
Erin Manning è docente presso la Facoltà di Belle Arti della Concordia University di Montreal. E’ inoltre fondatrice di SenseLab, un laboratorio che esplora le intersezioni tra pratiche artistiche e filosofia attraverso la matrice del corpo sensiente in movimento.
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La schizoanalisi apre nuove alleanze (approssimazioni) nelle difficili sovrapposizioni tra neurodiversità e vita nera.
Cosa possiamo imparare attraverso un’estetica della socialità nera su altri modi di fare mondo nelle crepe? 1
– In che modo il tuo libro può aiutare i lettori a comprendere l’attuale clima politico e sociale?
Erin Manning: For a Pragmatics of the Useless si dedica a due problemi interoperativi. Il
primo è quello della “rappresentazione dell’utile”, cioé della nozione onnipresente di
valore/produttività. Il concetto di valore che sta alla base del capitale, e allo stesso tempo
della bianchezza e della neurotipicità, si contrappone a quello di schizoeconomia. L’idea di
schizoeconomia deriva dall’importante pratica della schizoanalisi, che a mio avviso è
l’impegno più generativo che ci sia rispetto alla neurodiversità, una pratica autentica per
vivere in modo diverso con la differenza.
La schizoanalisi è una modalità di impegno terapeutico/politico proposta da Felix Guattari e
Jean Oury nel contesto della clinica La Borde. È un ramo della psicoterapia istituzionale, una
pratica spesso associata a Frantz Fanon, il cui lavoro in molti modi riecheggia la schizoanalisi
(sia Fanon che Oury/Guattari sono stati influenzati da François Tosquelles). Il libro propone
la schizoanalisi come strumento adatto a questo compito grazie al suo impegno ad adeguarsi
alle pratiche che (ri)condizionano l’esperienza. Lo “schizo” della schizoanalisi è un taglio che
dà un taglio, che crea uno scarto, una frattura, e che crea le condizioni per una riconfigurazione del campo. La schizoanalisi schizza il campo, aprendolo a nuove risonanze.
È così che “Per una pragmatica dell’inutile” si confronta con l’attuale clima politico e sociale,
esplorando come le pratiche aprano a nuove alleanze (approssimazioni) nelle difficili
sovrapposizioni tra neurodiversità e vita nera. Il libro sottolinea quanto la neurotipicità sia così radicata nelle logiche che trovano espressione nella bianchezza, esplorandone le conseguenze sistemiche nell’università e nel razzismo e abilismo quotidiani.
– Cosa speri che gli attivisti e gli organizzatori di comunità possano trarre dalla lettura
del tuo libro?
Erin Manning: I modi in cui la neurotipicità si muove nei nostri ambienti sono spesso messi in secondo piano rispetto al contesto identitario. Ciò che intendo dire è che può essere facile trascurare i modi in cui la neurotipicità struttura un ambiente, anche quando l’ambiente rifiuta sistematicamente il razzismo o il sessismo. Quali sono le pratiche che in un dato ambiente riproducono e sostengono modi di funzionamento neurotipici, modalità di conoscenza neurotipiche?
Si mette, per esempio, in primo piano il linguaggio rispetto ad altre modalità di partecipazione? Ci si siede in cerchio, privilegiando la frontalità? Quali modalità transazionali si moltiplicano in quel contesto? Si enfatizza l’autocontrollo rispetto alla relazione? Come vengono ribadite le norme e come viene poi monitorata l’adesione alle stesse? Quali modalità di autorappresentarsi sono più diffuse in questi ambiti?
Nel contesto della bianchezza, c’è un’enfasi sull’essere “buoni alleati” e, in tal caso, cosa si dà per scontato in questa rappresentazione del dar corpo? Quali modalità di valore sono all’opera? Cos’altro si può imparare sul valore dal modo in cui ne definiamo i criteri, dal modo in cui ci valutiamo a vicenda? Come si rappresenta l’utile? Esiste un criterio prestabilito di ciò che è utile o significativo piuttosto che un processo continuo e aperto di riconfigurazione? Esistono pratiche che propiziano questa modalità e questa rinegoziazione?
