Dell’Intelligenza che verrà o della Dissociazione

È buffo questo codice che abbiamo scelto per comunicare verbalmente: ogni parola plasma ed è plasmata da significati cangianti, a seconda della cultura dominante o della sottocultura in cui si sviluppa. Anche vocaboli della cui stabilità nel tempo siamo convinte, in realtà, si appiattiscono o espandono i loro confini al ritmo dei cambiamenti delle comunità umane.

Prendiamo “intelligenza”, per esempio: la sua equivalenza con le facoltà dell’intelletto, in quanto strettamente umano, è evidenziata in ogni vocabolario e c’è come una linea retta che collega le attività specifiche dei nostri neuroni, con il nostro “supposto” successo evolutivo rispetto ad altre specie.

Da qualche tempo la narrativa culturale dominante associa lo sviluppo di un cervello di dimensioni quasi uniche in natura,1 le tecnologie e l’incredibile espansione della specie umana che ne sono derivate nei secoli, all’idea di meritarci un qualche tipo di primato rispetto a “tutto il resto” della natura stessa.

E per questo nuovo idolo, Intelligenza, abbiamo innalzato nuovi altari, distruggendo e schernendo quelli di popoli che venerano il fuoco, l’albero, la vipera, che si mischiano con il fango e ascoltano i messaggi delle nuvole.

Nella furia di contrapporci al “selvaggio”, abbiamo tagliato fuori tutti gli altri tipi di intelligenza, o meglio sapienza: quella del corpo, dei suoi sensi, dei sensi che non sappiamo misurare con il metro della Scienza, come l’intuito o l’amore…e l’intelligenza forse più utile di tutte, la consapevolezza di non essere separati dalla maglia di tutti i corpi animali, vegetali, batterici, micelici, elettrici che ci circondano.

Certo, tale idolatria dei nostri processi psichici ci ha portato ad immaginare e costruire tecnologie che hanno migliorato sensibilmente le condizioni di vita di molte persone, che ne hanno allungato l’aspettativa di vita, aumentato le possibilità materiali...

In qualche modo ha però dato inizio ad un processo di dissociazione dell’asse mente-corpo, umano-natura, conoscenza-esperienza, che ha accompagnato la costruzione delle società contemporanee, una modalità coloniale e specista, iper-produttiva, asfissiante, al suo culmine (forse?) in questo frangente di capitalismo squisitamente digitale.

Una modalità che decide quali vite sono degne di essere migliorate – quelle bianche, ricche – e di quali vite si possono fare caricature animali, primitive, lontane dal lume della ragione, così da giustificarne l’oppressione o l’eliminazione; una modalità di cui si servono i governi che continuano a tratte profitto da guerre e genocidi, strumento per eccellenza del colonialismo estrattivo.

Ed è così che anche una semplice parola assorbe lo spirito del tempo: “intelligenti” sono le bombe ed i droni di precisione, gli orologi che dettano il tempo del lavoro ed il numero di passi che dovresti proprio fare ogni giorno per essere fit, intelligenti i dispositivi tascabili che tengono sotto controllo le nostre abitudini di spesa, relazionali, politiche, e che poi ce le rivendono o usano contro.

Le entità digitali incarnano perfettamente la dissociazione di cui sopra: il nostro pc ed i nostri smartphone ci servono, sì, ma chi li assembla? Chi ne estrae i materiali, che terra bisogna depredare per averli, quanto calore emettono e quanta energia bruciano le macchine con la potenza di calcolo per restituire la tua foto in stile Miyazaki?

Non a caso la parola “intelligenza” ad oggi pertiene soprattutto alla sfera del digitale, creando l’affascinante miraggio di una vita staccata da un corpo fisico con le sue banali necessità ed i suoi limiti, per entrare nell’immortalità del puro intelletto.

Anni in cui, se non fosse che ne è una brutta copia, possiamo cominciare a subodorare Il Mondo Nuovo di Huxley nelle notizie di uteri artificiali, di impianti di chip, di ogni nuovo strumento che ci promette di non dover mai più fare l’esperienza del dolore, del lavoro, dell’impegno.

Un piccolo disclaimer: queste parole non vogliono veicolare un messaggio primitivista.

Sono un invito a chiederci se non sia pericoloso fare finta che gli strumenti che creiamo siano scollegati dai loro metodi di produzione, dal loro impatto sul mondo naturale (di cui siamo pur sempre parte), dalle motivazioni ideologiche con cui vengono costruiti.

Se non sia dissociazione spirituale e digitale sia fare finta che siano superflui, sacrificabili, indegni di nota, ma anche utilizzarli come l’aria senza chiedersi cosa implicano e come modificano la nostra esperienza, i nostri sensi e la nostra salute.

L’intelligenza allora è il primo strumento da questionare: con che tipo di intelligenza, o meglio sapienza, desideriamo approcciarci al mondo?

E se il tipo di intelligenza vigente ci identifica come esseri umani, quali esseri umani possiamo essere? A quale superficialità attingono slogan come “Restiamo umani”, se nel dubbio di cosa voglia in effetti dire, ci sono umani più umani di altri?

Arianna Battiston

 

1 in proporzione al nostro corpo, i.e. “quoziente di encefalizzazione”.

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Rivista on line n°20 – Anno XX – Secondo Semestrale 2025

Attività redazionale: Arianna Battiston, Nadeshwari Joythimayananda, Jerry Diamanti.

Editing: Jerry Diamanti

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 Copertina: Dipinto di Anderson Santos, artwork di Carola Zerbone

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