
I corpi sono dei portali vivi tra l’essere ed il divenire,
carne, ossa, sangue, organi
impregnati d’infinito…
Nell’eterna danza tra energia e materia.
Una cascata d’acqua impetuosa, cristallina… La pietra e il filo d’erba, l’argilla e il muschio scivoloso divengono un tutt’uno con la pianta sensiente del piede, la caviglia, le ginocchia e lo sguardo che si orienta tra il terreno, gli alberi ed il cielo azzurro. Camminare nei sentieri del bosco trasportando acqua e legna, in equilibrio costante e dinamico per anni, forse, mi ha permesso di imparare a danzare in questo spazio, corpo ambiente, in cui come coscienza non separata sono nato.
Gli altri animali, quelli non umani, non si muovono come avviene nelle società tecnologiche del nuovo millennio, con i polpastrelli strisciando su uno schermo, coi carrelli tra le merci nei supermarket o con le automobili sull’asfalto. Continuano da secoli ad alimentare quei flussi evolutivi che hanno permesso di esistere alla vita come l’abbiamo conosciuta prima della robotica e della società governata dall’artificiale.
La neurofisiologia dei corpi infatti è relazione continua e permanente, interazione ed intrazione tra milioni di organismi che permettono attraverso flussi di minerali, composti organici ed energia, il codivenire ciclico ontogenetico che denominiamo vita.
Le nostre antenate si sono evolute per millenni attraversando foreste, steppe, deserti, savane in cui essere pienamente nel corpo, saper ascoltare i suoni e gli odori attraverso il vento o correre rapidamente coordinandosi sincronicamente in piccoli gruppi poteva rappresentare la sopravvivenza.
Chi siamo realmente se indaghiamo nel passato ancestrale da cui tutte proveniamo, attingendo nel profondo, fino al cuore del nostro essere?
Nell’era della costruzione di “uteri” artificiali, cosa ha interrotto questo incanto selvaggio? Quali fattori sociali ed ambientali hanno generato l’attuale dissociazione dai corpi nelle società dominanti, in quella che appare come una traiettoria frenetica verso l’estinzione?
Traumi dello sviluppo
Il genere umano rispetto agli altri mammiferi ha la caratteristica di necessitare di un periodo di cure parentali nei confronti dei piccoli decisamente più lungo, prima che questi possano divenire indipendenti nel deambulare, difendersi e procacciarsi il cibo.
La relazione che intercorre tra i nostri corpi nei primi anni di vita e quelli delle persone adulte e degli ambienti in cui nasciamo e cresciamo, determina lo sviluppo di alcune aree del cervello e delle capacità di base per muoverci nel mondo.
Esperienze traumatiche avvenute durante la gestazione, il parto o negli stadi infantili dello sviluppo possono determinare severe conseguenze.
Il neonato oltre alla necessità di protezione e cibo ha bisogno di continuità prevedibile rispetto al contatto e al calore umano, all’ascolto e alla capacità di rispecchiamento empatico, elementi affettivi che in società basate sul patriarcato e sulla violenza sistemica e strutturale dell’imperialismo e del capitalismo, in genere, possono venire a mancare.
Un bambino che si muove in un ambiente coercitivo e al quale non è data la possibilità di riconoscere i propri bisogni reali attraverso l’ascolto del piacere che deriva dalla sperimentazione sensoriale, può perdere fiducia nel proprio sentire o più comunemente, dissociare dal corpo per non essere sopraffatto dalla sofferenza emotiva. Chiuse in strutture genitoriali e pedagogiche performative e narcisistiche, votate a gerarchie di valori consumistici e ossessionate da modelli sociali ispirati al cinema, alla moda e alla pubblicità, le nuove vite nate negli ambienti urbanizzati e cablati del nuovo millennio, mancano di un senso ontologico integrato della realtà, per via dell’impossibilità di elaborare quell’attaccamento ecologico primario che ha contraddistinto il genere umano per gran parte della sua esperienza incarnata sulla Terra.
Embodiement, una pratica erotica, politica, trasformativa
Nessuna tra noi ha potuto scegliere il corpo in cui è incarnata, eppure in base al genere, al colore della pelle, al peso, ai lineamenti, alle facoltà cognitive o di deambulazione può godere o meno di numerosi privilegi. Oppure, può essere oggetto di soprusi, esclusione e forme di oppressione apertamente dichiarate ed istituzionalizzate storicamente fino ad essere rese invisibili e normalizzate.
Per questo i nostri corpi, che lo vogliamo o no, sono elementi fortemente politici.
Inoltre in base alle culture in cui siamo state socializzate potremmo avere una completa naturalezza rispetto alla nudità, al riconoscere, ricevere e dare piacere in intimità, oppure essere nate in contesti in cui i residui millenari di religioni dogmatiche, in cui il corpo e la sensualità sono considerati peccato, ci portano ad avere vergogna e paura di provare sensazioni erotiche o orgasmiche.