Dal punto di vista filosofico ci si potrebbe chiedere se c’è o non c’è un’apertura verso la
dimensione speculativa, un’apertura a ciò che il pensiero apre? Quali condizioni potrebbero
essere messe in atto per esplorare i confini radicali di ciò che definiamo pragmatico? Diamo
troppo rapidamente per scontato che conosciamo la forma dei nostri ambienti? Quali pratiche
potrebbero essere messe in atto per incontrare la forma dell’esistenza in altro modo?
– Sappiamo che i lettori impareranno molto dal tuo libro, ma cosa speri che disimparino?
In altre parole, c’è una particolare ideologia che speri di smantellare?
Erin Manning: In “For a Pragmatics of the Useless” ci sono tantissime domande. Il libro si conclude con una proposta che in tutti i sensi potrebbe essere considerata un fallimento: SenseLab ha lavorato
per diversi anni alla creazione di un’altereconomia che deve ancora dare i suoi frutti. In
questo processo ci sono state delusioni e molta confusione. Forse possiamo disimparare il
successo?
L’opposto della pragmatica dell’inutile è la rappresentazione dell’utile. Questa precisazione è
importante perché altrimenti potremmo credere che esista una pragmatica dell’utile. L’utile
non è mai vivo a livello sperimentale. L’utile è un valore sedimentato. La sua forma si basa
sempre su categorie preesistenti, affinate attraverso un quadro neurotipico/bianco. È sempre
una fragile imposizione sull’esistenza. Una pragmatica dell’inutile è un invito a ridare valore
al valore senza cercare di contenerlo, senza far sì che sia ciò che conta, senza trasformarlo in
una proprietà, senza ridurlo a ciò che è appropriato. In questo senso, una pragmatica
dell’inutile deve sempre essere un fallimento, un rifiuto di ciò che istituzionalizza, un rifiuto
di qualsiasi messa a fuoco definitiva, di qualsiasi ideologia o sistema. Il valore dell’inutile sta
nell’esplorazione di funzioni sperimentali incipienti. È un valore attivato nell’evento della
pratica, nella sperimentazione, una valutazione inventata nel mix. Questa modalità di
valutazione non valuta dall’esterno, non impone criteri. Interroga, spinge, tira, orienta, sempre
nella preoccupazione di come un evento modella l’esistenza.
L’esperienza del SenseLab, che copre circa metà del libro, potrebbe essere descritta come una
storia di fallimenti pragmaticamente inutili. La pratica non consiste nel trovare la strada, ma
nell’esplorare altre strade. È assai disagevole. Discordante. La discordia mette in campo
dissonanze. E se riuscissimo a sintonizzarci maggiormente con le dissonanze generative, con
la differenza in una modalità che chiamo “approssimazione di prossimità”? E se fossimo
meno sicuri di ciò che fa la differenza?
L’inutile è difficile. Nulla nella mia esperienza mi ha preparato ad affrontarlo. Forse questo è
ciò che disimparo mentre scrivo e pratico: come essere utile.
– Chi sono gli eroi intellettuali che ispirano il tuo lavoro?
Erin Manning: Imparo molto da Felix Guattari. Adoro il fatto che le sue pratiche si sovrappongano: si
occupa di filosofia, politica, terapia. La Borde è un faro per altre modalità di intervento terapeutico. Oggi ha perso parte del carattere innovativo che Guattari le aveva conferito, ma i suoi scritti (per quanto alcuni siano oscuri!) mi danno la sensazione che la psicoanalisi schizoanalitica possa essere praticata oggi nel contesto di una collettività emergente.
Friedrich Nietzsche è sempre con me: “È stata questa la vita? Bene, in tal caso, ancora una volta!”. Sono anche profondamente influenzata da Alfred North Whitehead, la cui filosofia del processo capovolge il mondo, confutando l’idea che l’umano ne sia il perno. Intorno a Whitehead il libro accoglie altri filosofi del processo: Gilles Deleuze, Brian Massumi, Isabelle Stengers, Henri Bergson, William James, Gilbert Simondon, Baruch Spinoza.
