosa puzza di cadavere… Mentre mi congedavo per un po´ dalla competizione, la reperibilita´, il botulino, l´ansia, il lusso, il successo, la depressione, lo stress esponenziale, o come cavolo la vogliamo chiamare, l´autopsia digitale diffusa di una societa´ al collasso forse… Che aleggia ormai da tempo nel Vecchio continente, non avevo la minima intenzione di seguire le orme delle centinaia di turisti della spiritualita´ che attraversano l´oceano per sperimentare l´Ayahuasca.

Eppure alla richiesta di un caro amico di essere accompagnato ad una cerimonia di guarigione, nell´ambito di un percorso terapeutico che seguiva da anni con i maestri dello Yage´, non avevo proprio saputo dire di no.

Taita Pablo durante una cerimonia

I sibili, i fischiettii e i rauchi canti primitivi del Taita Pablo, della comunita´ indígena dei Siona, si erano intrecciati alla cascata di visioni colorate e sensazioni pluridimensionali evocate dalla pianta. Nemmeno per un attimo mi ero fatto intimidire dai latrati e dalle grida animalesche dei miei compagni e compagne di cerimonia, che ripulivano i loro corpi da emozioni tossiche vomitando e defecando dove e come potevano, in preda alla potente ebrezza donata dalla medicina.

Solo qualche settimana dopo, gia´divorato dai mosquitos e zuppo di sudore amazzonico, sarei riuscito a salire su un autobus di linea lanciato sulle strade asfaltate dai predatori del petrolio verso il fiume Putumayo, per raccogliere l´invito del Taita. Ero scoppiato seriamente a ridere, in modo rispettoso chiaro, al proposito dell´anziano di fare soldi con la mia pellaccia. E questo aveva ovviamente generato in lui la confidenza adatta per proferire generosamente le seguenti parole – ¨Devo ricordarmi il tuo nome. Vivo nella comunita´ Siona di Buenavista, per te le porte sono aperte¨.

 

Arrivato all´imbrunire all´ultimo villaggio del confine tra i cosiddetti Equador e Colombia, rimango piuttosto perplesso quando gli autisti dell´autobus in attesa di ripartire, mi chiedono piu´ volte se mai ci sara´qualcuno di fidato, che conosco, che mi verra´a prendere prima della notte. Annuisco deciso e imbracciando lo zaino mi avvio con passo sicuro verso le rive sabbiose del fiume.

Dovra´ passare ancora un tempo breve, ma interminabile, prima di sentire avvicinarsi il rombo di un motore e vedere arrivare sulle acque tanniniche del fiume, una agile imbarcazione di legno guidata da due ragazzini dalle urla gioiose e selvagge.

Arrossiva il cielo, ed il sole, era sceso quasi ormai del tutto, a placare il suo torrido fuoco, nel buio nero dell´intricata e pregna madre amazzonica.

 

Salto sulla riva, bagnadomi i piedi fino alle ginocchia, attraverso il fango in equilibrio su un ponticello e mi avvicino ad un´alta palafitta in legno, dipinta a strisce longitudinali verde e azzurro.

¨Ti stanno aspettando¨- Mi avevano gridato i due ragazzi prima di lasciarmi saltare giu´ dalla veloce imbarcazione, dopo circa mezz´ora di giocosa e pazza navigazione.

Da li´a qualche giorno, prima di fare l´allegra chiacchierata da cui nasce questa questa breve intervista, avrei fatto amicizia con la famiglia del Taita, le temperature roventi e le improvvise piogge torrenziali che picchiavano sui tetti di lamiera, le mucche brade al pascolo, i cavalli selvaggi, il pappagallo ¨domestico¨, il suono del metallo dei machete ad affilare, la flora lussureggiante e non ultimo, il piccolo Juan Manuel, sempre alla ricerca di un buon amico per giocare ed immaginare mondi.

Piante per la pulizia energetica

Siamo nel salone grande della casa, dalle pareti verdi a strisce longitudinali azzurre, dove di solito mangiamo. Taita Pablo siede alla mia destra e se la ride scherzando con sua moglie Celia, in pigiama rosa a pois bianchi, mentre dalla radio arriva il ritmo frenetico di una rumba colombiana.

J -La pianta sacra che in Occidente e´conosciuta come Ayahuasca, qui ha il nome di Yage´. Quali sono le sue origini, come e´arrivata agli esseri umani?

