L’importanza di proteggere la nascita e i processi fisiologici spontanei

Che sta succedendo? Agiamo incuranti delle conseguenze che le nostre scelte hanno per la Terra e per la gran parte dei suoi abitanti. Corriamo. Ci spaventano la spontaneità, la vulnerabilità, l’intimità. Tendiamo a voler controllare la complessità e a ridurla entro uno schema conosciuto. Calcoliamo. Corriamo. Deleghiamo sempre più a esperti, a istituzioni, a farmaci processi vitali quali la nascita, l’apprendimento, la crescita, la socialità, la morte. Ci anestetizziamo. Corriamo. Restiamo indifferenti alla vista di uomini e donne che attraversano deserti e torture per raggiungere un occidente-vetrina in cui è sempre più difficile garantirsi una casa e un reddito. Corriamo. Dipendiamo. Tanti, troppi, uomini vivono emozioni così contraddittorie verso le compagne che al pensiero di perderle le ammazzano. Tante, troppe, donne si separano dai loro figli per lavorare. Tanti, troppi, bambini e bambine non giocano più.

Sappiamo che qualcosa non va, l’abbiamo capito. Ma abbiamo difficoltà ad agire un cambiamento, anche solo ad immaginarlo.

Che ci sta succedendo? Il tasso di nascite è in calo ovunque nel mondo. Tante donne non riescono a partorire e sempre più spesso subiscono interventi invasivi che ledono la loro integrità e posticipano il primo contatto con la creatura appena nata. Per tante coppie sta diventando complicato finanche concepire.

Che ci sia un collegamento in tutto questo?

Mi piacerebbe ascoltarci su come ci fa sentire vivere, qui, oggi. Come stiamo? Cosa sentiamo nel corpo? A volte proviamo a ragionarne (!). E, privilegiando la dimensione razionale, smarriamo il contatto con le sensazioni, con la nostra natura e la natura intorno, con gli altri, con una dimensione più ampia dell’esistenza. Ci percepiamo separati, ci sentiamo sempre più soli. Ci comportiamo come cellule di un corpo sociale frammentato in cui circola adrenalina, come nel sangue che scorre nelle nostre vene quando abbiamo paura e stiamo in allerta per poter prontamente rispondere a un potenziale pericolo.

Sentiamo un qualche malessere o ci siamo disconnessi per riuscire a funzionare nel quotidiano?

La neocorteccia, la parte del cervello umano più recente in termini evolutivi, anziché affiancare la parte cerebrale più arcaica che percepisce la realtà in maniera sensoriale, flessibile e istintiva… sta prendendo il sopravvento. Sono sempre più rari i momenti in cui ci sentiamo pienamente vivi, realmente presenti a ciò che c’è, concentrati come un bambino quando apprende giocando, spontanei come gustando un delizioso pranzo in allegra compagnia, espansi come passeggiando in riva al mare, pronti ad accogliere il nuovo come un’opportunità di cambiamento. Momenti in cui circola l’ossitocina, l’ormone cosiddetto “dell’amore”, poiché la sua presenza è determinante nei processi di connessione e piacere, come anche in quelli legati alla vita riproduttiva, dal concepimento all’accudimento di una nuova creatura.

L’ossitocina è un ormone timido” diceva Michel Odent, per descrivere come la liberazione di questo ormone non avviene quando ci si sente giudicati o anche solo osservati, quando si è sollecitati alla parola o al pensiero, quando ci si sente a disagio o si deve restare vigili.

Ecco perché, con la neocorteccia dominante e l’adrenalina in circolo, partorire è oggi lungo, difficile e doloroso.

Partorire invece, come apprendere, crescere, digerire, morire, come il battito del cuore, è un processo fisiologico involontario. Non è possibile guidare né aiutare un processo involontario! È fondamentale però proteggerlo, da tutto ciò che può inibire il suo avvenire spontaneo.

Si spiega in questo modo perché le donne, da decine di migliaia di anni fino a poco più di un centinaio di anni fa, si appartavano per partorire e solo dopo ritornavano al quotidiano con la creatura tra le braccia.