Il patriarcato alla base delle culture dominanti fondate sulla guerra e sul consumo, educa gli uomini a non sentire, evitare le emozioni riconducibili alla vulnerabilità, abitare il corpo solo in funzione di evitare il dolore fisico e ricercare il piacere genitale. Tali caratteristiche sommate ad una sistematica sessualizzazione ed oggettificazione dei corpi ampiamente diffusa in tutti gli strati sociali, genera qualcosa di simile ad una predazione continua, pericolosa ed estenuante per chi la subisce.
Abbiamo urgente bisogno di decostruire i modelli che abbiamo scelto o interiorizzato, involontariamente, come normali. Scoprire quali privilegi essi ci forniscono e quanto distorcono la nostra relazione con noi stesse, non come profili virtuali, monadi isolate ed alienate tra vetrine e schermi luminosi, ma come cellule vive del pianeta Terra.
Attingere alla saggezza animale e vegetale della nostra eredità filogenetica.
Celebrare ogni passaggio dal concepimento alla morte imparando ad onorare il lutto, la trasformazione del corpo fisico in elementi naturali primigeni che tornano ad essere Universo. Onorare l’impermanenza, il disembodiement… Accettare che l’attaccamento individuale alla forma possa trasmutare in amore senza oggetto.
Fondare le relazioni tra le forme di vita sull’ascolto, l’affetto, la reciprocità, la riconoscenza e la gratitudine.
Imparare a riconoscere le forme di potere.
Distinguere l’amore dalla dipendenza.
Sviluppare capacità di orientare la rabbia, formare comunità solidali per sovvertire la cultura dello stupro e del consumo estrattivista è mettere le basi di relazioni nuove basate sul sentire e sul consenso rispetto alle altre forme di vita in un continuum ininterrotto tra i nostri corpi ed il resto della natura.
Risvegliare l’intelligenza organica attraverso i sensi
Dunque arrampicare sulla roccia, nuotare in mare o praticare asana yogiche possono essere considerate forme di embodiement?
Indubbiamente, possono essere luoghi di contatto e consapevolezza propriocettiva, cinestetica, possono permettere una maggiore tonicità muscolare ed eventualmente contribuire ad una vita salutare. Ma per chi è stata socializzata in una cultura estrattivista, spesso, la presenza che schiude il fiorire dei sensi è confusa con il fare, raggiungere obiettivi, performare per essere viste, riconosciute e avere successo all’interno di valori imposti dalla società dell’industria della crescita personale e della catastrofe climatica in corso.
Il corpo diviene oggetto bellico di conquista per rappresentare tale successo e viene rappresentato come involucro: in quanto tale deve sottostare a canoni di bellezza rigidi a tal punto dall’essere delineati col bisturi dal perfezionismo della chirurgia e della plastica.
In un contesto di questo genere sentire è molto pericoloso.
Impariamo da piccole a dissociare.
Permetterci di ascoltarci e percepire le emozioni che ci arrivano quando un datore di lavoro ci impone i suoi ritmi ed i suoi obiettivi, quando un genitore ci giudica e si rifiuta di comprendere i nostri comportamenti, quando un partner ci richiede di soddisfare i suoi desideri senza porsi il dubbio di ciò che sentiamo mentre questo avviene, è estremamente doloroso.
E la dissociazione corporea ed emotiva è una delle funzioni primordiali di sopravvivenza del sistema nervoso autonomo che permette allo stato di cose attuali di andare avanti senza essere messe in discussione.
Lo sviluppo della teoria polivagale da parte di Stephen Porges, dei modelli neurobiologici per l’elaborazione dei traumi insegnati da Pat Ogden, Janina Fisher e Peter Levine, hanno permesso di riavvicinarci alla sensorialità come eredità filogenetica ineludibile per incarnare il mistero di essere umane.
Fenomenologia dei processi organici di consapevolezza somatica
Nel corso di lunghi anni di attività nell’ambito dell’elaborazione di esperienze traumatiche soggettive e comunitarie ho imparato che nessuno di noi può sapere o prevedere con accuratezza cosa sentano gli altri.
I traumi cristallizzano delle tensioni, automatizzano delle risposte di sopravvivenza involontarie, per questo, il passato non elaborato può divenire destino.
Un vuoto incolmabile nel petto, una morsa allo stomaco, la contrazione delle mascelle, un intorpidimento all’inguine o l’irrigidimento doloroso del collo possono essere segnali di come aree diverse dell’organismo abbiano immagazzinato esperienze nel corso degli anni attraverso l’apprendimento di schemi di tensione.