 P – Noi Siona crediamo che all´inizio di tutto ci fu l´oscurita´, poi avvenne la creazione. Per cui non possiamo affermare con esattezza da dove arriva la Yage´,  essa semplicemente fa parte della creazione.

Nella mia cultura siamo un tutt´uno con l´ambiente, airu ed in questo oltre all´acqua, la terra, l´aria e gli spiriti custodi dei luoghi sacri,  hanno particolare importanza anche gli animali, in particolare U´Co Jai, il giaguaro, considerato la tigre della medicina e il Guacamayo, l´ara, un tipo di pappagallo molto grande dal piumaggio vivacemente colorato.

Qui nel medio e nell´alto Putumayo solo alcune popolazioni indigene sono esperte nella tradizione ancestrale della pianta medicinale, noi, i Secuoyas e i Ticunas sicuramente. Per chi riceve la pianta con sincerita´si possono manifestare grandi scoperte, guarigioni, importanti doni esistenziali. Io la semino, coltivo e raccolgo direttamente. La salvaguardo da un uso improprio.

Anche per questo dal 1999 e´stata fondata un´organizzazione interculturale che si chiama UMIDYAC, Unione dei Medici della Yage´ dell´Amazzonia Colombiana.

J – Da chi ti e´stata trasmessa la saggezza della pianta medicinale? E da quanti anni offri cerimonie?

P – Ho provato per la prima volta la Yage´da bambino, poi pero´ ho iniziato a riceverlo con coscienza e costanza dall´ eta´ di 26 anni. Sia nella mia famiglia che in quella di mia moglie Celia, c´erano dei Taita, il seme della pianta si va moltiplicando e la saggezza della cura viene trasmessa di generazione in generazione, ma diventare Taita non e´per tutti. Bisogna seguire la disciplina della pianta, ci sono dei principi, delle regole da seguire, bisogna fare molta attenzione. Non bere alcohol, non giocare d´azzardo e molto altro…  Il rischio e´ la morte.

Mio nonno era un grande Taita. Gli anziani sanno vedere chi non da spazio alla superbia, osservano la forza, la saggezza e l´umilta´dei soggetti prima di scegliere i loro successori.

Io sono stato iniziato 40 anni fa ad offrire cerimonie.

J – Come abitante dell´Amazzonia e anziano saggio della tradizione Siona, c´e´ un messaggio che vuoi inviare alle lettrici ed i lettori di Matrika Consciousness Development, in riguardo al surriscaldamento globale?

P –Noi come popolo indigeno del fiume Putumayo, da tempo immemore ci prendiamo cura della natura, e´ la nostra esistenza.

L´Amazzonia e´il cuore del mondo, i politici continuano a riempirsi la bocca di promesse, ma siamo noi che ci viviamo. Questo riguarda il futuro della vita su questo pianeta.

Prendiamo ad esempio l´acqua, qui ormai il fiume e´contaminato, le industrie petrolifere estraggono da anni il greggio contaminando tutto.

Noi e tutti gli animali e le piante rischiamo la morte, per continuare a far arricchire qualcun altro.

Anche l´aria ormai non e´piu´come prima, arrivando avrai visto gli oleodotti e i mecheros, come chiamiamo qui i fuochi dei pozzi accesi costantemente, i cui fumi tossici si alzano al cielo avvelenando anche le nuvole e i venti. E qui con la siccita´ portata dai cambiamenti climatici ci dissetiamo quasi solo di acqua piovana.

Noi indígeni siamo stati sterminati, schiavizzati, marginalizzati, considerati gli ultimi.

Ma qualche anno fa, prima della pandemia, forse era il 2017 o il 2018, sono stato a San Francisco, invitato dai nativi di la´. Abbiamo passato vari giorni insieme nella prima riunione indigena sul cambiamento climatico…

Abbiamo conversato, condiviso medicina ancestrale e ci siamo anche divertiti.

 

Ricordero´ sempre la sua voce, qualche giorno dopo, prima dell´alba, che mi chiama per la partenza da Buenavista. Mi vesto in fretta, afferro lo zaino e corro giu´ fino alla riva del fiume. Per un attimo mi impantano nel fango. Poi. Salto al buio, ancora addormentato, sulla barca che inizia ad oscillare sull´acqua. Taita Pablo mi passa un lungo bastone con il quale spingo forte sul fondo del fiume. A farci prendere il largo.

Jerry Diamanti

www.equilibrinaturali.net

leviedolci@gmail.com

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