Seppur raramente, vi sono ancora oggi donne che partoriscono indisturbate. Questa esperienza lascia alla donna una maniera più istintiva di offrire contatto, conforto e nutrimento alla creatura. E ad entrambe una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie capacità, e la fiducia di essere in sintonia con ciò che c’è.

Solo in un ambiente percepito sicuro, di vera privacy, ogni donna può partorire come la natura ha predisposto per la specie umana. Grazie a un flusso ormonale crescente capace di ridurre gli stimoli al “cervello pensante”, ogni donna può riconnettersi al suo essere mammifera istintiva e accedere a uno stato di coscienza che trascende quello ordinario per dare alla luce nell’amore. La produzione di ossitocina raggiunge il suo picco negli immediati istanti dopo l’arrivo della creatura, quando questa si ricongiunge al corpo della madre, cuore a cuore, per un tempo oltre il tempo. Questo incontro, fisiologicamente rassicurante per entrambe, favorisce la nascita della placenta, un buon avvio dell’allattamento e di una relazione impregnata di ormoni dell’amore.

Le condizioni in cui ci formiamo nel grembo e nasciamo influenzano il nostro modo di stare al mondo in relazione. Questo periodo è di sostanziale importanza per la nostra salute e la capacità di amare: il corpo trattiene memoria tracciando dei modelli che vengono ripetuti nel corso della vita. Non è esagerato dire che in questo primo periodo poniamo le basi per la società che sarà, non è sbagliato constatare che in esso troviamo le basi della società attuale.

Ecco perché proteggere ogni nascita dovrebbe essere cura di tutti e tutte.

Come anche proteggere gli spazi in cui viviamo dalle interferenze dalla neocorteccia, dell’adrenalina, del giudizio, della sola razionalità e materialità. Garantire contesti sicuri, amorevoli e gioiosi in cui liberamente esprimerci, in cui sentirci in armonia con tutto ciò che vive, dedicando energie alla relazione con il nostro corpo, con le altre creature e con i luoghi, con il piacere.

Essere umani secondo natura consiste nella capacità di integrare tutte le funzioni del nostro cervello, riuscendo a muoverci agilmente tra intuito, emozione e pensiero per scegliere di volta in volta la risposta più adatta ad ogni specifica situazione.

Abbiamo in noi tutto ciò che serve.

Possiamo rallentare. Ritornare all’ascolto del corpo, al rispetto dei nostri bisogni essenziali. Assicurarci ogni giorno la presenza di un po’ di stra-ordinario nel nostro ordinario. Sentire il vento sul viso e la terra ben salda sotto i piedi, ammirare lo schiudersi di un fiore, ricordare la vicinanza di una persona amata, gustare il profumo del pane appena sfornato.

Recuperare la fiducia nel fluire della vita. Guardare alle giovani creature sorridendo ai loro gesti e alle loro parole; rispettare i loro tempi, osservarli esplorare senza intervenire; giocare insieme a loro. Onorare le fatiche degli anziani e la loro determinazione; rispettare i loro tempi, osservarli disimparare senza interferire; giocare insieme a loro. Provare gratitudine per la bellezza che ci circonda e le opportunità che abbiamo, condividere risorse, visioni e frustrazioni, favorire le forme di relazione che sono specchio del cambiamento che desideriamo essere.

Possiamo rallentare. Riconoscere noi stessi e ogni altra forma di vita come preziosa in quanto in grado di arricchire il mondo con la propria unicità.

Non c’è niente da fare, solo lasciare che accada.

Maria Giovanna Casu

 

Michel Odent: Nato in Francia nel luglio 1930, medico chirurgo, studioso interdisciplinare della natura umana, instancabile divulgatore. Fondatore del Primal Health Research Centre e della banca dati in ricerca della salute primale (https://primalhealth.birthworks.org). Morto a Londra nell’agosto 2025. Numerosi suoi libri sono tradotti in italiano da Clara Scropetta, sua interprete e traduttrice.

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