Il semplice tocco gentile e delicato di una qualsiasi area del corpo che a noi può risultare piacevole, può generare rabbia o spavento in un’altra persona. Anche se prima di compiere il gesto abbiamo sviluppato un accordo finalizzato ad una ricerca esplicita di consenso, la ragione da sola non può cogliere la profondità dei processi organici che si dispiegheranno attraverso un contatto.
Facciamo un esempio banale. Se il mio corpo ha assorbito negli anni della pubertà un senso di vergogna rispetto alla nudità, potrei avere un forte desiderio di contatto sensuale epidermico, ma nello svestirmi potrei provare timore o paura. Queste emozioni in base alla storia del mio corpo potrebbero generare l’attivazione del nervo vago nella sua porzione dorsale con funzioni di intorpidimento o dissociazione. E a questo punto, probabilmente, nonostante la volontà di ricevere contatto e piacere, il mio corpo potrebbe irrigidirsi perdendo vitalità e curiosità nel rimanere aperto al sentire.
Un’esperienza più complessa, ma frequente, potrebbe essere quella espressa dallo scioglimento di stati di dissociazione somatica attraverso l’esperienza di ricevere affetto e contatto umano.
Hai mai riscontrato se c’è una parte del corpo che è refrattaria o meno sensibile al tocco? Se c’è, probabilmente quel torpore o quella reattività sono legati a memorie cellulari del passato. La permanenza di contatto in quelle aree potrebbe innescare una serie di emozioni imprevedibili e il riemergere di immagini e ricordi.
La “connessione” al corpo, come viene tristemente denominata nell’era digitale la possibilità di ascoltare le sensazioni vitali epidermiche e quelle enterocettive più profonde e viscerali, permette attraverso le facoltà attentive della regione talamica, di modulare l’attività neuroendocrina dell’amigdala ed attenuare o inibire la produzione spesso cronica di catecolamine e cortisolo.
Per questo alcuni modelli terapeutici di ispirazione neurobiologica offrono attraverso la pratica dell’attenzione multifocale, cioè l’ascolto simultaneo delle sensazioni di aree diverse del corpo, di tracce mnestiche del passato o di elementi cognitivi immaginali, la possibilità di rimettere in dialogo parti di noi scisse, frammentate e generare nuovi sentieri neurali coerenti con il nostro presente attraverso le facoltà neuroplastiche.
L’attuale concezione di organismo come ecosistema dinamico e aperto, non ha a che fare con la vecchia dicotomia riduzionista che paragona le umane alle macchine o ai processori digitali. Siamo interezze in relazione sinestetica: il corpo e il cervello formano una singola unità organismica, la sensazione non è una percezione dello stato del corpo nel senso convenzionale del termine. Come afferma il filosofo Antonio Damasio la dualità soggetto/oggetto, di chi percepisce e chi è percepito, si supera. In relazione a questo stadio del processo invece, c’è unità.
La sensazione è l’aspetto mentale di tale unità.
La capacità di rimanere a contatto con il sentire ci può avviare a stati preverbali profondi oltre le possibilità definite dalla ragione e codificate dal linguaggio. Il mistero dell’essere umano si spalanca dalla nostra accettazione del non sapere, nell’avventurarci al di là del concepibile.
Decostruire la cultura dominante logocentrica partendo dagli stati sensoriali, nutre le nostre facoltà empatiche: se ascolto l’oceano di emozioni che mi attraversano, posso prendere in me, comprendere, che anche le altre forme di vita possono provare moti di dolore, fragilità, vulnerabilità. Inoltre l’attivazione delle aree del cervello specifiche per le informazioni afferenti sensomotorie stimola lo sviluppo e l’integrazione di tali aree con il resto dell’organismo. La funzione modifica la struttura, l’epistemologia modifica l’ontologia che a sua volta spalanca nuovi orizzonti per forme altre di conoscenza. Il sentire la vita modifica il senso che assume la stessa, in quel divenire dinamico, ciclico ed emergente più simile alla saggezza millenaria espressa nell’armonia di un mandala, che alla miseria meccanicistica offerta dall’odierna robotica .
L’embodiement è un’avventura multidimensionale attraverso ed oltre la forma. In questo senso i nostri corpi non sono solo entità locali e le nostre esperienze possono essere totalmente imprevedibili, non lineari, interspecie, inesprimibili, terribilmente dolorose, transgenerazionali, passionali, neurodivergenti e perchè no, perfino, estatiche.
Tornare a casa
Siamo state spazio, quando ancora non esisteva, l’idea umana di tempo.
Polvere tra gli astri.
Siamo state virus, batteri, alghe, negli oceani primordiali.
Foreste di posidonie nell’azzurro degli abissi.
Siamo state foglie, steli, fiori e pollini.
Abbiamo volato con il vento…
Tornare a saggiare il corpo è rimembrare.
Siamo l’intuito, la veggenza, le dimensioni del sogno.