Impossibile pensare senza di loro! Anche Saidiya Hartman, Fred Moten e Stefano Harney accompagnano il mio pensiero ovunque io vada. Ciò che amo del lavoro di Fred e Stefano è il modo in cui tocca il nervo scoperto della socialità, attivando i concetti in modalità che confutano neurotipicità e bianchezza. Saidiya è impavida! Il suo lavoro porta con sé un dar voce così profondo e intenso, animando modi di pensare che dobbiamo sperimentare insieme. La schizoanalisi può essere praticata oggi nel contesto di collettività emergenti.
Tra gli autistici da cui imparo – Melanie Yergeau per il suo incredibile umorismo e la sua politica del rifiuto, Mel Baggs per la chiarezza di pensiero sui limiti del linguaggio, Adam Wolfond (e Estee Klar) per il loro impegno in pratiche che consentono altri modi di conoscere, Tito Mukhopadhyay e DJ Savarese per l’efficacia della loro poesia. Sono anche accompagnata dal poeta sordocieco John Lee Clark, il cui concetto fondamentale di distantismo mi ha avvicinata al linguaggio ProTactile e a tutto ciò che esso rende pensabile (compresa l’impossibilità di parlare da soli). Come artista, sono sempre commossa da Lygia Clark, il cui lavoro è davvero un invito alla pratica. E Cecilia Vicuña, il cui rapporto con i materiali ha un tocco unico. E Catherine de Zegher, come curatrice che lavora davvero con gli artisti per far emergere ciò che più li muove nel loro lavoro. Ce ne sono molti altri, ma vorrei concludere con Edouard Glissant, il cui pensiero mi ha accompagnato negli ultimi due decenni. Il mio desiderio più forte è quello di essere all’altezza del “consenso a non essere una cosa sola.”
– In che modo il tuo libro ci aiuta a immaginare nuovi mondi?
Erin Manning: Il libro ruota attorno a un ritornello: “la vita nera è vita neurodiversa”, ed è attraverso questo ritornello che si possono immaginare nuovi mondi. Quali altri modi di esistere sarebbero
possibili se ci rendessimo conto che tra vita nera e neurotipicità non vi è alcuna prossimità e che la bianchezza è neurotipica in tutto e per tutto? Come cambia l’esperienza quando mettiamo in primo piano la socialità laterale della neurodiversità? E cosa possiamo imparare dall’estetica della socialità nera su altri modi di far mondo nelle crepe?
Penso spesso al concetto di “fede nel mondo” di Gilles Deleuze, una proposizione profondamente nietzscheana (“È stata quella la vita? Bene, allora, ancora una volta!”) che parla del potenziale di cambiamento del mondo. For a Pragmatics of the Useless considera gli studi afroamericani come un luogo in cui questa domanda risuona in modo particolare e si chiede in che modo gli studi della tradizione radicale nera ci sfidino a ripensare la fede nel mondo dalla prospettiva della terra, in un orientamento etico-estetico, in una poetica della relazione. Perché la vita nera è vita neurodiversa.
Credere nel mondo richiede un far mondo. La domanda centrale del libro – «In che altro modo altro possiamo vivere?» – è radicalmente empirica. È cioè sia pragmatica che speculativa. «In che altro modo possiamo vivere» non riguarda il futuro.
Riguarda i modi in cui un eccesso di vita su ciò che è dato ci accompagna. Riguarda il modo in cui il far mondo ci espone a un di-più di noi stessi. Riguarda un concetto di relazione che rifiuta di ridursi all’interazione, relazione come la qualità dell’esistenza che ci costituisce ma che non può essere ridotta al pronome “noi”. Intendo così l’estetica della socialità nera, nel suo desiderio di socialità minore, in un modo di esistenza neurodiverso, più-che-umano.
Nuovi mondi germogliano qui, negli interstizi dove la relazione supera la somma delle parti.