La preghiera è una spinta naturale dell’essere umano. Non è un gesto imposto dalla religione o un’abitudine culturale, ma un moto spontaneo che nasce dal cuore. Anche chi non si considera “credente” a volte sente il bisogno di rivolgersi a qualcosa di più grande, nei momenti di dolore o di meraviglia. È come se dentro di noi sapessimo, senza averne ancora la piena realizzazione, che Dio non è un’entità lontana ed esterna, ma la nostra stessa essenza.

La mente chiama “Dio” l’intuizione che esista qualcosa al di là di sé stessa, dandole forma attraverso le religioni e le tradizioni spirituali. Ma finché questa comprensione non è piena, percepiamo Dio, Coscienza, Universo come forze esterne a ciò che sentiamo di essere.

Chiediamo a una Volontà più grande di accogliere i desideri di quella piccola volontà che sentiamo personale e limitata. La sofferenza di vedere che ciò che vogliamo non accade ci spinge a cercare un sollievo dalla nostra stessa sofferenza.

In realtà tutta la volontà è sempre e solo del Sé, che agisce in ogni forma e si conosce in modo perfetto oppure imperfetto. Ecco che in alcune forme si chiederà a Dio di fare la nostra volontà, mentre in altre si riconoscerà che la volontà di Dio è già e sempre compiuta.

Nella storia spirituale dell’umanità possiamo distinguere almeno due fasi principali dell’atto del pregare.

La prima è la *preghiera di richiesta*. In essa ci sentiamo separati da Dio e ci rivolgiamo a Lui come a un’entità distinta, chiedendo aiuto, protezione, guarigione o soluzioni concrete. È la forma più comune che ritroviamo in tutte le tradizioni. Nei Salmi leggiamo: “Dal profondo a te grido, o Signore” (Salmo 130,1), la voce di chi cerca conforto.

La seconda forma è la *preghiera di pura gratitudine*. Qui non domandiamo più che la vita cambi, ma la celebriamo così com’è: “Grazie per questa vita, così com’è.” Nella Bhagavad Gītā, Krishna dice: “Chi mi offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o un po’ d’acqua, Io accetto quell’offerta del cuore puro” (Bhagavad Gītā 9.26). Non importa ciò che diamo, ma lo spirito con cui lo facciamo: il cuore che sa vedere il sacro.

Col tempo la prospettiva cambia: comprendiamo che la richiesta nasce da una mancanza — vogliamo che ciò che è venga trasformato. Questa opposizione alla realtà genera sofferenza. Quando la vediamo chiaramente, spontaneamente nasce la gratitudine.

E da questa gratitudine può emergere un terzo stadio, più sottile: la *preghiera come riconoscimento dell’unità*. Soggetto e oggetto si dissolvono. Non esiste più un “io” che ringrazia “altro”, ma solo la vita che celebra se stessa. Gesù dice: “Il Padre e io siamo una cosa sola” (Giovanni 10,30). Le Upaniṣad proclamano: “Tat Tvam Asi – Tu sei Quello” (Chāndogya Upaniṣad 6.8.7).

Pratiche come il japa e il Rosario sono strumenti che portano a questo riconoscimento. La ripetizione non serve a convincere Dio, ma a purificare la mente fino al silenzio del cuore. San Paolo avverte: “Pregate incessantemente” (1 Tessalonicesi 5,17). Non significa recitare formule meccanicamente, ma rendere ogni respiro preghiera, offrendo la vita stessa.

Quando la preghiera diventa perfetta, non c’è più nessuno che prega. Rimane solo l’Amore che ama se stesso, l’Amore puro. L’induismo lo esprime con il respiro: “So Ham”, “Io sono Questo”. Il cristianesimo lo racchiude in due parole: “Sia fatta la tua volontà” (Matteo 6,10).

E finalmente, la preghiera più perfetta è il silenzio consapevole del Sé: un atto di resa completa in cui l’ego si scioglie nella presenza. Questo silenzio è l’effetto naturale della resa, cioè della remissione dell’ego a ciò che lo precede.

Secondo i Padri del Deserto, “la mente deve discendere nel cuore” per abitare il centro della persona, luogo della vera unione con Dio. Un’unione che è già realtà, ma che deve essere realizzata direttamente.

Anche l’architettura sacra degli antichi templi ne era simbolo: le cupole e le navate, strutture acustiche perfette, indicavano che chi prega e chi ascolta sono una sola vibrazione divina.

Alla fine, la preghiera più profonda è silenzio, resa e un semplice “Amen”, cioè “così sia”. È lo spirito che vibra in ogni creatura come un soffio eterno. L’intero universo prega: il vento, le onde, il cuore che batte — tutto è lode.

E non importa in quale fase ci troviamo. Che siamo ancora nella richiesta o già nella gratitudine, possiamo sempre riconoscere che questa spinta non nasce dal piccolo io, ma dal Sé.

Pregare è l’abbandono dell’ego a ciò che lo precede. E se non abbiamo fede, possiamo semplicemente osservare il respiro: esso accade da solo, in armonia con l’universo. Nell’ascolto del respiro sentiamo la Vita che crea, sostiene e dissolve se stessa.

Tutta la nostra vita può diventare dono e preghiera, se cogliamo che ogni azione, ogni respiro, ogni attimo è espressione di quell’Unico Essere che è sempre stato e sempre sarà.

Shakti Caterina Maggi

 

www.shakticaterinamaggi.com

 foto di Nancy Hughes

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