Non posso più accettare una narrativa riguardante l’educazione, che mi insegni a considerare mia nonna nel villaggio come un’analfabeta, primitiva, addietrata, stupida, sotto sviluppata, incivile ed incapace di occuparsi delle sue cose.

Non posso più accettare una narrazione dell’istruzione che standardizza, ordina, marchia e condanna milioni di bambini belli, brillanti e talentuosi in tutto il mondo come “fallimenti”, “problemi” e “studenti lenti” e utilizza la certificazione come strumento per negare l’accesso alle persone alle future opportunità di apprendimento e di lavoro.

Non posso più accettare una narrazione dell’educazione che ci insegna che la “testa” è più importante del cuore, delle mani e della casa.

Non posso più accettare una narrazione educativa che veda i miei legami con la mia terra, con le mie lingue locali, con i miei semi, con i miei fiumi, con i miei alberi, con le mie storie al femminile e le mie storie al maschile, con il mio corpo, con la mia voce interiore, con il mondo degli spiriti, per la mia comunità, tutto come una barriera alla modernizzazione e allo sviluppo che deve nella migliore delle ipotesi essere distrutta se vogliamo progredire, e nella peggiore delle ipotesi essere condannata a una giornata di festa multiculturale a scuola.

Non posso più accettare una narrazione educativa che mi insegna che il lavoro fisico nei campi, a casa mia e nella mia comunità è faticoso e la definizione di “felicità” dei miei figli sta nel bere Coca Cola, mangiare da McDonalds, usare creme sbiancanti Fair and Lovely per il viso e chattare su Facebook.

Non posso più accettare una narrazione dell’educazione che mi insegna che devo competere contro altri nella mia comunità e contro persone di altri paesi per sopravvivere. Non posso più accettare una narrazione che mi insegna che l’apprendimento è una merce (insieme all’aria, all’acqua, alla terra, al cibo) e che la conoscenza è proprietà degli individui attraverso diritti d’autore e brevetti.

Non posso più accettare una narrazione dell’educazione che mi insegna che siamo poveri nell’istruzione perché non abbiamo scuole, insegnanti preparati o conoscenze scientifiche. Quindi abbiamo bisogno di più investimenti esteri diretti, abbiamo bisogno di più aiuti esteri, abbiamo bisogno di più partenariati pubblico-privati, abbiamo bisogno di più accordi di libero scambio e dobbiamo sempre fidarci degli esperti piuttosto che della saggezza delle nostre comunità.

Non posso più accettare una narrazione che dia il potere al “Ministero delle risorse umane” di definire cosa significa essere umani. Quindi… vi invito a una conversazione sempre più approfondita sul recupero,
la celebrazione, la co-creazione e la rianimazione delle nostre diverse culture di apprendimento ed ecosistemi.

Manish Jain

 

Foto di Amit Gaur