Il viaggio migrante

Pubblichiamo uno stralcio di un recente articolo di Andrea Staid uscito in questi giorni sul Tascabile.

 

Dati e testimonianze per comprendere la migrazione da un punto di vista antropologico.

Andrea Staid è docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba, ricercatore presso Universidad de Granada, dirige per Meltemi la collana Biblioteca /Antropologia. Ha scritto: I dannati della metropoli, Gli arditi del popolo, Abitare illegale, Le nostre braccia, Senza Confini, Contro la gerarchia e il dominio. I suoi libri sono tradotti in Grecia, Germania, Spagna e adottati in varie facoltà universitarie.

In tibetano la parola usata per identificare “l’essere umano” è a-Go ba, espressione che può essere tradotta come “viandante”, colui che migra. Noi animali umani ci siamo sempre spostati, e questa è una caratteristica che ci accomuna con gli animali migratori. A pensarci bene, possiamo definirci dichiaratamente così: animali migratori. Attraverso il viaggio – fisico e oggi anche virtuale – le culture umane si incontrano, si conoscono e si giudicano nella loro incredibile varietà. Come ci ricorda lo scrittore e antropologo Giulio Angioni, questo mescolamento e questo sincretismo per contatto, così strettamente legati alla mobilità e alla migrazione, sono forse la sola “regola” di sterminati millenni di modi umani di vita, dai grandi imperi del passato al colonialismo moderno, fino all’attuale globalizzazione.

Perché partire
Il viaggio, parte fondante del processo di ominazione, cioè il farsi uomini nel tempo e nello spazio, attraverso una mutazione per contatto, è anche l’esperienza fondamentale sulla quale si costruisce il sapere antropologico. In questi anni di ricerca etnografica, ho capito che c’è un importante aspetto che distingue l’intervista dalla conversazione, e che l’interazione tra intervistato e intervistatore presenta una struttura asimmetrica, nel senso che i ruoli dei due interlocutori sono predefiniti in modo più o meno rigido e senza possibilità che diventino intercambiabili. Io alla fine dell’intervista torno nella mia casa, vado al parco con il mio cane o a cena con gli amici, l’intervistato rimane nel suo contesto sociale e di classe completamente diverso dal mio, quindi sarebbe ingenuo posizionarsi nello stesso habitus dell’intervistato. Il mio ruolo all’interno dell’interazione spesso differisce da quello del mio interlocutore, sono io quello che la maggior parte delle volte fa le domande, lui ha il ruolo di fornire delle risposte.

Tuttavia, analizzate le ovvie contraddizioni della ricerca, il metodo qualitativo attribuisce all’intervistatore un ruolo più partecipativo che nella ricerca quantitativa, un ruolo percettivo ed ermeneutico-interpretativo. Sul campo con le donne e gli uomini migranti che vivono in Italia la prima cosa che ho cercato di fare è stato di creare un clima di fiducia e di ascolto attivo. Ho chiarito gli intenti della ricerca con i miei interlocutori, non mi sono finto per quello che non sono. Durante questi incontri con molte donne e uomini che sono arrivati in Europa in cerca di possibilità di emancipazione sono molti i racconti e le storie di vita che ho raccolto sulle motivazioni che spingono ad allontanarsi dalla propria casa. Una sera di qualche anno fa Nma mi disse:

Siamo arrivati in Italia nel 2009, ma siamo partiti per arrivarci nel 2005. Siamo tre fratelli la nostra famiglia è molto numerosa: in totale siamo otto, quattro uomini e due donne più nostra madre e nostro padre. Dopo lunghe discussioni in famiglia si era scelto che eravamo noi a dover partire perché avevamo l’eta di mezzo, né troppo giovani né troppo vecchi. Io ho 29 anni, mio fratello Iyabo ne ha 31 e Jimmy ne ha 26, è il più giovane e quando siamo partiti aveva solo 18 anni – devo dire che è stato il più forte che nei momenti più duri di disperazione riusciva sempre a tirarci su di morale. Il nostro viaggio è iniziato vendendo tutto quello che avevamo per poterci pagare tutto quello che ci serviva. Per la nostra famiglia mandare tre figli in Italia era una specie di investimento sul futuro, la possibilità di migliorare la nostra famiglia, aiutare le nostre sorelle e nostro fratello, farli studiare e non costringerli come per noi a dover scappare dal nostro paese. Durante il viaggio ci è successo di tutto, abbiamo subito i peggiori soprusi e scoperto cose che non avremmo mai immaginato, forse a saperle non saremmo partiti. Ma una volta in viaggio è impossibile tornare indietro, sia perché non hai soldi e mezzi per farlo sia perché ti vergogni con la tua famiglia, ti senti uno sconfitto. (Nma-Nigeria)

Questo è solo un esempio, perché i motivi che spingono i migranti ad allontanarsi dal proprio paese sono tanti e diversi tra loro, ma credo fermamente che sia scorretta la separazione netta che solitamente viene operata fra migranti economici e rifugiati politici in cerca di protezione internazionale. Dobbiamo considerare che non sono solo le guerre a costringere gli esseri umani alla fuga, ma anche i cambiamenti climatici e la siccità, oppure lo sfruttamento del territorio da parte di multinazionali, che rende impossibile la vita nel proprio paese di origine dove cibo e acqua, beni indispensabili alla sopravvivenza umana, diventano difficilmente reperibili. Persiste ancora oggi un colonialismo economico occidentale (ora anche cinese) che non cessa di agire, e chi si sposta per fuggire da situazioni di crisi economica, povertà e guerre vede spesso impoverite le sue libertà e capacità di azione.

Io arrivo dall’Armenia da Armavir, a casa mia non è possibile trovare lavoro per questo sono partito. Il mio viaggio è stato duro, mi sono nascosto in un camion per passare la frontiera in Grecia, mi hanno legato sotto il cassone: ho avuto paura. Ma ora sono qui, voglio lavorare e cambiare la mia vita. (Arek-Armenia)

Se è vero che l’uomo si è sempre spostato da una parte all’altra del globo, è ugualmente innegabile che negli ultimi vent’anni questo processo si sia amplificato notevolmente. Il fattore che accomuna tutti i migranti è la ricerca di migliori condizioni di vita. Fortunatamente, non tutti hanno storie tragiche che li spingono a lasciare la propria casa e c’è anche chi migra per motivi affettivi, per esempio per riunirsi alla sua famiglia che vive in un altro paese diverso da quello natio. Disgraziatamente però sono troppe le ragioni perverse relazionate con gli investimenti delle multinazionali nei paesi del secondo e terzo mondo che spingono migliaia di persone a lasciare la propria casa.

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Il viaggio migrante

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