Ho recentemente visto il meraviglioso film sull’esperienza di Deligny nella sua “zattera sui monti” con i bambini autistici, “Ce gamin, là”[9] (Quel ragazzino, là) in cui il “più piccolo gesto” è portatore dell’inaspettata e imperfetta grazia del nonnulla nel tentativo di creare guadi, invece che ponti linguistici verso l’alterità.  Vedendo il film veniva da augurarsi: “Che la postura del più piccolo gesto diventi una risposta efficace ai grandi gesti della modernità imperiale coloniale che stanno causando tanta sofferenza e morte!” Sono consapevole della nostra limitata capacità di relazionarci a ciò che è “minore”. Ma in fondo non è la presunzione della nostra intenzione che conta, né una supposta eccezionale capacità di attenzione, piuttosto la fedeltà al tentare. Sintonizzarsi più che empatizzare. Anche l’attenzione può essere un piccolo gesto imperfetto privo di moralismo superegoico se praticato con leggerezza e piacere relazionale. E conta anche ciò che ci arriva inaspettatamente da “fuori” le piccole coincidenze che danno tregua o indicano nuovi tentativi sostenibili. E la capacità di intrecciare le perdite con la vita in un lutto che sia  fonte vitale di connessione e non in quello distorto dalla scorciatoia della guerra. Immaginando bricolage dei saperi che amplino la nostra capacità comunitaria nella relazione con i vivi, i morti, e i futuri terreni

Mi chiedo se queste basse frequenze bastino per affrontare diversamente i cavalieri apocalittici della distruzione. Perché bisogna pur dire che i modelli apocalittici sono potenti attrattori delle narrazioni incorporate nelle nostre cornici di riferimento. Ma come possiamo andare oltre la linearità del disastro finale proiettata sul futuro, oltre una storia che afferma che solo un Armageddon futura porterebbe “alla fine” l’umanità al cambiamento? Oh, ma la distruzione è in corso da sempre. Non a caso Deligny era amico di Chris Marker, che nel suo capolavoro “La jetée” racconta per immagini di un bambino viaggiatore nel tempo che sceglie di rinunciare alla “salvezza”futura  per tornare al tempo più autentico di un gesto d’amore anche se coincide con il proprio passare.

Mi chiedo se il “significato” strutturato com’è nell’eccezionalità linguistica umana – il voler dare un “senso” a tutto — non sia anche un luogo di cattura? Deligny non ci invita forse a vedere la tela del ragno, metafora di un processo che eccede l’eccesso di intenti – come un’“eterogenesi” cioè un sovrappiù bio-intelligente emergente al di là dei nostri “fini”.

La sfida non è facile, perché l’archetipo apocalittico incontra nell’oggi l’inquietante possibilità di forme sempre più pervasive e totali di controllo, in quell’annunciata governance mondiale algoritmica delle economie e dei comportamenti, che si propone a tratti come una “soluzione finale”, incorporata in una geopolitica razionale e “benevola”, nella forma di una cyber-soluzione transumana. Nel tredicesimo capitolo dell’Apocalisse viene rappresentata una Bestia che sorge dal mare (come il Leviatano!) e che con l’aiuto della sua potente immagine animata controlla l’economia mondiale. E l’altra faccia della medaglia non è molto confortante: un gruppo di pochi eletti che sfuggono alle maglie del controllo, e si tratta di un’immagine di cui si appropriano volentieri i cospirazionisti suprematisti di destra.  Ma in quanto archetipo riguarda anche coloro che per sfuggire al controllo del Grande Fratello informatico, scelgono di vivere “off the grid”, aspirando magari a una sintonia con le comunità indigene.  Insomma anche loro potrebbero incarnare “i santi degli ultimi giorni”, i risvegliati spiritualmente, gli eco-consapevoli. Ma anche la miglior versione di questa storia non ci mette in guardia rispetto alla tentazione di una narrazione centrata su una qualche umana eccezionalità?

Abbiamo forse bisogno di un compostaggio, di una sacra diffrazione delle sacre fabulazioni, per coltivare risorse “altre” di fronte alle ombre della governance globale da un lato e dall’altro rispetto alle ombre dell’altra narrazione eccezionalista: quella degli “happy few” che hanno visto per primi l’orrore della “Macchina” e della “Bestia”.

Il sensorium nella body art dei Mursi nella OmoValley dell’ Etiopia meridionale

Sembra impossibile superare questo doppio legame senza una posizione postumanista o, come dice Bayo Akomolafe, senza un ampliamento animistico del nostro sensorium. Passando dal significato al senso, anzi ai sensi e a un sentir-pensare emergente da un ecologia di pratiche. In questa rivoluzione o rivelazione del senso si apre forse una diversa possibilità della coscienza e del suo ruolo “minore” nella rete complessiva del vivente verso la cura inter e intra-generazionale che includa una diverso gioco dell’appartenenza e dell’identità  sia per i nostri figli che per i nostri morti. Forse fuori da una rigida linearità temporale potremmo immaginare una visione in cui post-apocalittico significa anche post-umano  e che quell’albero ibrido le cui foglie “guariscono le nazioni” possa essere immaginato nello spazio immaginale  -altrimenti grande  – dell’immanenza.

Fabrice Olivier Dubosc

Clinica della crisi

Immagine di Tom Podmore

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