Quelli di noi che si sono formati nel contesto del materialismo e del pensiero critico eurocentrico hanno serie difficoltà a comprendere e ad accettare il ruolo della spiritualità nei processi di emancipazione. Siamo profondamente dipendenti dalla famosa frase di Marx che definiva la religione come l’oppio dei popoli, e ci sembra confortante la riduzione della spiritualità alle istituzioni ecclesiali egemoniche. Tuttavia, ignorare la spiritualità dei popoli porta alla riproduzione del capitalismo attraverso l’individualismo e il consumismo.

Grazie al sostegno di un piccolo gruppo di attivisti brasiliani, ho potuto conoscere il territorio indigeno Tenondé Porá, nelle foreste dell’area meridionale della regione di San Paolo, abitato da guaraní mbya. Negli ultimi 10 anni hanno realizzato intense lotte di riconquista delle terre ancestrali, un processo in cui hanno recuperato quasi 16.000 ettari di terra e hanno fondato 12 nuovi villaggi dove prima ce n’erano solo due.

L’esperienza vissuta nel villaggio Kalipety, i dialoghi con i membri della comunità, gli scambi con alcuni amici e soprattutto l’aver partecipato ai rituali nella casa della preghiera, mi hanno mostrato i limiti del pensiero critico che alimenta la nostra formazione.[1] Uno di questi limiti, legato a uno stretto materialismo, consiste nella mancata comprensione della spiritualità come elemento che tiene unite le comunità e sostiene il loro legame con la terra e con il territorio, e come asse delle loro resistenze passate e attuali.
Una spiritualità che non è né religione né ideologia. Coinvolge i corpi e non solo le menti, si ricrea nella vita quotidiana e sostiene la vita umana e non umana. Nei villaggi non esistono le monocolture né la concentrazione dei mezzi di produzione, e tutto ciò che si consuma viene prodotto con il proprio lavoro, in gran parte attraverso lavori collettivi.

A differenza dei momenti di slancio ‘mistico’ o degli eventi culturali dei movimenti sociali, che per momenti di breve durata accompagnano le mobilitazioni e le manifestazioni, per i guaraní mbyas la spiritualità si dispiega in un tempo senza tempo, come ha scritto Mario Benedetti. La casa della preghiera è il centro simbolico della vita comunitaria. Ogni giorno, al tramonto, la comunità danza e canta al suono delle sue musiche, per qualche ora. A volte la preghiera si prolunga fino all’alba.

La spiritualità non viene praticata per raggiungere un fine, per ottenere qualcosa che viene chiesto a qualcuno (dèi, sacerdoti o politici). Si prega per essere, per rimanere ciò che si è, individualmente e collettivamente, per continuare ad essere popoli diversi. Nel video sulle Abejas de Acteal,[2] Tejiendo el territorio [Tessere il territorio], questo tema è ampiamente presente senza essere menzionato in forma esplicita, a causa della naturalezza con cui il popolo tsotsil e i popoli maya resistono e riproducono le loro vite.

Le spiritualità dei popoli, le loro cosmovisioni e i loro valori sono strettamente legati alla lotta per l’autonomia. La riflessione di Francisco López Bárcenas in Autonomías y derechos indígenas en México [Autonomie e diritti indigeni in Messico] mette in luce forme di mobilitazione invisibili all’esterno, come quelle realizzate all’interno di se stessi. In queste pratiche ricorrono alle loro guide spirituali con l’obiettivo di ripristinare l’armonia tra gli uomini di questo tempo e quelli del passato, nonché tra la società e le sue divinità.

Nei loro luoghi sacri fanno offerte e si impegnano a ristabilire le loro relazioni con i loro antenati, le loro divinità e la natura. La riflessione si conclude collegando spiritualità e autonomia. Molti non vedono tutto ciò, o vedendolo non lo capiscono, per cui pensano che i popoli non si mobilitino, mentre in realtà queste sono le mobilitazioni più significative per i popoli, che a partire da esse costruiscono la propria autonomia.

Considerare la spiritualità come il supporto dell’autonomia significa superare lo stretto materialismo per adottare una visione più ampia. Nel pensiero occidentale, la chiave della comunità è la terra collettiva, intesa come mezzo di produzione e non come spazio integrale di vita. Da quello che ho potuto sentire, e da quello che si constata dove i popoli resistono (ancora una volta ricordo le quattro famiglie di Nuevo San Gregorio),[3] la spiritualità è un elemento centrale che completa e sostiene il possesso collettivo delle terre.

Le resistenze dei popoli si articolano intorno alle loro cosmovisioni e alle loro spiritualità. Non sembrano preoccuparsi di ideologie o di programmi, come avviene nel caso del pensiero critico eurocentrico.
Manca ancora una comprensione della spiritualità come nucleo di un’etica della vita che mette in discussione i nostri modi di vivere, in particolare l’individualismo; un’etica che sostiene chi resiste al capitalismo, chi non si vende, non desiste e non si arrende.

Raúl Zibechi

Fonte: “Espiritualidad y autonomía”, in La Jornada, 21/10/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Le mie riflessioni si intrecciano con quelle di diverse persone: Tato Iglesias, della Red Trashumante de Argentina; Silvia Beatriz Adoue, insegnante nella scuola Florestán Fernandes del Movimento Sem Terra, e gli antropologi Lucas Keese, Alana Moraes e Salvador Schavelzon.

[2] Ndt – «Le Api di Acteal», organizzazione della società civile, sorta per mantenere viva la memoria del massacro compiuto il 22 dicembre 1997 nella comunità di Acteal, nel Chiapas, da un gruppo paramilitare affiliato al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), che era protetto dal governo federale e statale. Durante una veglia di preghiera in preparazione al Natale furono uccise 45 persone (21 donne, 15 bambini e 9 uomini).

[3] Ndt – Nuevo San Gregorio è una piccola comunità zapatista del Chiapas che nonostante le ripetute aggressioni da parte di gruppi armati ha deciso di resistere rinunciando alle armi. “Andare avanti con una resistenza pacifica e continuare a costruire ciò che è nuovo, come fanno le quattro famiglie di Nuevo San Gregorio, richiede un’integrità spirituale ed etica che si dovrebbe prendere sul serio», osserva Zibechi in un recente articolo pubblicato da Comune-info (“Un nuovo immaginario ribelle”, 18/09/2022).

Articolo di Raúl Zibechi tratto da comune-info.net

Foto tratta dalla pagina dell’Aldeia Tekoa Kalipeti all’interno del sito tenondepora.org.br